Il successo di Stephen King al cinema

Dai progetti annunciati su La Torre Nera ad Under the Dome, il successo di Stephen King al cinema e in televisione non conosce arresti. L’autore di Bangor ha all’attivo il più alto numero di trasposizioni su pellicola delle proprie storie (e la prima fu d’autore: Carrie-Lo sguardo di Satana di Brian DePalma); la domanda è: come ha fatto?

1. Legami inossidabili.

1King è un grande appassionato di cinema. In On Writing, il saggio/biografia in cui ragiona in maniera magistrale sulla sua carriera, racconta di come da bambino passasse i sabati nella sala da proiezione del suo paesino e si sparasse film horror e di fantascienza senza pietà. Cita sempre il cinema, ancor più della letteratura (ed occhio: King è stato docente di letteratura inglese alle superiori) come ispirazione per la sua produzione. A dirla tutta, forse King è stato uno dei più importanti intellettuali statunitensi dagli anni ’70 ad oggi: in lui cultura alta e popolare si sono sempre incontrati in un abbraccio unico e forte. Ma c’è di più di una capacità dello scrittore di mescolare alta letteratura e intrattenimento; c’è una penna affilata che sembra una cinepresa, utile a delineare, con un glossario facile (una scelta rivendicata con orgoglio!), brani cinematografici. Cinematografici, sì.

2. Cinema di carta

2Nel modo di scrivere di King c’è una contraddizione di fondo, che può essere notata bene in quei romanzi che sono stati definiti i suoi capolavori assoluti (IT, La Torre Nera, L’Ombra dello Scorpione): tanto il linguaggio usato è facile e le descrizioni sono asciutte, tanto il ritmo del racconto viene dilatato, i punti di vista si moltiplicano, la tela si fa complicata. La scrittura, in termini di semplicità, non ha niente da invidiare ad autori a lui inferiori come James Patterson o Dan Brown. È la struttura del racconto a essere lenta, a voler cercare di dare quante più sensazioni possibili al lettore durante la sua fruizione. Non c’è compromesso che tenga: King vuole farti entrare nel racconto; il soprannaturale è trattato come un’epopea, bene e male si scontrano, c’è una costante necessità di far parlare tanti personaggi e mostrare tante cose. I brani sono “scene” montate in sequenza. Se non sei disposto a seguire la lentezza del racconto significa, come affermava Umberto Eco a proposito de Il Nome della Rosa, che quel romanzo non fa per te. Punto.

3. Più “mostrare” che “narrare”

3King non racconta, non entra mai con commenti, mette i suoi orrori e i suoi umani imperfetti sul palco, li descrive e poi li fa giocare in modo autonomo. Non è solo bello da un punto di vista estetico o molto maturo da quello narrativo, è proprio umanamente ineccepibile; più delinea i suoi personaggi con distacco, più essi sono umani, mostrano le loro debolezze, sono profondi. Perché, ancor prima di essere un bell’esempio di letteratura fantastica, i romanzi di King sono soprattutto grandi spaccati della sua America divisa e complessa, nonché di un’umanità disperata. I risultati di questo modo di fare letteratura sono quanto di più simile al grande cinema di Hollywood si possa pensare di ottenere. Tanto da una parte quanto dall’altra, infatti, il lettore viene letteralmente cullato nella storia. Quale bocconcino più succulento di questo per i produttori cinematografici?

– Fabio Antinucci – 

Rispondi