I capolavori del fumetto: Maus di Art Spiegelman

Per parlare di Maus voglio partire da lontano. Molto prima di diventare un appassionato di fumetto, molto prima di apprendere quanto questo medium potesse prestarsi al racconto di, praticamente, qualsiasi tipo di storia, conobbi una storia disegnata che era diversa da qualsiasi altro fumetto. Avrò avuto dieci anni; le maestre a scuola parlavano dell’olocausto, dei genocidi compiuti durante la seconda guerra mondiale dai nazifascisti. Ci facevano vedere La vita è bella e Train de Vie. E ci parlavano, poi, di un fumetto speciale, che era meglio non leggere, ancora, perché ci avrebbe “sconvolti”. Era strano pensare a un fumetto che non dovesse essere letto da un bambino, soprattutto se aveva disegni simpatici che assomigliavano a quelli dei cartoni di Walt Disney. Ma c’era. E, ripensandoci, un bambino non l’avrebbe 1mai potuto comprendere.

1. Raccontare l’orrore con la dolcezza

Maus è il racconto della storia del padre del suo autore, Art Spiegelman, all’epoca della pubblicazione giovane fumettista indipendente di New York City; un autore underground, capace di utilizzare i linguaggi del fumetto per bambini per raccontare invece storie sulla dipendenza dagli stupefacenti o su qualsiasi altro tipo di problematica seria per i giovani americani, secondo una voga diffusa negli States sin dagli anni ’60. Padre sopravvissuto ai lager, madre suicida dopo l’esperienza di Auschwitz Birkenau, un fratello assassinato prima che lui nascesse, il giovane Spiegelman usa l’arma della semplificazione cartoonesca per raccontare l’irraccontabile, raffigurando le categorie di personaggi incluse nel romanzo come animali: gli ebrei, le vittime, rappresentati come topolini indifesi, i nazisti come gatti feroci, i polacchi come maiali e così via. Utilizzare un registro semplice e tenero per 2raccontare l’orrore, per far crollare le “difese razionali” del lettore, avvincerlo, e avvicinarlo con delicatezza a una materia tanto forte.

2. Una storia vera

Non può e non vuol essere un “racconto storico”; gli ebrei di Maus sono gli ebrei dell’infanzia del protagonista, con il loro modo di parlare strano, di derivazione Yddish, le loro assurde e tenere credenze popolari, la loro particolarissima filosofia di vita e tutto il dolore che si portano dietro sin dai tempi dell’orrore. La delicatezza di Maus nasce da questo: dalla sua voglia di narrare la storia di una famiglia che soffre, 3gioisce, lotta, torna alla vita e, ancor di più, di esemplificare attraverso questa storia quella di un popolo intero. Maus, ancor più di molti film della Shoah, è memoria, è racconto generazionale, è capacità di dire ciò che è stato, a tanti, con semplicità. Ma è anche qualcos’altro.

3. La solitudine dell’autore

Se c’è un vero “fumetto d’autore”, una vera autobiografia a fumetti di un autore di questo medium, capace di raccontare, ancor più che una visione, un bagaglio di (terrificanti) esperienze attraverso i disegni, questo è senza dubbio Maus. Spiegelman racconta sé stesso; racconta la difficoltà nello scrivere la storia dello sterminio della sua famiglia, le conseguenze di quell’orrore, le nevrosi, le ansie, le paure dell’autore di una storia tanto “forte”. Spiegelman, parlando della Shoah, non parla di un orrore distante da sé. Parla di se stesso e del suo male interiore e lo fa attraverso la strip. Il risultato è un capolavoro, da leggere e rileggere, per riflettere non tanto sull’episodio di violenza in sé, quanto sui suoi effetti di generazione in generazione. Una lettura che può cambiarvi la vita.

– Fabio Antinucci – 

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