I maestri del fumetto: Art Spiegelman

“Fumetto”, dal dopoguerra a oggi, è stato molte cose: fantasia, fine creazione narrativa, commercialità, persino alta letteratura. Come per i libri “tradizionali”, anche la nona arte è fatta di tantissimi ambiti diversi fra loro, come già abbiamo visto. Esistono (e lo sappiamo già), fumetti capaci di parlare di grandi problemi attraverso un linguaggio criptico e molto sofisticato, come Miller e Moore insegnano. È il mondo delle graphic novel del resto, no? Bene, esiste un altro livello di fumetto, ancora più “alto”, al quale Art Spiegelman, l’autore di oggi, appartiene, che si può trovare nei volumi sugli scaffali di molti intellettuali di sinistra americani. Curiosi?

Spiegelman, l’underground e Raw

Art Spiegelman nasce a Stoccolma nel 1948 da una famiglia di ebrei polacchi scampati al genocidio nazifascista durante l’ultima guerra. Emigra con la famiglia in America e qui, da ragazzo, comincia a lavorare come illustratore e fumettista negli ambienti della sottocultura americana anni ’60-’70: un ambiente fatto di nuove concezioni della sinistra american, anticonformismo molto intellettualoide, qualche acido, concerti alternativi. È fra i fondatori di Raw, rivista di attivisti satirici contro la società del tempo, e subito si fa conoscere come figura scomoda, perché non le manda a dire in faccia. È dissacrante, parla di droga, immagini psichedeliche, disagio giovanile. Era il perfetto prodotto del tuo tempo, della sua generazione: un concentrato di attivismo e creatività assolutamente rivoluzionari, che in poco lo portarono dritto all’interno degli ambienti del progressismo americano.

Maus

L’esempio perfetto è, senza dubbio, Maus, del quale abbiamo parlato in una puntata de I capolavori del fumetto qualche settimana fa: “fiaba postmoderna” dove la Seconda Guerra Mondiale viene raccontata in modo visionario e innovativo, è il simbolo della fantasia piegata al racconto di una realtà terrificante, ma è anche, e sarà, fra i più commoventi “testamenti spirituali” di un fumettista. Orfano di madre, suicidatasi perché non riusciva a superare il trauma della detenzione ad Auschwitz, il giovane Art è stato in case di cura, si è rifugiato nell’arte come valvola di sfogo e ha dovuto raccontare l’orrore personale per sfuggire al “male di vivere”. Trasformando un fumetto in una confessione, la confessione di cosa voleva dire essere stato un giovane figlio di ex-deportati nell’America dei ruggenti anni ’60 e ’70, nei quali sembrava andare tutto alla grande, ma in cui, al tempo stesso, le famiglie di immigrati ebrei vivevano portandosi dietro paura per la discriminazione, sofferenza per il grande genocidio, voglia di dimenticare.

Intellettuale

Quando nel 1997 uscì, in tutto il mondo, La vita è bella di Roberto Benigni, tanti lo misero a paragone con Maus: per molti erano due modi “dolci” per raccontare l’irraccontabile, l’uno col fumetto e l’altro con la commedia. Spiegelman se ne dissociò subito, e fece bene. Spiegelman non voleva “addolcire la pillola” proprio per nulla, perché per lui, come dicevamo, il fumetto era mezzo di espressione e di dissacrazione della tragedia, necessaria per raccontare la Shoah. Militante, scontroso, alla costante ricerca di risposte, il nostro autore di oggi emerge come un creativo simbolo di un’epoca nella quale andavano a braccetto capacità di fare attività intellettuale e cultura pop con una serietà e un lucidità che oggi è difficile reperire in giro. Anche nel mondo del fumetto.

– Fabio Antinucci – 

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