I capolavori del fumetto: 300, di Frank Miller

Con meraviglie della tecnica come computer grafica e fotografia ultrarealistica e modificata digitalmente, nonché con la necessità di Hollywood di esplorare il settore della graphic novel per fare cassa e rivoluzionare il settore del cinecomic, nella seconda metà degli anni 2000 il confine fra GN e le sue trasposizioni si è fatto, spesso, sempre più labile. Narrativamente autori come Zack Snyder hanno osato, e non poco, ricreando su schermo non solo le stesse tematiche presenti in fumetti maturi e al confine fra mainstream e autoriale. Proprio Snyder, uno dei più controversi artigiani di questo nuovo scenario, è stato l’autore di due fra i più complessi e chiacchierati esempi di cinecomic di ogni tempo: il suo Watchmen, amato persino dai più intransigenti cultori dell’opera di Alan Moore, e un film che ha ridefinito completamente l’estetica del lungometraggio d’azione in costume, nel bene o nel male, ponendo al contempo una domanda legittima,ossia se si sentisse davvero il bisogno di farlo. Quel film è 300, ed è nato dalla costola di un 1maledetto capolavoro di fiume in piena partorito dalle mani di Frank Miller.

1. Una storia controversa

300, il film (ahimè ben più diffuso del fumetto), non è stato un film particolarmente amato. Non ne facciamo una colpa agli spettatori: è una storia violenta, ricca di personaggi moralmente distanti da noi (e a volte più simili a un certo tipo di americano repubblicano, rozzo e reazionario), ma, soprattutto, è un film tutto rallentatore, voce narrante imperiosa e battute a effetto, cosa che non ha coinvolto tutto il pubblico (anche se qualche estimatore coraggioso c’è). Uscito nel 2007 ha diviso anche la critica; molti l’hanno attaccato definendolo un guscio vuoto senza troppa sostanza se non quella legata alla retorica della lotta contro il barbaro, quasi un inno alla lotta al terrore dopo l’undici settembre; tuttavia altri, come (udite-udite) un inedito Roberto Saviano, ne scrissero invece esaltando il suo spirito “di destra” come, in realtà, un’allegoria della difesa non tanto dell’America paladina della giustizia, quanto della libertà di pensiero del mondo occidentale, a favore della quale schierarsi senza se e senza ma proprio perché dall’altra parte della barricata c’erano, Bush o no, schiere di fondamentalisti religiosi pronti a farsi saltare in aria nelle capitali europee. La Grecia dei trecento spartani di Leonida, culla della civiltà occidentale, vista come faro di dialogo (e spazio di confronto, da non confondere con la “democrazia”), il regno di Persia respinto alle Termopili come monumento all’assolutismo. Un po’-molto traballante come tesi, e giustificata all’epoca solo dal fatto che, come scriveva Saviano, l’azione del reazionario Leonida avrebbe salvato anche Atene, la filosofia, la grandezza del teatro greco, dalla furia proveniente dall’oriente, non fosse stato per il fatto che tutto sommato non è che il regno di Serse di Persia fosse davvero-davvero “barbarico”. Ad aggravare l’ambiguità del film c’era il tono altamente visionario; di fronte ai trecento spartani tutti belli e di buoni sentimenti c’erano migliaia di persiani spesso deformi, più simili a demoni 2che a uomini, simbolo della corruzione del mondo al di fuori della Grecia. Apriti cielo: oltre che reazionaria, 300 era definita anche come una storia razzista verso gli orientali. Un bel vespaio per un momento storico come quello!

2. Un’epopea d’azione

Ma il fumetto è un altro paio di maniche. Anzitutto, a fronte di un film kolossal di tre ore ricco di effetti ed effettacci carichi di patos posticcio, la storia di Miller sorprende per il suo essere una dannata sottiletta: un centinaio di pagine, di formato orizzontale, servono come supporto a una narrazione che si sviluppa in maniera cinematografica attraverso un incastro perfetto di panoramiche, sequenza di vignette che raccontano cariche di guerrieri urlanti, primi piani di volti squadrati, duri e maledettamente pulp, didascalie i cui testi rielaborano l’Anabasi di Senofonte attraverso il tono del caro buon Frank Miller. E i colori, tarati sull’idea di ricreare quelli, intensi e caldi, dei vasi greci, sono ipnotici, scolpiscono le figure dandogli una plasticità perfetta per una storia di soldati impegnati in battaglia; le ombre giocano a coprire intere sezioni del disegno, mettendo i personaggi in controluce e rendendoli misteriosi. Nessun effetto grafico volto alla ricostruzione di pagine di questo tipo su pellicola può riuscire nel suo scopo, ragazzi: è dal disegno puro, imperfetto, autoriale, che nasce 300, non dalla fotografia ultramoderna con la quale viene ripreso il busto perfetto di Gerald Butler. E la sceneggiatura, ragazzi. Via la storia d’amore malinconica stile Gladiatore fra Leonida di Sparta e sua moglie; il focus è tutto su un re guerriero che guida i suoi uomini verso la morte certa per salvare la Grecia intera. È una storia di guerra, la storia di un gruppo di eroi classici, narrata in modo pop. Come Beethoven rifatto dai Led Zeppelin; persino il lato più provocatorio, come le caricature fantasiose dei “perfidi orientali”, assumono una forma epica e giocosa, e la voglia del lettore non diventa quella 3di vedere il sangue, quanto di seguire la storia figura per figura, parola per parola, inquadratura per inquadratura, come un bambino estasiato seguirebbe le parole della mamma mentre gli racconta una favola.

3. Della dignità del fumetto

La verità è che il film di 300 è la dimostrazione lampante di come il fumetto non sia una sorta di mercato di storyboard pronti a essere venduti agli sceneggiatori di Hollywood per farne kolossal. Un fumetto può essere bello, interessante, ben narrato secondo le regole della narrazione per immagini, persino cinematografico, ma non sarà mai “cinema”. Non puoi davvero pensare di prendere un grande fumetto, trasporlo scena-per-scena in pellicola, e avere un gran film. 300, il fumetto, è infatti la dimostrazione di come una storia in apparenza banale o retorica, se narrata da un medium adatto, può apparire comunque grandiosa, mentre il film da esso tratto possa soltanto diventare l’ombra, lontana, di quel prodotto riuscito, a causa del suo voler raccontare una storia simulando un linguaggio non suo.

– Fabio Antinucci – 

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