Il Presagio (The Omen) tra finzione e realtà

La sottile linea di confine tra realtà e finzione, tra verità ed illusione, spesso sbiadisce regalandoci atmosfere e leggende da brivido che arricchiscono di particolari drammatici il panorama cinematografico hollywoodiano. I “film maledetti” che in passato hanno lasciato il segno nelle vite dei loro stessi protagonisti sono moltissimi e questa volta ci soffermeremo sul più inquietante di tutti: il Presagio. Arriva nelle sale mondiali nel 1976 e con i suoi 111 minuti si piazza nelle prime posizioni tra i film dell’orrore più agghiaccianti di tutti i tempi.

Il nome originale è “The Omen” ed è questo uno dei rari casi in cui la pellicola precede la trasposizione letteraria, realizzata nello stesso anno e a poche settimane dalla distribuzione. Al film con la regia di Richard Donner hanno fatto seguito ben tre sequels (La maledizione di Damien, Conflitto Finale, Omen IV Presagio Infernale) ed un remake molto più recente (2006) che vede figurare nel cast l’ eternamente-teenager Julia Styles, l’ex “Mrs Sinatra” Mia Farrow e David “Remus Lupin” Thewlis. La trama, degna di un romanzo di Stephen King, si apre con un dramma familiare: il figlio del diplomatico statunitense Robert Thorn è nato morto. Sotto ambiguo suggerimento di alcuni prelati, il neo padre acconsente alla proposta di sostituite il neonato deceduto con un altro bambino, nato da madre sconosciuta e morta anch’essa nell’atto del partorire.  La vita dei coniugi e del piccolo Damien prosegue  tranquilla, in quanto Robert ha tenuto all’oscuro di tutto sua moglie Katherine che, dunque, nulla sospetta a proposito dell’identità del piccolo. La calma apparente subisce un brusco arresto quando la tata, nel giorno del quinto compleanno di Damien, si suicida dinnanzi ai presenti lanciandosi dalla finestra con un cappio al collo. Qualcosa non va. Ma non nella  baby sitter inglese, bensì nel più giovane dei Thorn… Quale sarà la sua vera identità? Chi era la madre? Di quale segreto sono a conoscenza i prelati?
Un film che riesce ad inquietare come solo una storia che parla del diavolo saprebbe fare.

I toni sono molto simili a quelli visti solo tre  anni prima (nel 1973), quando la bella Regan veniva posseduta da Satana nell’angosciante “The Exorcist”. Ma per quanta paura possa infondere nell’animo dello spettatore un film incentrato sul Demonio, assai più terrificanti sono stati gli incidenti che hanno accompagnato la sua lavorazione; sciagure che sembrerebbero tutt’altro che casuali e che, al raccontarle, suonano raccapriccianti esattamente quanto la sceneggiatura.
Segnali provenienti dall’ignoto come sinistri avvertimenti. Primo fra tutti quello che ha avuto come destinatario il Premio Oscar e protagonista Gregory Peck, ormai sessantenne all’epoca, il cui aeroplano venne colpito in pieno da un fulmine. Un messaggio subliminale proveniente dai “piani alti” del cielo  che si è ripetuto una seconda volta, contro il medesimo aereo e solo tre giorni più tardi, quando sul medesimo boing stava viaggiando lo sceneggiatore David Seltzer. Un terribile incidente automobilistico toccò invece ad un tecnico degli effetti speciali e alla sua compagna mentre erano in viaggio tra il Belgio e l’Olanda: la donna perse la vita rimanendo atrocemente decapitata. Solo una volta ripresosi dallo shock l’uomo poté constatare un’ ancora più  scioccante coincidenza: la tragedia si era consumata in corrispondenza di un cartello che recitava “Siete lontani da Ommen 66,6  km” : 666 è riconosciuto come il “numero della Bestia” secondo quanto divulgato dal cristianesimo e il nome della cittadina olandese di Ommen… beh parla da solo.

Come se ciò non bastasse, la stazione londinese di Green Park, sfiorata solo dai membri della crew che non fecero in tempo ad arrivarvi, saltò in aria in circostanze misteriose. Quasi un atto intimidatorio (si, ma da parte di chi?).  Insomma, questo film “non s’aveva da girare?”. Lo scettico medio ammette con candido cinismo che si tratterebbe di un insieme di aspri casi fortuiti. Il cinema-addicted più creativo può vedere in tutto questo  una trovata pubblicitaria di dubbio gusto o la riprova evidente che non è mai il caso di scherzare con il fuoco, anche quando si tratta di una produzione da milioni di dollari al botteghino.

– Myriam Guglielmetti – 

Rispondi