Il goticissimo Crimson Peak: la recensione

1Analizziamo gli elementi principali del gotico: castelli sperduti e molto cupi, personaggi grotteschi, fenomeni paranormali e, solitamente, un’ambientazione antica. Basandoci su questo, possiamo tranquillamente affermare che sulla carta Crimson Peak sia assolutamente perfetto. Svela dei protagonisti disturbanti, li colloca in un luogo tetro e ci racconta una storia dove i fantasmi sono del tutto reali. Conosciamo Edith Cushing come una donna forte e vogliosa di diventare una scrittrice, più interessata al mondo esterno che a trovarsi marito. Ed è proprio questo, o così sembra, ad attirare l’attenzione di un aristocratico inglese, Thomas Sharpe, in visita in America, nel tentativo di trovare fondi che gli permettano di costruire un macchinario molto importante per lui e per la sorella Lucille. Andando contro il parere di coloro che la circondano, Edith finisce per innamorarsi perdutamente dell’affascinante Thomas, per poi sposarlo e seguirlo nella sua abitazione inglese: una dimora oscura e antica, che nasconde molte insidie e una verità che sarà molto dolorosa per la donna.

La scenografia è curata al punto da essere possibile quasi ricordarsi i dettagli del castello, con la sua argilla che emerge dal pavimento, che cola dalle pareti, che tinge tutto l’esterno di rosso. Tale colore, infatti, è ovunque ed invade la mente dello spettatore, con il continuo collegamento tra quell’argilla – che poi è il vero motivo di tutto quell’orrore – e il sangue di cui sono tinti gli spiriti o le ferite che i personaggi subiscono. Un’abitazione d2ecadente, che un tempo sarebbe apparsa grandiosa, ma che ora cade a pezzi ed è solo il ricordo di un tempo passato, di una vita vissuta anni prima, che spinge i due Sharpe a non abbandonarla. Ed è proprio in tale elemento che emerge l’impronta tipica di Guillermo Del Toro: quel suo muoversi tra antico e presente, tra reale e irreale e destabilizzare il concreto con la fantasia. Come lo stesso regista ha affermato in un’intervista per Ciak: “la casa è lo specchio di carne della famiglia; è disegnata apposta per diventare un mausoleo, una sorta di giara mortale. Il corridoio ha la silhouette di una persona con spalle e cappello. Le finestre somigliano ad occhi che guardano tutto. Il foyer è una bocca con denti appuntiti.” E tutto questo è ben realizzato e comprensibile per chi guarda, senza necessità di spiegazione, e se ne subisce un certo fascino. La stessa minuzia viene affidata alla scelta dei costumi, che delle volte appaiono fuori dal mondo, come appartenenti ad un universo che non può mai essere esistito, ma che rimangono fedeli al classico collegamento tra colore e ruolo nella pellicola: Edith, infatti, non viene mai, se non per il lutto, vista con abiti che non siano più che candidi, in perfetta armonia con i suoi biondi capelli. L’interpretazione di Tom Hiddleston, Mia Wasikowska e Jessica Chastain è ineccepibile: se delle volte le reazioni visive della protagonista Edith sembrano troppo eccessive, il volto solitamente inespressivo della Wasikowska sembra sposarsi bene con il suo personaggio fragile, ma al tempo stesso quasi esente dalla paura destabilizzante che avrebbe dovuto afferrarla. I due Sharpe hanno una chimica tangibile: Hiddleston e la Chastain funzionano con un tale trasporto da essere senza dubbio tra gli elementi principali della bellezza del film.

Cosa ha incrinato, allora, un potenziale gioiellino? Beh, l’elemento più importante: la storia. E 3non per quello che narrava, che apparteneva in modo esemplare al suo contesto gotico vittoriano, ma per il modo nel quale l’ha fatto. Si è avvertito in ogni momento importante per lo sviluppo della trama quasi la paura dello scrittore di non essere all’altezza, come se temesse l’accusa di aver creato qualcosa di già sentito e prevedibile, ma proprio per tale sentimento è finito per far uscire dal cinema lo spettatore esattamente con quel pensiero. Si viene infatti condotti per mano a scoprire molto prima della protagonista stessa tutto quello che poi le verrà svelato alla fine, creando quella sensazione di delusione, per non esserne stati sorpresi insieme a lei. Ma ciò, che normalmente è un errore di poca inventiva, qui dipende proprio dalle scelte di chi narra. Arriviamo a delle conclusioni esatte perché subito veniamo informati di dettagli che non possono che condurci in quella direzione. E quindi mi chiedo: perché? L’unica risposta che riesco a darmi è che Crimson Peak si compiaccia così tanto della sua bellezza stilistica e tecnica, che si perde nell’affrontare una favola gotica che sarebbe stata incredibilmente intensa, con pochi e semplici accorgimenti, e ciò mi riempie di dispiacere. Un dettaglio che però ho amato è stato il presentarci la pellicola, facendoci credere di stare per assistere all’inserimento della protagonista in una casa stregata, per poi accorgersi quasi subito che i fantasmi sono presenti ovunque perché è proprio lei a vederli, a prescindere dall’ambientazione. Molto interessante. Per il resto, ottima riuscita visiva di un prodotto che, se non fosse stato per un timore evidente della sceneggiatura, sarebbe stato una vera e propria chicca.

– Lidia Marino – 

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