I villeggianti, la recensione del film di Valeria Bruni Tedeschi

Cos’è la vita senza l’amore? si chiede Nada nel celebre brano cantato da Valeria Bruni Tedeschi e Valeria Golino; un interrogativo che potrebbe essere ribaltato in Cos’è la vita senza il cinema?, quesito che la regista insegue attraverso una narrazione che si dipana sul problematico contatto tra realtà e finzione, rapportandosi con un medium che non è mai capace a cristallizzare in maniera oggettiva un frammento del reale, incapace di svincolarsi dallo sguardo demiurgico e mai imparziale dell’autore e della macchina da presa.

Lasciata dal suo compagno Luca (Riccardo Scamarcio) per un’altra donna, Anna (Valeria Bruni Tedeschi) non sa come giustificare la sua assenza ad amici e parenti, soprattutto alla figlia Célia (Oumy Bruni Garrel) durante le vacanze estive nella villa in Provenza di sua sorella Elena (Valeria Golino) e sua madre Louisa (Marisa Borini). Nel frattempo, Anna sta per scrivere il suo quarto film insieme a Nathalie (Noémie Lvovsky), inerente nuovamente a un aspetto tragico della sua vita, ossia la morte per aids di suo fratello Marcello (Stefano Cassetti), progetto di cui Elena non è al corrente, contraria allo sfruttamento mediatico di una simile tragedia privata.

La veridicità del gesto finzionale: l’autobiografia immaginaria di Valeria Bruni Tedeschi

Il cinema si caratterizza per uno sguardo e un punto di vista che raggiungono un’autenticità sempre parziale e mai oggettiva, ma è pur vero che è capace di svelare una verità che appare più vera del reale, in un simulacro della propria esistenza che Elena sottolinea amaramente nel descrivere la filmografia di Anna, strumento per parlare implicitamente e negativamente delle persone che la circondano; attraverso il contatto catartico con il film, la protagonista è in grado di rivelare quella veridicità che, nella vita quotidiana, è costretta a perire di fronte al silenzio del senso di colpa, a un falso perbenismo e a un’incomunicabilità che relega i villeggianti a degli spettri. Questo discorso metariflessivo sul cinema rispecchia perfettamente il progetto di Valeria Bruni Tedeschi, che comprende tre diversi livelli di realtà (la vita della regista, quella di Anna e il film di quest’ultima): si pensi che I villeggianti, quarto film della Bruni Tedeschi (come il film da sceneggiare è il quarto per Anna) è dedicato a un defunto fratello ed è scritto insieme a Noémie Lvovsky (interprete di Nathalie, non a caso la collaboratrice alla sceneggiatura di Anna). La regista utilizza il cinema per dirigere una sorta di autobiografia immaginaria, che include i suoi veri familiari, compresa sua figlia, all’infuori di sua sorella Carla e del suo ex Louis Garrel, sublimati nella Golino e in Scamarcio. In maniera quasi ossessiva, la Bruni Tedeschi sembra realizzare un film prevalentemente per se stessa, per i suoi fantasmi e per la “maschera” che caratterizza i personaggi da lei interpretati, ossia una donna costantemente insoddisfatta e nevrotica che va alla ricerca di un amore sfuggevole (la stessa autrice ha dichiarato in conferenza stampa a Venezia di voler essere amata di più, soprattutto dagli uomini), ricalcando gli echi delle donne in crisi interpretate da Monica Vitti nel cinema di Antonioni.

Il rapporto tra cinema e verità: un reale impossibile da alterare del tutto

La gente non sopporta troppa verità recita il personaggio di Anna Bonaiuto nel capolavoro di Ferzan Özpetek Napoli velata. Il riferimento al thriller del regista turco è rappresentativo in relazione al rapporto che due personaggi problematici e in crisi con se stessi, come quello di Giovanna Mezzogiorno in Özpetek e quello di Valeria Bruni Tedeschi nel suo film, instaurano con il cinema in quanto medium di svelamento ma, al contempo, di manipolazione del reale. Se la Mezzogiorno non ha altra strada al di fuori della follia per poter accettare la perdita del proprio amore, le nevrosi e l’isteria della Bruni Tedeschi favoriscono un rapporto catartico con l’arte, con il fine di sublimare i propri dolori e fallimenti, alla ricerca di una verità intimistica. Per entrambe, il cinema riveste un ruolo di prim’ordine, che arriva a funzionare come un dispositivo in grado di (auto)creare il proprio testo, aspirato dalla Bruni Tedeschi come strumento per elaborare la perdita del fratello, disinteressata dal volere dei morti e dal dolore altrui, incapacitata nel portarlo a compimento a causa delle ossessioni che minano la stesura di quel progetto. L’amarezza si rivela nel fallimento del cinema nel suo rapporto con i personaggi, svelando la sconfitta di entrambe, dal crollo del delirio che squarcia il “velo di Maya” della Mezzogiorno, nell’accettazione dell’ineluttabilità dell’esistenza, all’eterno ritorno del proprio dolore identitario per la Bruni Tedeschi, che non ha fine neanche nell’immersione estrema nella finzione (il finale onirico e felliniano in cui, nel set cinematografico dove la protagonista sta girando il suo film, Anna continua a inseguire Luca nella nebbia); nonostante la catarsi, il cinema per Anna si rivela inefficace nel sanare le ferite della sua anima e nell’offuscare una finzionalità incapace di alterare del tutto le pieghe di un reale difficile da accettare.

La villa come limbo spettrale: il grigiore esistenziale dei villeggianti

Il ritmo narrativo permette di delineare uno sguardo disincantato sulla borghesia (rievocante il cinema di celebri autori, da Renoir a Buñuel, da Antonioni a Fellini), inscrivendo i personaggi in uno spazio ameno ed edulcorato, totalmente in antitesi con il grigiore della loro esistenza, includendoli ma al contempo allontanandoli a causa di un’incomunicabilità che non conduce ad alcuna forma di empatia neanche nei momenti “collettivi”, in cui si confrontano su temi intimi e controversi, come gli abusi subiti da Anna a sette anni da parte di un marinaio o la decisione di Elena di abortire per evitare uno scandalo attorno a suo marito, all’epoca ancora sposato con la sua ex moglie. Muovendosi come degli spettri all’interno della dimora, i personaggi sono messi in scena in maniera caricaturale e spietata, mossi da una noia che sembra restituire gli omonimi “tempi morti” del cinema di Antonioni, in cui i villeggianti sprecano il loro tempo in azioni del tutto inusuali e sciocche, si pensi alle ridicole performance di Bruno (Bruno Raffaelli), marito di una defunta amica, che lo relegano a clown macchiettistico del gruppo (nascondendo invece un dolore mai esternato per la morte di sua moglie, che lo conduce quasi al suicidio) o a un’annoiata Elena che, spesso brilla a causa dei sensi di colpa per una mancata maternità e per la scarsa elaborazione del lutto del fratello (l’unica persona che, di fatto, l’ha fatta sentire veramente amata nel corso della sua vita), passa le sue giornate a bordo piscina o a ballare tra i corridoi, imitando lo spot della birra Peroni o giocando infantilmente con il fallo di una statua. Intrappolati in un’esistenza tediosa e priva di risoluzione, la vita dei villeggianti si colloca come contraltare della tempesta amorosa che invece vitalizza l’esistenza dei domestici, tra i quali iniziano a nascere relazioni sentimentali (la custode con il vigilante, il cuoco con Nathalie) che, sebbene destinate a fallire, aggiungono quelle sfumature di colore nella monotonia del contesto. La villa non diventa un’arena in cui le esplosioni emotive dei personaggi condurranno a un bagno di sangue a modello del recente A casa tutti bene di Gabriele Muccino, ma si configura come un “non-luogo”, in cui la vita sembra quasi di troppo e il tempo un mero lusso sovrabbondante.

– Leonardo Magnante –

 

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