I meravigliosi traumi del ciclo Tante Storie

1Sono le quattro del pomeriggio. Avete nove anni e non vi va di fare i compiti del pomeriggio: matematica, italiano, storia, geografia. Seduti in salotto mentre giocate con il vostro Transformer, attendete il patibolo in silenzio, immaginandovi la noia che vi accompagnerà per ben tre ore. Il segnale dell’inferno in arrivo giunge: madre apre la porta della camera da letto, va in cucina, accende la tv, e poi… sbam, parte la sigla del ciclo Tante Storie di Canale 5. Madre si è seduta al tavolo, e ora hai solo una certezza: anche oggi ad accompagnare gli esercizi di matematica ci saranno vicende strappalacrime o noiosissime storie d’amore ambientante fra gli splendidi fiordi scandinavi. Ah, ricordi d’infanzia…

Di cosa parliamo? Tante Storie è il delizioso titolo nazional-populista scelto da Mediaset per raggruppare in un contenitore pomeridiano seriale una serie di film per la TV, per lo più statunitensi o tedeschi (sempre danni fanno insieme, questi…), che, come accennavamo prima, erano indirizzati a un pubblico femminile fra i quarantacinque e i settanta, lo stesso delle soap-opera.  Erano infatti film incentrati su rapporti familiari, storie d’amore (tormentate o meno) o, quando ci andava davvero male (e parlo di noi come pubblico involontario), storie di bambini malati di leucemia destinati a morire entro sei mesi. Ragazzi, un titolo che non dimenticherò mai, su tutti, a questo proposito: L’ULTIMA-ESTATE-DEL-MIO-BAMBINO. No, dico… L’ULTIMA-ESTATE-DEL-MIO-BAMBINO. Cioè, tu stavi lì, avevi già i tuoi affari (di solito sette moltiplicazioni e una decina di esercizi di grammatica) e intanto ti scorrevano davanti i drammi di un bimbo morente. E sull’altro canale Lady Oscar se le dava di santa ragione con i cattivi di turno. Ma va bene, questo è un serissimo articolo e non un post di un blog, quindi sarò serio e assolutamente analitico, MA DIAVOLO, L’ULTIMA-ESTATE-DEL-MIO-BAMBINO! MALEDETTO! Me lo sogno ancora il finale di quel film! Maledetti! Peste vi colga! Maledettissimi!

2Scherziamo, ma fino a un certo punto. Scusate. Torniamo seri: erano prodotti molto standardizzati,alcuni dei quali anche “ben fatti” (per quanto elementari e che utilizzavano i cliché narrativi più banali del genere), che andavano a collocarsi all’interno di un solco narrativo e di una “funzione” che risaliva all’Harmony e, prima ancora, alla letteratura a puntate ottocentesca. Detta in poche parole, queste storie, tutte o tragiche (ma dal finale consolatorio, quasi volessero sottolineare che doveva esserci “luce-in-fondo-al-buco”) o dolci e ottimiste sino a causare l’esplosione per troppo zucchero nelle vene, avevano come obbiettivo quello di intrattenere un determinato pubblico, dandogli esattamente quello che voleva: o un esempio di realtà crudele ma in fondo in fondo rassicurante, oppure la fiaba ambientata ai giorni nostri. La televisione è spesso stata, infatti, prettamente “paraletteraria” (e questo dato di fatto è cambiato solo negli ultimi decenni), dando alle persone esattamente ciò che chiedevano per evadere e non pensare ai propri problemi mentre stiravano o lavavano per terra.

Pur nella loro palesissima ruffianeria, i film erano “ben confezionati”, e facevano il loro sporco lavoro in maniera abbastanza efficace. Pure troppo, certe volte. Ah… “L’Ultima Estate del mio Bambino” tenetevelo!

– Fabio Antinucci – 

Rispondi