I maestri del fumetto: Jeph Loeb

1In questa nostra carrellata di piccoli-grandi fumettisti dell’industria statunitense abbiamo, fino a questo punto, parlato di una serie di figure che hanno fatto la storia delle sue prime ere; da Stan Lee a Gene Colan, si trattava di autori che hanno creato figure cardine dell’immaginario collettivo divenendo, in alcuni casi, veri e propri miliardari che hanno fondato imperi sul successo delle loro storie. Oggi, poco prima di passare ai veri grandi del fumetto come Miller o Moore, esploriamo un altro tipo di creativo, un gigante del nostro tempo che ancora non è oggettivamente potuto passare alla storia del fumetto (anche se in effetti il suo capolavoro, Il lungo Halloween, svetta sull’Olimpo insieme a Watchmen e Batman-Il ritorno del cavaliere oscuro), ma che aiuta a capire alcune interessanti dinamiche che sono nate fra cinema d’intrattenimento e fumetto U.S.A. negli ultimi anni. Stiamo parlando di Jeph Loeb, che è anche, attualmente, showrunner di una delle serie Netflix più amate: Daredevil!

Fra cinema e fumetto (come dicevamo)

Primo elemento d’interesse: Loeb non si forma all’interno di qualche studio fumettistico o facendo il freelance per imparare il mestiere da un maestro, come buona parte dei grandi della nona parte, bensì si forma all’università laureandosi in cinematografia. Questo vuol dire (e la cosa è riscontrabile anche leggendo i suoi fumetti) che Loeb è abilissimo nel costruire la narrazione sulla pagina seguendo una spettacolarità che abbandona sempre quella propria del fumetto per sperimentare invece nuove soluzioni più prettamente cinematografiche, e non è un caso che Il lungo Halloween sia, di fatto, un omaggio a uno dei capolavori del cinema contemporaneo, ossia Il padrino di Coppola. C’è quindi un ritmo, all’interno della pagina, basato sull’inquadratura spettacolare, sulla “camera” immaginaria che si sposta in modo dinamico fra un soggetto e l’altro in cerca, sempre, della velocità nel mostrare cosa accade. Una tecnica assolutamente moderna, che fa tesoro delle lezioni di altri contemporanei per spingere però la narrazione a un livello forse ancora superiore. Ma Loeb lavora anche per il cinema di genere, e suo è, incredibilmente, lo script di uno dei più beceri e divertenti film di Arnold Schwarzenegger degli anni ’80: il mitico e improbabile “revenge movie” Commando!

Il fumetto post moderno

2Ciò che non è becero è invece il suo approccio col mondo del fumetto, dicevamo: Loeb, pur lavorando prettamente con i supereroi, passa gli anni ’90 a consolidare il nuovo gusto “adulto” di questo genere sia in casa Marvel che DC Comics attraverso una marea di ottimi prodotti, in primis quelli dedicati a Batman. Oltre a Il lungo Halloween, infatti, Loeb cura anche storie stand-alone di Catwoman e delinea con l’aiuto del grande disegnatore Jim Lee un arco narrativo incentrato su Hush, uno dei più ingegnosi e moderni fra i villains DC degli ultimi trent’anni. Oltre alla velocità, alla quale accennavamo poche righe fa, le caratteristiche dei suoi lavori sono il tono al tempo stesso “classico” e “dark” delle sue storie, che rielaborano l’immaginario del fumetto della Golden e Silver Age per costruire delle storie innovative, con più attenzione al meticcia mento di più sottogeneri, come il romanzo d’investigazione, per rileggere i classici delle varie mitologie in un’ottima (post)moderna. Loeb non è dunque un innovatore come Miller o Moore, ma riesce fondamentalmente a sviluppare i loro temi e “a fortificarli” per farli entrare in maniera organica all’interno del canone delle storie di supereroi, sia per quel che riguarda le innovazioni stilistiche che i temi trattati.

Lo sceneggiatore transmediale

Loeb incarna, infine, la figura del creativo che riesce alla perfezione a costruire prodotti che si sviluppano in più canali partendo dalla stessa materia di base: il “suo” Daredevil, che ha curato come supervisone per Netflix, è un omaggio straordinario ai suoi “compagni di viaggio”, Miller in testa, e a un “nuovo corso” del fumetto di supereroi che anche lui ha contribuito a sviluppare. Non solo: è anche il segno dell’affermazione di un nuovo tipo di creativo, inserito nella grande industria,  capace di portare un po’ di autorialità all’interno di sistemi produttivi per l’intrattenimento spesso molto, molto, molto impersonali.

– Fabio Antinucci –

 

 

 

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