I 50 anni dei Pooh allo stadio Olimpico

Oh sì, pensavate davvero che non ne avremmo parlato? Insomma, festeggiare i 50 anni dei Pooh allo stadio Olimpico era quasi obbligatorio per me, dato che li seguo da tantissimo tempo e li adoro con tutto il cuore. Questo è stato il mio quarto concerto del gruppo storico e devo dire che non mi sono pentita nemmeno per un secondo di essere stata presente a tale magica serata, velata di nostalgia, che però ha tentato di tenere gli animi alti dal’inizio alla fine, evitando troppi momenti commoventi, sebbene ne siano scappati alcuni. Ma comincio dall’inizio: intanto c’è da dire, purtroppo, che l’organizzazione romana spesso lascia a desiderare: insomma, lo stadio era pienissimo e a nessuno è venuto in mente di organizzare dei garage privati dove trovare parcheggio o di posticipare l’inizio del concerto di almeno mezz’ora, per permettere alla gente di raggiungere lo stadio dai meandri dove è stata costretta a lasciare la macchina? Insomma, sì, mi sono persa le prime due canzoni, sebbene le abbia sentite. Inoltre, i posti… che diavolo è successo ai posti? Almeno nella tribuna nord nessuno riusciva a capire dove dovesse sedersi e la confusione è stata davvero incredibile: questo è stato il vero problema della serata, per il resto davvero perfetta.1

L’instancabile gruppo ha suonato per due ore e mezza, ricorrendo, per quello che mi è sembrato sentire, solo in un paio di occasioni al playback, e dimostrando, dopo tutti questi anni, un talento musicale e canoro davvero incredibile. Le loro voci e la capacità di suonare non solo i loro strumenti “base”, ma anche inventarsi in nuove arti è stata encomiabile. Il palco e la scenografia in generale erano molto semplici, dotati di qualche particolarità per l’occasione, come degli schermi (che purtroppo dalla mia postazione non si vedevano benissimo), o delle luci da discoteca o di quelli che poi si sono rivelati i miei effetti preferiti: le fiammate e i glitter finali. Penso sempre che in uno stadio l’idea migliore sia quella di montare un palco centrale, per permettere a tutti di vedere bene, ma per degli artisti come i Pooh, che sono statici per lo più, tra batteria e tastiera (o pianoforte), sarebbe stato difficile da gestire. Ad ogni modo, l’atmosfera era coinvolgente e non lasciava lo spettatore più lontano con una sensazione di “abbandono”, anzi. Grandi hit hanno deliziato le nostre orecchie, facendoci tornare indietro nel tempo e devo dire che la scaletta è stata da me particolarmente apprezzata (Roby mi ha regalato Ci penserò domani, quindi lo amerò per sempre). Inoltre, come non dedicare una canzone importante come Pierre agli eventi recenti avvenuti ad Orlando? Facchinetti ha introdotto il brano, ricordando questa strage di innocenti e sottolineando come da quando il testo sia stato scritto (1976) siano passati tanti anni, eppure si continuino a proporre eventi terribili come questo: un argomento che dovrebbe far riflettere.

Poi, prima di proporre vari pezzi arrangiati in chiave acustica, Dodi Battaglia ha ringraziato il pubblico, esordendo con una frase per me molto toccante: “ci abbiamo messo due anni per preparare questo concerto… anzi, che dico: ci abbiamo messo cinquant’anni”. In quei momenti è stata chiara a tutti non solo la tristezza dei fan, ma anche degli stessi artisti per questo saluto alla carriera. Comunque, come dicevo, i pezzi acustici hanno ancora una volta mostrato le doti artistiche del gruppo, mostrando un Red Canzian a suonare il contrabbasso e un Stefano D’Orazio dedito al suo flauto traverso, mentre gli altri si alternavano mandolini e chitarre varie. Un talento incredibile. In seguito è stato il turno di Facchinetti di commuoversi, quando ha ricordato Valerio Negrini, musicista e paroliere che ha contribuito a rendere i Pooh quelli che sono adesso, e che è venuto purtroppo a mancare tre anni fa. Insomma, era difficile cercare di distrarsi da questo addio alla musica, perché, insomma, io non voglio tutt’ora pensarci! E come ci ha provato il pubblico? Oh, ma con un’ola lunga vari brani: cioè, altro che per il calcio, l’ola sembra nata per accompagnarsi alla musica. Ha emozionato anche me, figuriamoci loro, che la vedevano in tutta la sua grandezza. E infatti Dodi se ne è uscito con “mi squarciate il petto e non voglio più smettere di suonare…” Lo sappiamo, Dodi, lo sappiamo.2

E poi si è giunti al finale (ok, concedetemi un secondo per dire che La donna del mio amico rimarrà per sempre la canzone più bella dei Pooh), che ha donato al pubblico i pezzi più celebri: da Noi due nel mondo e nell’anima a Pensiero, a Chi fermerà la musica? alla famosissima Tanta voglia di lei. Luci che hanno acceso il logo dei Pooh e mille brillantini che hanno reso lo stadio un posto fatato a coronare il tutto, mentre il gruppo ha salutato definitivamente, dopo aver terminato con Ancora una canzone. Delle belle parole da parte di tutti: dal più funereo Facchinetti, che si è augurato che la loro musica continuerà ad echeggiare anche “dopo di loro”, a un commosso Fogli, che si è detto davvero onorato di essere presente in un momento del genere. Che dire, mi dispiace per chi se la fosse persa: una serata indimenticabile.

– Lidia Marino – 

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