Hill House, la serie Horror di Netflix

Il genere horror è, per definizione, molto conservatore: appena trova un’opera fortunata – magari un classico della letteratura o del cinema – ci si lancia sopra e lo spreme finché non lo fa sanguinare. È successo con tutti i grandi romanzi del gotico e persino con i film degli anni ’70 e ’80 e presto sarà il turno del remake Amazon di Suspiria, diretto da Luca Guadagnino. Questa pratica ha coinvolto anche uno dei romanzi che hanno contribuito a fondare il genere ghost story, ovvero L’incubo di Hill House di Shirley Jackson. Si tratta della storia di un gruppo di persone rinchiuso in una casa infestata, Hill House, per un esperimento sul soprannaturale e viene tormentato dagli spettri, una storia portata sullo schermo da Robert Wise in un capolavoro del 1963, da uno molto meno riuscito remake del 1999 con Catherine Zeta-Jones e Luke Wilson… e da una serie del 2018 distribuita da Netflix. Una serie che vale la pena di vedere.

Nella sua versione 2018, Hill House vede consumarsi fra le sue mura una storia molto diversa da quella immaginata dalla Jackson mezzo secolo fa; al posto del gruppo di persone iper-sensibili agli spiriti e al professore che conduce l’esperimento su di essi troviamo infatti la famiglia Crane: il padre Hugh e cinque figli, Steven (scrittore fallito), Shirley (che dirige una casa per funerali), Theo (psicologa infantile) e i gemelli Luke e Nell. I Crane sono una famiglia dannata: quando i ragazzi erano ancora piccoli, durante un’unica estate passata a Hill House, sono stati attaccati dagli spiriti che da decenni la abitavano. Dopo una lunga estate di paura, infine, la madre Olivia si è tolta la vita e Hugh ha portato via i ragazzi di corsa.

Trent’anni dopo i superstiti sono ancora distrutti, chi nel fisico, chi nella mente: Steven, il maggiore, è in rotta di collisione con gli altri a causa di un suo libro scandalo dedicato alla morte della madre, Shirley ha tentato di costruirsi una vita perfetta pur scegliendo di fare un lavoro che la tiene costantemente a contatto con la morte, Theo soffre di un grave disturbo a causa del quale non sopporta il tocco degli altri, mentre i gemelli sono l’una depressa (Nell) e l’altro tossicodipendente (Luke). E Hugh, il padre, non è mai riuscito a raccontare davvero cosa accadde la notte in cui Olivia si è tolta la vita… Quando alla fine un altro dei Crane muore misteriosamente, l’incubo di Hill House risorge, più forte di prima.

Ma perché perdere tanto tempo a scrivere la trama di Hill House? Perché si tratta di una serie nella quale le dinamiche di questa famiglia rubano la scena all’orrore. Quello che emerge da questo nuovo adattamento è un dramma familiare a tinte horror, la storia di una famiglia di sopravvissuti che fatica a rimettere assieme i pezzi dopo un evento terrificante. Possiamo dire quindi che, pur essendo tratta dal classico della Jackson, in realtà il vero padre spirituale di Hill House è, ancora una volta, Stephen King. Come in It c’è la storia da un gruppo di ragazzi perseguitati dal male, come in Shining la casa infestata è un luogo maledetto da un peccato originale all’interno del quale il male si diffonde come un’epidemia andando da persona a persona; una storia di famiglie e luoghi, come nella miglior tradizione del gotico americano.

La sceneggiatura parte quindi da ottime premesse e ha uno svolgimento credibile e capace, da una parte, di seguire le diverse storyline dei personaggi e di svelare con abilità le mille verità della villa infestata, dall’altra di spaventare, emozionare, persino commuovere. Un’impressione che tuttavia si affievolisce un po’ nelle ultime puntate, quando, a fronte di uno sviluppo perfetto, qualche ingranaggio si inceppa lasciando l’impressione che si potesse fare un po’ di più su questo versante.

In una serie tuttavia la sceneggiatura non è tutto, e ciò è particolarmente vero in questo caso. Mike Flanagan, regista e ideatore della serie, è stato finora un bravo mestierante del cinema horror, in grado di portare su schermo alcuni film interessanti fra i quali Oculus. Alla sua prima prova televisiva, però, firma un capolavoro: specie nelle puntate centrali della serie, quando la storia dei fratelli Crain deve essere spiegata, approfondita e resa davvero terrificante, Flanagan pianifica con cura la costruzione della scena, i movimenti di camera, la direzione degli attori, in un complesso gioco di piani temporali. Soprattutto, cosa non scontata, Flanagan è stato in grado di spaventare o, per meglio dire, angosciare.

Sulla carta Hill House aveva tutte le carte per essere semplicemente una serie Netflix media, uno dei classici prodotti di Halloween fatti per accompagnare un Ottobre piovoso e da passare in casa. Invece, pur non convincendo appieno per un finale troppo sbrigativo e non del tutto sviluppato, si è rivelato essere uno dei prodotti più importanti del genere horror contemporaneo; laddove film di recente produzione non riescono ad aggredire davvero lo spettatore, la serie di Flanagan è un piccolo gioiello d’autore in grado di sfruttare le potenzialità del mezzo tranciando i ponti con l’origine letteraria e sviluppando una storia completamente nuova e ben diretta. Vi sfido quindi a non appassionarvi alla storia dei Crain, dal tormentato Steven alla dolce Nell, e a non cedere al piacevole tocco della paura.

– Fabio Antinucci – 

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