Il dolore nell’arte

Si dice che gli artisti sentano ogni sentimento amplificato dentro di loro. Ecco perché molte delle tematiche trattate nella musica, nei film e nelle composizioni in generale appartengono alla sfera delle emozioni. Oggi ho scelto come protagonista del mio articolo il dolore nell’arte, focalizzandomi più su un concetto psicologico, su un male che divora l’anima, e non su quello prettamente fisico. Ancora più dell’amore, la sofferenza è qualcosa che tutti proviamo nella vita e dunque viene trattata spesso e in modalità diverse nel corso della storia: se nell’antichità classica si tendeva a rappresentarla come composta e appena accennata, nel Medioevo raggiunge addirittura vette di sacralità, dove spesso a patire è il Cristo o i santi, che non mostrano mai però di lasciarsi andare, ma anzi si rassegnano pacatamente al martirio. Per passare a un dolore espresso giungiamo invece al Romanticismo. L’uomo comincia a guardarsi dentro, ma soprattutto a porsi come entità importante, che vuole conoscere il proprio io. Pittori come Friedrich iniziano ad esprimere metaforicamente il dolore tramite l’espressionismo tedesco – tormente, alberi nodosi – per dare un significato pittorico a ciò che avvertono interiormente. Ma è solo con opere come i ritratti di alienati di Géricault che si inizia a lasciare alle spalle il soggetto perfetto ed eroico e a trattare anche il momento della malattia, con le sue ripercussioni sul singolo.

Andando avanti con il tempo la volontà di esorcizzare o comunque raccontare ciò che si porta dentro diventa una necessità. E non posso che parlare, allora, di due esponenti importanti di questo pensiero. L’animo tormentato di Vincent Van Gogh emerge sin dalle sue prime opere e in varie forme. Autoritratti, corpi disperati o piegati e paesaggi inquietanti e desolati, presagi di morte. Sappiamo l’epilogo della sua vita, del resto, e non ci stupiamo della sofferenza che riusciamo a scorgere nella sua poesia pittorica. Eppure io ritengo che il Maestro del Dolore sia in realtà Edvard Munch. Ovviamente, pensando a lui avrete subito figurato nella vostra mente la sua opera più famosa, che del resto è proprio la raffigurazione di un grido, di un momento di pura angoscia. L’Urlo è l’emblema della disperazione, perché non si focalizza sul dare un motivo, un corpo specifico, una storia al suo protagonista, ma solo di farci sentire ciò che prova. Ma nelle opere del pittore norvegese c’è tantissimo supplizio, dovuto ai numerosi lutti che ha dovuto subire e nessun quadro – sempre soggettivamente – potrà esprimere tristezza, desolazione e impotenza nei confronti della vita come La fanciulla malata. «Ho ridipinto questo quadro molte volte durante l’anno – l’ho raschiato, l’ho diluito con la trementina – ho cercato parecchie volte di ritrovare la prima impressione – la pelle trasparente, pallida contro la tela – la bocca tremante – le mani tremanti. Avevo curato troppo la sedia e il bicchiere, ciò distraeva dalla testa. Guardando superficialmente il quadro vedevo soltanto il bicchiere e attorno. Dovevo levare tutto? No, serviva ad accentuare e dare profondità alla testa. Ho raschiato attorno a metà, ma ho lasciato della materia. Ho scoperto così che le mie ciglia partecipavano alla mia impressione. Le ho suggerite come delle ombre sul dipinto. In qualche modo la testa diventava il dipinto. Apparivano sottili linee orizzontali – periferie – con la testa al centro […] Finalmente smisi, sfinito – avevo raggiunto la prima impressione» (parole dello stesso autore).

Proseguendo con la storia e avvicinandoci alle Grandi Guerre, il tema diventa sempre più presente. Ne La sposa del vento, dipinto da Oskar Kokoschka nel 1914, ad esempio, vi è chiaro riferimento all’angoscia che può portare il futuro, all’incognita che è l’umanità stessa. Ma seguendo questo principio ci sposteremmo maggiormente sulla paura e sugli orrori dei conflitti, dunque lo abbandoniamo per una futura riflessione. Concludo dunque con Frida Kahlo, un’artista capace proprio di trasformare il dolore in arte, le difficoltà in gioia di vivere. Una donna con una vita davvero ricca di sofferenze, che pure non l’ha piegata, ma che anzi le ha dato occasione di esprimersi come leggenda. Un patimento che racconta con le sue opere, spesso molto crude, senza filtri e senza censure, che però non subisce, ma affronta. Un esempio lampante La colonna rotta, del 1944, autoritratto dove la sua spina dorsale è rappresentata come una colonna ionica appunto rotta in diversi punti, il busto è lacerato, il volto è segnato dalle lacrime, mentre decine di chiodi sono conficcati ovunque. E nonostante ciò, lo sguardo è carico di sfida, ricco di un animo combattente.

Modalità diverse, ma in realtà sempre esistite nella necessità artistica, che sente questa ineluttabile esperienza di dolore e ne fa a volte un aiutante a volte un vero ostacolo, ma che ad ogni modo permette ai posteri di relazionarsi ad essi per sempre.

– Lidia Marino – 

 

 

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