Il crimine che paga: il ruolo della mafia al cinema

2Nella storia del cinema gli elementi narrativi che possono dire di aver dato vita a dei veri e propri “generi” sono davvero pochi. Questo articolo parla del ruolo della mafia al cinema;, in modo un bel po’ superficiale, potremmo credere che il genere di queste storie sia il “poliziesco” classico, non fosse per il fatto che accanto ad esso troviamo il “gangster movie”, in tante e varie declinazioni. Potremmo quindi passare tutto l’articolo a parlare delle differenze fra il Michael Corleone di Coppola e lo Scarface di De Palma. Ma la mafia, sul grande schermo, ha generato ben più che queste, ha creato più generi e più modi di parlare di essa, proprio perché la malavita organizzata, ancor prima di essere espediente per belle storie, è soprattutto un problema sociale, e come esso ha avuto varie e tante letture. Due, in particolare.

1. Il crimine piace…

Allora, ribadiamo una banalità ripetuta sino allo sfinimento dalla critica e dai commentatori: la mafia su grande schermo piace. Ci piace vedere criminali in azione, gente terribile che spara senza pietà contro civili indifesi, tragedie nate da guerre fra famiglie… insomma, alcuni dei più grandi pezzi del cinema di ogni tempo sono schegge di film sulla malavita, dal tentato omicidio di Vito Corleone sino ai tetri dialoghi fra Jack Nicholson e Leonardo di Caprio in The Departed (2006). Sono tutti film abbastanza complessi, che sfidano le vecchie leggi della drammaturgia; il cattivo è il buono. Mai però uno di questi film, a prescindere da quel che dicono i detrattori, ha esaltato il male in sé. I protagonisti del mafia movies sono sempre visti male dagli autori delle pellicole. È vero, ci appassioniamo alla loro scalata al potere, entriamo in empatia con loro 1quando subiscono un torto, tifiamo per essi quando ammazzano un loro nemico, ci commuoviamo quando, spesso e volentieri, muoiono crivellati a loro volta. E magari a volte qualcuno di noi spettatori va oltre e prende spunto da loro per diventare un criminale (vedi tanti camorristi e mafiosi), così come è possibile fare di questi personaggi veri e propri oggetti di culto. Ma quando analizziamo a mente lucida il modo in cui sono trattati dagli sceneggiatori e dai registi, ci rendiamo conto di quanto (per fortuna) questi film possano dare contenuti molto più alti, di testa, rispetto a qualche ipotizzato “culto della violenza”.

2. … ma non ai registi.

In realtà non c’è genere che abbia parlato meglio della natura umana, riuscendo a volte a dare tanti spunti sul bene e sul male, sulla loro banalità e fragilità. Perché un cattivo diventa cattivo? Da dove nasce la necessità di fare del male? Perché? L’epica del gangster è l’epica del male, non solo esteriore (sociale) ma soprattutto interiore. È solo in questo genere che i grandi maestri sono riusciti molte volte a delineare quadri quasi filosofici di grandi questioni morali con poche pennellate. La grande trama de Il Padrino (1972-1974-1990), al di là dell’immensa guerra di potere dei Corleone, si svolge tutta nella mente e nel cuore di Michael, il protagonista che crea il suo impero in memoria del defunto padre e poi vede la sua famiglia distruggersi sotto il suo peso. Spesso l’argomento è il potere, il suo fascino, e le conseguenze estreme della sua rincorsa. E no, non c’è banalità, perché spesso il potere è descritto come talmente piacevole da volerlo afferrare e trattenere. Fa gola. Trascina in basso, ma è succulento. Un genere ambiguo, per stomaci forti.

3. Oltre il gangster3

C’è poi l’altra faccia della medaglia, ossia il cinema di denuncia, soprattutto italiano. Se negli U.S.A. tutto il materiale di cronaca nera legato alle mafie è stato rielaborato dal cinema, qui da noi no di certo. Sin dagli anni ’70 abbiamo sbattuto i mostri in prima pagina, sia raccontando storie vere come quella di Falcone, Borsellino o Puglisi, sia di finzione, che però avevano l’obbiettivo di avvicinarsi alla realtà per denunciarla, tentare di farla conoscere il più possibile. Un cinema che ha avuto esiti più o meno buoni, che ha creato dibattiti e fatto riflettere. In esso la mafia non è solo male, ma cancro sociale, e la società quasi sempre un corpo malato le cui responsabilità per l’affiorare della malattia sono sempre molto gravi. Pochissimi gli esempi maturi di mitizzazione del delinquente, anzi l’(anti)eroe non può mai essere il mafioso. Mai; persino il Salvatore Giuliano di Rosi (1962) era trattato con un distacco totale, con il focus tutto sull’episodio storico raccontato. Solo in tempi molto recenti c’è stato qualche maldestro tentativo, con le fiction Mediaset (tutte con Gabriel Garko!), che hanno pescato a piene mani dagli archetipi inviolabili come Coppola & co. per arrivare ad esiti… beh, dai, non spariamo sulla croce rossa…

– Fabio Antinucci – 

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