I grandi registi dalla A alla Z: Alex Proyas

1Bentornati nel mondo dei grandi registi. Essendo arrivati alla lettera P la maggior parte di voi si aspettava di certo Pasolini o Polanski; ovviamente sono i primi due nomi che son saltati in mente anche a me. Ma poi ho pensato: come faccio a far stare la travagliata vita e l’immensa carriera artistica di questi due mostri sacri in meno di 5000 battute? Impresa ardua che questa volta non mi sono sentita di affrontare. Al prossimo giro. Questa volta invece impareremo a conoscere un regista decisamente minore rispetto a Pasolini e Polanski, ma che comunque sta lasciando la sua impronta nella storia del cinema.

Alex Proyas nasce il 23 settembre del 1963 a Il Cairo da genitori greci. Quando Alex ha tre anni la famiglia si trasferisce a Sidney, ed è per questo che Proyas è di fatto un regista australiano. Il giovane Alex (oh, fratelli!) studia presso l’Australian Film Television and Radio School e tra i compagni di corso trova Jane Campion e Jocelyn Morehouse. Se penso che alcuni miei ex compagni di scuola saranno sicuramente in galera… Proyas esordisce dietro la macchina da presa giovanissimo: già nel 1980 gira il suo primo cortometraggio, Groping, per il quale ottiene consensi e riconoscimenti ai festival di Sidney e di Londra. Non male come partenza. Realizza diversi altri buoni corti, tra cui citiamo Book of Dreams: Welcome to Crateland che ricevette una nomination al Festival di Cannes del 1994, fino a quando, nel 1989, scrive e dirige il suo primo lungometraggio; Spirit of the Air, Gremlins of the Cloud. È un film difficile da inquadrare, un mix di sci-fi, thriller e post-apocalittico con un’impostazione decisamente indie. Il film piace e riceve 2 nomination agli Australian Film Institute. Proyas si è fatto notare e viene chiamato a Los Angeles dove dirige diversi spot pubblicitari (Nike, Nissan, Swatch) e numerosi videoclip musicali (Yes, INXS, Sting, Alphaville).

2La fama mondiale arriva nel 1994, anno in cui dirige Brandon Lee nel film Il Corvo, tratto dalla graphic novel di James O’Barr. A causa di un incredibile incidente, Brandon Lee, figlio della leggenda Bruce Lee, muore durante le riprese. La produzione prosegue ricreando al computer la figura di Brandon e inserendola nelle ultime scene. (vedi anche l’articolo sulle morti sul set). Il film è un vero e proprio cult per cinefili di diverse generazioni, ma alcuni insinuano che se Lee non fosse spettacolarmente morto durante le riprese la pellicola non avrebbe goduto della stessa fama. Probabile. Anzi, quasi sicuramente, sarebbe un po’ meno famoso. Ma Il Corvo è un film basato su una storia veramente potente e su un personaggio entrato comunque nell’immaginario collettivo grazie alla forza di ciò che rappresenta; l’amore oltre la morte. E la vendetta. Non facciamo i buonisti; siamo tutti un po’ Conte di Montecristo e assistere alla vendetta, tremenda vendetta, di chi ha subito un grave torto ci da gusto. Eric è un buono costretto a diventare cattivo. Perché Non può piovere per sempre, ma soprattutto perché Se le persone che amiamo ci vengono portate via, perché continuino a vivere, non dobbiamo mai smettere di amarle. Le case bruciano, le persone muoiono, ma il vero amore è per sempre.
E poi, se adducete la fama de Il Corvo alla morte di Brandon Lee dovete avere la coerenza di fare altrettanto con Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan legato a doppio filo alla morte di Heath Ledger. Team Tim Burton rulez!

3Ma torniamo alla carriera di Alex Proyas. Diciamo sinceramente che l’exploit de Il Corvo non si è ripetuto, ma ha comunque sfornato buoni titoli che hanno dato ottimi risultati al botteghino. Nel 1998 scrive, dirige e produce Dark City, un thriller/noir/sci-fi molto apprezzato dalla critica, ma non altrettanto dal pubblico. Nel 2002 si cimenta con un genere completamente diverso, il film musicale, dirigendo Garage Days, ma nel 2004 torna a temi a lui più congeniali dirigendo Will Smith nel fantascientifico Io, Robot, tratto da un racconto del maestro del genere Isaac Asimov. La pellicola, come tutte quelle a cui prendeva parte Will Smith all’epoca, sbanca il botteghino. È del 2009 Segnali dal Futuro (Knowing) tratto da uno scritto dell’altro maestro del genere, Philip K. Dick, uno degli autori più saccheggiati dal cinema insieme a Bill Shakespeare e Stephen the King. Il film vede come protagonista quella faccia di gomma praticamente onnipresente di Nicolas Cage. No, non sono una sua fan.

Ora dovrei parlarvi della sua ultima fatica cinematografica uscita nelle sale pochi mesi fa, Gods of Egypt, ma giuro, non ne ho la forza fisica e morale. Preferisco concludere parlandovi di un progetto che Proyas aveva in cantiere, ma che per il momento è fermo, nella speranza di vederlo realizzato; parlo della trasposizione cinematografica di Paradise Lost, il poema di John Milton che narra la caduta di Lucifero, il Portatore di Luce. Me lo sogno la notte. Alex, ripensaci! Better to reign in Hell that serve in Heaven.

– Monia Guredda – 

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