I maestri del fumetto: Dave McKean

Il fumetto, abbiamo detto nelle scorso puntate, ha lentamente subito una trasformazione che ne ha fatto diventare una parte consistente sinonimo di “alta letteratura”, distaccata rispetto alla gran parte della produzione di comics sui supereroi. Questo grazie agli autori: da Moore a Gaiman, gli scrittori hanno affinato le loro sceneggiature per farne dei prodotti culturali all’altezza di un mondo nel quale cinema, musica e persino cartoni animati stavano diventando più adulti. Il comparto “disegno” del fumetto non è stato da meno: l’immagine è mutata ed è diventata più complessa, passando dal codice dell’illustrazione “realistica”, “nuda e cruda”, a quella dell’illustrazione più “psichedelica”. Stiamo parlando, senza ancora nominarli, di due disegnatori in particolare, ossia Bill Sienkiewicz e Dave McKean. E oggi parleremo proprio di quest’ultimo.

Immagini scomposte

Tanti sono i capolavori di McKean, dai fumetti scritti e disegnati da lui sino alle grandi collaborazioni con Grant Morrison e Neil Gaiman: Violent Cases, Cages, le copertine di Hellblazer, Black Orchid. E poi, ovviamente, c’è l’opera di cui possiamo parlare meglio per scoprire “da vicino” la tecnica di questo disegnatore: Arkham Asylum, che abbiamo già trattato più volte nelle rubriche sul fumetto. Prendiamo la storia, in teoria una semplice avventura di Batman, e vediamo come McKean l’ha interpretata: a fronte di una classica storia d’azione nel manicomio di Gotham City, McKean crea tavole visionarie nelle quali tutto è scomposto. Il “reale”, attraverso le fotografie, coesiste con l’“immaginario”, ossia i disegni stessi. Le forme delle figure umane sono tutte sballate, i fondali senza particolari. Se si confronta la sceneggiatura di Grant Morrison con i disegni finali vediamo che mentre lo scrittore aveva definito in modo iper particolareggiato tutti i dettagli delle figure, McKean si è “divertito” a trascurarli, a buttare tutta l’operazione sul versante del fantastico. Pochi sono gli elementi veramente descrittivi, e giusto per quel che basta a dare l’idea di cos’abbiamo davanti. Tante sono invece le “intrusioni”, ossia quegli elementi come oggetti o dettagli che sono messi in risalto nella pagina senza che abbiano un rapporto “logico” con ciò che li circonda.

L’età della sperimentazione

Un tipo di impostazione grafica di questo tipo sembra quasi non appartenere al fumetto classico. Insomma, queste sono illustrazioni. E anche delle più astratte, delle più concettuali. Di quelle che, per vari motivi, ti aspetteresti di trovare nel portfolio di un artista contemporaneo piuttosto che di un fumettista, eppure quando McKean partì per l’America con i suoi lavori per cercare fortuna era già pienamente convinto di voler fare il disegnatore di fumetti. Il primo incontro fu persino con la Marvel, all’epoca (il 1986) ancora un bel po’ tradizionalista, e solo dopo con la ben più “di frontiera” DC Comics. McKean voleva disegnare fumetti dando loro un aspetto non da fumetto, andando oltre le convenzioni, figlio di un decennio che aveva visto l’arte e la letteratura pop esplorare frontiere molto poco battute nei decenni precedenti.

Pop art

Il prodotto più immediato di quest’impostazione innovativa è stato il fatto che McKean sia non solo un disegnatore di storie, ma anche una illustratore di copertine di CD o di libri “tradizionali” (come Coraline di Neil Gaiman). McKaean quindi non solo come “storyteller”, ma come ingranaggio geniale e perfettamente originale del modo contemporaneo di raccontare storie. Di un mondo nerd, attento alle nuove frontiere dell’intrattenimento “intelligente” e “indie”.

– Fabio Antinucci –

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