Il Grammelot, uno strumento recitativo interessante

1Gli attori e gli appassionati già lo conosceranno, ma oggi ho pensato di parlarne più approfonditamente a chi magari non non lo ha mai sentito nominare: il grammelot o gramelot è uno strumento recitativo che consiste nel pronunciare frasi in una lingua inventata, assemblando suoni, onomatopee, parole e foni privi di significato in un discorso. Se state pensando ad una specie di “linguaggio maccheronico” vi sbagliate: il grammelot non cerca di collegarsi a parole già conosciute in modo goffo, ma preferisce crearne di nuove e focalizzarsi sulla comprensione visiva, sull’abilità mimica dell’attore stesso nel farsi comprendere. Questo espediente crea infatti un tipo di recitazione fortemente espressivo e iperbolico, dove il linguaggio usato può comunicare, proprio nella sua musicalità, emozioni ed immagini specifiche. Quando si parla di teatro, non possiamo che collegarci al mondo greco: troviamo un primo esempio del grammelot nella commedia Acarnesi (425 a.C.) di Aristofane, dove un personaggio utilizza un’unica intraducibile parola, che intendeva proprio giocare sui suoni, rendendo evidente la natura ingannevole di colui che la pronuncia.

Cercando l’etimologia sul Treccani, si parla o di un’origine francese del nome, o di una derivazione dal dialetto veneziano: secondo Sabatini e Coletti sarebbe una parola composta da gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo» insomma «bofonchiare, borbottare». Ad ogni modo possiamo trovare tale espendiente sia nella Comédie Française, dove gli artisti di strada si esibivano a Parigi durante le principali fiere, imitando la recitazione canonica degli attori di teatro, con gesti, musica e jargon («gergo»), creando proprio questa sorta di linguaggio inarticolato, sia nella commedia rinascimentale italiana e nella Commedia dell’Arte. Non ci resta difficile pensare che un tempo fosse quasi indispensabile per quelle compagnie itineranti, che si ritrovavano ad esibirsi davanti a un pubblico che non parlava la stessa lingua o lo stesso dialetto: unire tutti con un linguaggio inventato e universale non poteva che funzionare. E se ci pensate bene, è proprio quello che fanno anche i bambini quando non sanno ancora parlare: gesti, imitazioni di parole che in realtà inventano, e grande espressività.
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Il primo utilizzo consapevole di questo espediente, chiamato con il nome attuale, lo dobbiamo comunque a Dario Fo, nella seconda metà del Novecento. In Mistero buffo, del 1969, tutto lo spettacolo viene recitato in questa lingua particolare che contamina e fonde diversi dialetti lombardo-veneto-friulani con la memoria della lingua dei giullari medievali, ma nella parte intitolata La fame dello Zanni Fo oltrepassa questo mix dialettale per scegliere una lingua totalmente inventata, che è soltanto nella risonanza simile alla cadenza utilizzata precedentemente. Certo è che, se non fosse per la grande capacità dell’attore di farsi comprendere, sarebbe impossibile trasmettere alcunché allo spettatore e ciò rende il tutto ancora più affascinante. Possiamo trovare qualche esempio di tale espediente anche nel Cinema (pensate al monologo di Adenoid Hynkel nel film Il grande dittatore di Charlie Chaplin) e nella musica (come la canzone Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano).

Perché l’ho sempre trovato degno di interesse (e anche notevolmente difficile da realizzare)? Beh, come ha detto Fo in un’intervista: “Il grammelot mi serviva perché spiazza e spiazzare il pubblico vuol dire portarlo fuori da quella condizione passiva di chi viene a teatro che se ne sta lì, comodo, seduto e pretende che tu lo faccia divertire… col grammelot sono io che guido il gioco e dico allo spettatore: vuoi ridere? Prima devi capire, essere intelligente“. Che altro aggiungere?

– Lidia Marino – 

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