Halloween 2020 – 10 Film da guardare nella notte degli spiriti

Mai come quest’anno, una bella maratona di film dell’orrore può aiutarci a salvaguardare la tanto attesa nottata di Halloween, alla ricerca di un barlume di spensieratezza e di diletto di fronte ai veri orrori che stanno limitando la nostra vita ordinaria da diversi mesi. Purtroppo, la Vigilia di Ognissanti quest’anno sarà un evento fugace e passeggero, vista l’impossibilità di poterla festeggiare in compagnia e in assoluta spensieratezza, ma questo non vieta di poter trovare delle modalità alternative, private e più intime, per trascorrerla dignitosamente. Come lo scorso anno, preferisco consigliare degli horror più recenti o comunque successivi al Duemila, ovviamente non per un primato qualitativo rispetto ai classici passati, ma per rompere con la riduttiva affermazione di una morte del genere nella nostra contemporaneità. Ecco a voi una serie di film dell’orrore ideali per la notte del 31 Ottobre che, tendo a specificare, non è una classifica.

10) IL SIGNOR DIAVOLO (Pupi Avati, 2019)

Ultimo film di Pupi Avati, basato sul suo omonimo romanzo, Il signor Diavolo ripropone l’immaginario del gotico padano, tipico delle atmosfere dell’autore sin dai suoi primi film, senza scemare nell’anacronismo, nonostante alcune scelte registiche e attoriali non sempre convincenti. Ambientata nel 1952, la storia segue la vicenda di un giovane funzionario del Ministero di Grazia e Giustizia di Roma, inviato a Venezia per indagare sull’omicidio di un giovane da parte di un quattordicenne che ha affermato che la vittima, in realtà, fosse il diavolo; tale crimine, fomentato dalla superstizione, potrebbe danneggiare il governo democristiano, dato che la vittima è il figlio di una ricca e potente sostenitrice del partito, ora nemica acerrima della chiesa e del governo. Il merito di Avati è quello di privilegiare un’italianità che, spesso, si perde nel cinema di genere nostrano contemporaneo, che sembra più interessato a importare determinati cliché visivi e narrativi provenienti dall’estero, in particolare dagli Stati Uniti. Il paesaggio lagunare veneziano, nella sua componente primordiale di terra, aria e acqua (a cui si aggiungerà anche il fuoco purificatore), sembra ricondurre il soggetto a una dimensione arcaica e atavica, in cui l’orrore si rivela proprio nelle componenti scenografiche e luministiche che dipingono un’atmosfera plumbea, portatrice di un male invisibile, in cui anche una semplice inquadratura d’ambiente è in grado di generare un’inquietudine sottile e perturbante di un mondo tanto familiare quanto ignoto. Rispetto a un film come Non si sevizia un paperino di Fulci, Il signor Diavolo non vuole smantellare alcuna credenza popolare, ma rimane sospeso tra razionalità e irrazionalità, reale e soprannaturale, verità e menzogna, in un clima di apertura del senso che scandisce un thriller in cui è difficile demarcare il bene dal male, in cui la vera paura è quella di non riuscire ad accedere più ad alcuna verità univoca, in cui il legame io-mondo non conduce ad alcuna risoluzione. Il film è consigliato a coloro che sono alla ricerca di un horror nostrano capace di schiudere un’esperienza, un’atmosfera e un racconto tipicamente italiani; al contempo, è sconsigliato a chi favorisce un clima meno rarefatto, più legato a una narrazione concitante e ricca di salti sulla poltrona, in cui il male e l’orrore si esplicitano in maniera ridondante. Per quest’ultimi, potrebbe essere consigliabile Il Legame, film horror italiano su Netflix in cui è riscontrabile uno scenario italiano ma, a differenza di Avati, costruito su una messa in scena più internazionale e meno autoriale.

9) MARTYRS (Pascal Laugier, 2008)

Capolavoro di Pascal Laugier e da molti considerati come il miglior horror del nuovo millennio, Martyrs segue la truculenta vicenda di Lucie che, sopravvissuta alle torture fisiche e psicologiche di misteriosi individui, dopo quindici anni si vendica di una famiglia benestante francese, che sembra responsabile del suo rapimento; dopo la strage, la giovane chiede aiuto alla sua migliore amica Anna, che si ritroverà coinvolta in una spirale di orrori e violenze. Film estremamente difficile da sopportare, Martyrs trascina lo spettatore all’interno di un’atmosfera disfunzionale ed estenuante, tipica della cosiddetta New French Extremity di cui rappresenta il film più rappresentativo ed emblematico, capace di usare la violenza per muovere delle riflessioni metafisiche di cui è il corpo femminile martirizzato a farsi portatore; la vittima femminile è da sempre centrale nel cinema horror, oggetto del desiderio di maniaci e di un voyeurismo tipicamente maschile, ma nel film di Laugier si viene a perdere qualsiasi erotizzazione tipica della final girl per una completa a-sessualizzazione, che culmina nell’insostenibile tortura finale. Come tipico nel cinema del regista francese, la narrazione privilegia ritratti femminili di coppie di protagoniste affiancate da un profondo legame affettivo, le cui vicende sono delineate da una narrazione che, nella sua apparente linearità, predilige cambi di prospettiva e ribaltamenti che conducono a osservare la vicenda da nuove prospettive, confrontandosi con nuove scansioni dell’orrore all’interno dello stesso film. Da un horror più psicologico e intrigato, caratterizzante la prima parte del film, si passa a un’atmosfera più claustrofobica e asettica nella seconda, con ricadute nel mistico e nel metafisico, in cui il tasso di violenza cresce notevolmente. Questa perla dell’horror contemporaneo è altamente consigliata agli appassionati e alle appassionate di film dalle forti emozioni, di horror d’autore tanto spietati quanto poetici, che non hanno il timore di staccarsi completamente dal mainstream, confrontandosi coraggiosamente con tematiche e forme stilistiche estreme e senza alcun filtro, donando un’esperienza al limite del sostenibile ma capace di stimolare pensiero; al contempo, è sconsigliato a coloro che, alla ricerca di una serata spensierata, caratterizzata da un legittimo divertissement orrorifico, preferiscono una messa in scena più estetizzata e contenuta dell’orrore.

8) MIDSOMMAR (Ari Aster, 2019)

Ari Aster, ormai noto al pubblico grazie al suo celebre esordio con Hereditary, realizza un folk horror da molti punti di vista superiore al suo film precedente, ispirandosi in particolar modo al celebre The Wicker Man, celebre horror britannico. Christian intende rompere con la sua fidanzata Dani ma, quando quest’ultima perde la sua famiglia, non trova il coraggio e la invita a partecipare a un viaggio in Svezia insieme ai suoi amici, organizzato da Pelle nella sua comunità d’origine, al fine di effettuare studi antropologici e di assistere al rito del Midsommar. Ormai noto per essere un horror diurno, che rappresenta l’orrore quasi completamente alla luce del sole e in ambienti ameni e paradisiaci, il film di Aster ha delle ottime intuizioni visive (più che narrative) nel saper delineare una storia di emancipazione femminile nei confronti di un legame tossico, un vincolo che, attraverso un accurato apparato di specchi e controcampi ben studiati, è già possibilmente rintracciabile sin dall’inizio. Consigliabile è recuperare la versione estesa, impegnativa senza dubbio ma capace di dare un ritratto più completo alla vicenda di Dani ma, soprattutto, evita alcuni passaggi apparentemente traballanti (come il sogno notturno della protagonista) che, nella versione tagliata, non danno omogeneità alla vicenda. Il film è consigliato a chi è alla ricerca di un horror anticonvenzionale, giocato più sul perturbante e sul disturbante che sull’orrore che aveva caratterizzato Hereditary, culminante nelle angoscianti scene finali, in cui si distingue il celebre urlo collettivo delle donne della comunità che accompagna l’attacco di panico di Dani, intenso e interpretato meravigliosamente dalla talentuosa Florence Pugh. Visto il suo ritmo piuttosto lento e disteso, Midsommar è sconsigliato a coloro che preferiscono una narrazione più vicina all’inquietante vicenda del primo lungometraggio, tendente a un soprannaturale e a un mostruoso capace di far percepire la propria presenza in ogni momento attraverso le sue atmosfere lugubri e immerse in quelle tenebre ctonie che il nuovo film, invece, rifiuta. Per chi desiderasse lo spavento, Hereditary è la scelta migliore, ma per chi cercasse emozioni più disturbanti, Midsommar è assolutamente più consigliabile.

7) PIERCING (Nicolas Pesce, 2018)

Nicolas Pesce è una delle personalità più interessanti dell’horror e thriller contemporaneo, come dimostrato dal suo controverso esordio The Eyes of my Mother, scandito da un elegante bianco e nero e incentrato sulla figura di una donna disturbata e sulle sevizie nei confronti delle sue vittime. L’estetica e lo stile narrativo dell’esordio sono totalmente abbandonati nel suo secondo lungometraggio, grande omaggio al giallo all’italiana e al cinema erotico giapponese. Tratto da un racconto di Ryu Murakami (scrittore che ha ispirato Takashi Miike per il celebre Audition), il film di Pesce si sposta dalla Tokyo degli anni Novanta a una metropoli (probabilmente statunitense) riprodotta interamente con dei modellini artificiali, che esplicitano perfettamente il senso di claustrofobia e di artificialità/illusione insiti nell’esistenza dei personaggi.  Reed finge una trasferta di lavoro per sublimare i suoi istinti omicidi su una giovane prostituta da dominare mediante un rapporto sadomaso e poi assassinare brutalmente; in albergo, il protagonista riceve l’ambigua Jackie, la quale ribalterà qualsiasi aspettativa, inaugurando un eccitante e perverso gioco del gatto col topo, rivelandosi più psicolabile del giovane. Se in partenza Piercing appare un film sul sadomasochismo, in realtà si rivela più incentrato sul desiderio stesso dal sadomasochismo e della dominazione, nonché sull’attesa della violenza e del soddisfacimento libidico, dovuto a una sospensione che restituisce paradossalmente quel piacere ricercato. Rispetto ad altri autori come Hélène Cattet e Bruno Forzani, appassionati degli orizzonti cinematografici citati da Pesce, il soddisfacimento sessuale non è impossibile, ma sembra sfuggito per intensificarne l’attesa; nonostante l’atmosfera totalmente disfunzionale, narrativamente il film si dipana come una divertente e progressiva femminilizzazione del maschile e virilizzazione del femminile in termini freudiani, che innesca una serie di ripercussioni diegetiche che animano una vicenda che non ricade mai totalmente nell’horror, rivelandosi sottilmente ironica nella sua stravaganza. Di conseguenza, il film è consigliato a chi intende passare la serata del 31 in compagnia di un horror divertente e sconcertante al contempo a causa del conflitto reciproco tra le psicosi di entrambi i personaggi, nonché agli appassionati del cinema di genere nostrano, di cui si possono individuare una serie di omaggi; al contempo, è sconsigliato a chi favorisce un horror più tradizionalmente, incentrato su un’atmosfera orrorifica e mostruosa, costellata di minacce sanguinolente e salti sulla poltrona.

6) THE LODGE (Veronika Franz, Severin Fiala, 2019)

In questo secondo lungometraggio, Franz e Fiala proseguono un discorso piuttosto coerente intorno alle tematiche inaugurate nel loro esordio, ossia l’inavvicinabile Goodnight Mommy del 2014, dimostrando una poetica personale e declinata attraverso una narrazione e una messa in scena che abbandonano la soleggiata dimora del primo film per un’inquietante abitazione di montagna, immersa in una tempesta di neve. Ancora una volta, l’infanzia gradualmente arriva a perdere i suoi connotati innocenti, verso derive più oscure e inquietanti, fino a una messa in discussione della genitorialità e, in particolare, della figura materna (che sia una madre biologica o surrogata), causa e al contempo vittima degli orrori che attanagliano i figli. Aidan e sua sorella Mia sono costretti dal padre a passare del tempo con la nuova compagna Grace nella loro casa in montagna mentre egli è costretto ad allontanarsi per qualche giorno; rancorosi nei confronti della donna, considerata responsabile del suicidio della loro madre, ancora innamorata dell’ex marito, i due fratelli dimostrano la loro ostilità e, isolati a causa di una tempesta di neve, i tre dovranno convivere in un’atmosfera sospesa, in cui tensioni reciproche condurranno a tragiche ripercussioni. Attraverso una regia statica ed emotivamente distante dalle sorti dei personaggi, la macchina da presa inquadra i protagonisti in maniera claustrofobica in uno spazio che si fa progressivamente più costrittivo e alienante, sospeso tra realtà e follia, in cui il male si rivela attraverso una facciata totalmente anonima e ordinaria, privo di sfumature manichee ma carnefice e vittima al contempo di un dolore inespresso, che ha il suo apice in un finale che, sebbene giocato sulla sottrazione dell’orrore, si rivela più inquietante della gran parte del cinema horror contemporaneo. È altamente consigliato in primo luogo a tutti gli appassionati e alle appassionate del primo film della coppia, che troveranno senza dubbio un ottimo proseguo della loro poetica e, in secondo luogo, a chi è alla ricerca di un lavoro più autoriale sul genere, in grado di imporre una propria visione dell’orrore, rinunciando a tradizionali boogeymen e favorendo le oscurità dell’animo umano. Di conseguenza, è sconsigliato a chi preferisce pellicole più tradizionali, scandite da un ritmo più frenetico, legate per esempio a villains più comuni, come serial killer, creature spettrali e demoniache, materiale che difficilmente potrà mai entrare a far parte dell’asettica messa in scena della coppia.

5) KURU-IT COMES (Nakashima Tetsuya, 2018)

Ho potuto ammirare Kuru- It comes allo scorso ToHorror Festival di Torino, pellicola d’apertura totalmente destabilizzante, non tanto per il suo contenuto orrorifico, quanto per una miscela di registri che affiancano riflessioni non banali a un’ironia spiazzante, se non volontariamente trash, tipica di un’estetica dell’eccesso di un certo cinema orientale che, inevitabilmente, incide sullo spettatore durante la prima visione a causa di un’assenza di un patto spettatoriale che giustifichi il cattivo gusto, al contrario di una horror comedy. Una presenza maligna incombe sulla vita della piccola Chisa, mettendo in crisi la vita apparentemente edulcorata della coppia Hideki e Kana; a causa della sua stratificazione narrativa e, soprattutto, delle sue continue svolte, è impossibile poter comunicare ulteriori informazioni sulla sinossi senza rivelare degli spoiler. Il film si presenta come un horror soprannaturale a tutti gli effetti, sebbene è evidente sin dall’inizio un’incisività dello stile e della narrazione che tendono verso un cattivo gusto, a partire dai dialoghi apparentemente semplicistici e artificiosi fino a una fotografia patinata che, solo a posteriori, sono collocabili in un meccanismo ben congeniato, dove la stravaganza diventa l’ingranaggio che permette la riuscita del film. Tra richiami al J-Horror e al cinema di genere occidentale (si pensi a Bava e Argento), la diegesi prosegue per continui cambiamenti di punti di vista che accompagnano una sapiente cura per l’immagine e per il sonoro (mescolando brani di musica classica con l’ambient pop e l’heavy metal), affrontando tematiche differenti, prima tra tutte la complessa scoperta di un’identità univoca da parte del soggetto contemporaneo, sempre più sicuro e inserito in contesti familiari e relazionali disfunzionali, nascondendosi dietro le nuove tecnologie e i social network per compensare quelle fragilità che sarà proprio la misteriosa creatura a rivelare. Consigliato agli e alle amanti del cinema di genere orientale e del bizzarro, nonché di stravaganti tunnel degli orrori audiovisivi, tra uno spavento e una risata ma, al contempo, sconsigliato ai sostenitori e sostenitrici di pellicole stilisticamente e narrativamente più pulite ed equilibrate, ancorate sul punto di vista di personaggi stabili, in grado di portare avanti la vicenda senza eccessivi cambi di direzione.

4) ONE CUT OF THE DEAD (Ueda Shin’ichirō, 2017)

Rimanendo ancora in Giappone, è impossibile non citare questo strabiliante film, pluripremiato in tutto il mondo e distribuito in Italia con il titolo fuorviante di Zombie contro zombie, distinguendosi tra tutte le horror comedies a tema zombie (ormai genere di grande successo), grazie alla sua capacità di saper giocare con i propri cliché in maniera innovativa e metatestuale, quasi riproponendo una sorta di versione orrorifica di Boris. Una troupe si trova in una fabbrica abbandonata per realizzare un film horror a tema zombie, quando, improvvisamente, i membri iniziano a trasformarsi in morti viventi a causa della maledizione che incombe sul luogo. Purtroppo (o per fortuna) la sinossi non può estendersi oltre. L’ironia si dimostra nuovamente una strada ottimale per il genere horror contemporaneo, come dimostra il ToHorror di Torino, vinto due anni fa proprio dal film di Ueda e, lo scorso anno, da un’ulteriore commedia a tema zombie sudcoreana, dal titolo The Odd Family: Zombie on sale, altamente consigliabile. One cut of the dead è un film che va assaporato in ogni singola inquadratura, non lasciandosi trarre in inganno dalla prima parte e dallo stile registico e recitativo opinabili; purtroppo, non sono mancati casi in cui la visione è stata interrotta per questo motivo, non riscontrando la genialità tanto premiata. Il consiglio è di non abbandonare un film che ha tanto da offrire, strutturato attorno a un’ironia che, anche nei suoi eccessi, non è mai banale o fastidiosa, ma appartenente a un ingranaggio ben oliato e in grado di accrescerla gradualmente nel corso del film e delle sue variazioni narrative. È assolutamente consigliato a chi è alla ricerca di una pellicola dotato di una certa leggerezza, capace di divertire e strappare delle sane risate e qualche brivido, nonché agli appassionati e appassionate di commedie a tema zombie che sappiano trovare nuove prospettive, non banali o ridondanti; al contempo, è sconsigliato a coloro che intendono passare la Vigilia di Ognissanti in compagnia di un tradizionale film dell’orrore, tra spaventi e urla, oppure a chi voglia confrontarsi con orde di zombie più apocalittiche e devastanti, anche nelle loro derive ironiche.

3) HALLOWEEN THE BEGINNING – HALLOWEEN II (Rob Zombie, 2007-2009)

Non si può non citare questa coppia di gioielli del folle Rob Zombie, autore ampiamente amato e capace di distinguersi per la sua firma  perfettamente riconoscibile. Nella foga di remake che ha animato gli anni Duemila, Zombie si confronta con il capolavoro indiscusso di John Carpenter, presentandone una lettura totalmente personale e capace di distaccarsi dallo stile del suo predecessore, scelta ottimale che evita qualsiasi tentativo di imitazione di un caposaldo del genere difficilmente raggiungibile. Rispetto all’originale, Halloween the beginning esplora l’infanzia del celebre serial killer Michael Myers, mostrando il malsano contesto familiare che accompagna la sua infanzia, il fascino per le sevizie verso gli animali e i primi omicidi, fino alla reclusione allo Smith’s Grove e la fuga quindici anni dopo, alla ricerca di sua sorella Laurie nella notte di Halloween. Se il primo capitolo ripropone e rielabora l’universo di Carpenter, è Halloween II la vera rivelazione; ambientato un anno dopo la tragica notte di Halloween del precedente, il film segue la vicenda dei sopravvissuti e l’impatto psicologico che il trauma ha avuto su di loro, in particolare su Laurie Strode, la celebre protagonista della saga, che assume delle sfumature più realistiche e oscure dell’originale, una vittima intrappolata nel suo dolore e nel suo trauma, impossibile da rielaborare, totalmente distante dalla combattiva Jamie Lee Curtis di Halloween: 20 Years Later o dalla versione Rambo dell’ultimo capitolo diretto da David Gordon Green. L’ideale sarebbe guardare entrambi i film in continuità, quasi come un lungo film di tre ore, in primo luogo per godersi pienamente i vari risvolti narrativi che danno una chiusura piuttosto circolare alla vicenda della famiglia Myers, ma anche per osservare una notevole evoluzione estetica che, se nel primo capitolo è piuttosto contenuta, nel secondo conquista una maggior creatività grazie alla libertà dell’autore, che ritrae una vicenda ormai nota al pubblico in maniera allucinatoria e surreale sullo stile del suo capolavoro The Lords of Salem, focalizzandosi nella profondità della psiche distorta di Laurie e di Michael, nell’iconografia tipica di Zombie, con tanto di citazioni e omaggi all’heavy metal. I film sono consigliati agli appassionati e alle appassionate del capolavoro di Carpenter e dei suoi sequel, che possono essere riletti attraverso una nuova prospettiva e mediante un’originalità difficilmente rintracciabile in molti altri rifacimenti, con grande merito al linguaggio surreale del secondo, unico a distaccarsi completamente dalla saga; al contempo, sono sconsigliati a coloro che non apprezzano del tutto lo stile personale, grottesco e allucinatorio di Zombie, favorendo l’atmosfera più sospesa e spettrale di Carpenter e di tutti gli autori che sposano un impianto registico più incentrato sull’invisibile piuttosto che su una violenza estrema.

2) THE LIGHTHOUSE (Robert Eggers, 2019)

Film rivelazione dell’ultimo anno, The Lighthouse è un capolavoro visivo e narrativo di rara bellezza, sicuramente una delle pellicole più elaborate e interessanti degli ultimi anni, che conferma il talento del giovane Robert Eggers, riuscendo a superare il già ottimo The VVitch, film che lo ha consacrato nell’empireo dei nuovi registi di genere. Verso la fine del XIX secolo, Winslow sceglie di lavorare per un mese come guardiano di un faro in un’isola a largo delle coste del New England, sotto la supervisione del rozzo custode Wake. La monotonia della realtà del posto e una tempesta che isolerà i due personaggi sull’isola, condurranno a una spirale di follia e di eventi onirici che ricadranno in particolar modo su Winslow, interessato a scoprire il segreto della misteriosa luce del faro, che Wake sembra proteggere e custodire gelosamente. Interpretato magistralmente da Willem Defoe e Robert Pattinson, il film sin dall’inizio si rivela ineccepibile nella sua capacità di raccontare, attraverso le immagini, un clima esistenziale ed emotivo altamente distorto, dimostrando la capacità di Eggers di utilizzare la macchina da presa come una stylo per delineare una precisa visione del genere, al di là dell’evoluzione narrativa. Curato in tutte le sue componenti, lo stile inquadra i personaggi all’interno di un ambiente costrittivo, accentuato dal formato Movietone e dalle angolazioni delle inquadrature, che scagliano i primi piani dei personaggi verso il soffitto, conferendo loro un’aura minacciosa, sostenuta da una perfetta cura fotografica (il film è stato candidato agli scorsi oscar per la miglior fotografia) che, grazie al bianco e nero, riesce a restituire un ineccepibile gioco di luci e ombre di memoria espressionista. La narrazione risulta complessa e priva di una risoluzione logica e razionale, mescolando onirismo, metalinguaggio, citazionismo letterario e pittorico che, in un crescendo orrorifico, culmina in un finale spiazzante. Il film è altamente consigliato a chi ha apprezzato il primo lungometraggio di Eggers e il suo stile sospeso, nonché a tutti gli appassionati e le appassionate di un linguaggio spettrale, che esula i confini della razionalità, mettendo in discussione il rapporto stesso tra io e mondo, accettando il testo filmico come dispositivo aperto alle interpretazioni personali di ogni singolo spettatore e spettatrice; al contempo, è sconsigliato a chi è alla ricerca di un racconto lineare e scandito intorno a determinati cliché ampiamente diffusi e accolti dal pubblico, nonché di una certa razionalità che non lascia immensi dubbi e interrogativi in seguito alla visione.

1) LAKE MUNGO (Joel Anderson, 2008)

Ho iniziato a vedere film dell’orrore a otto anni ed è una passione che mi accompagna da ben sedici ma con un grande rammarico: non aver mai trovato un film che mi spaventasse. Non nego che ci sono stati film che mi abbiano inquietato, angosciato, turbato ma nessuno è mai riuscito a farmi provare paura dall’inizio alla fine (a parte la celebre scena dello specchio di Profondo rosso) ma, finalmente, proprio durante questa terribile annata, ho deciso di recuperare Lake Mungo, famoso mockumentary australiano considerato nel web come uno degli horror più spaventosi di sempre. Un po’ scettico di fronte a queste dichiarazioni un po’ eccessive, ho scelto di vedere questo film… e, per la prima volta, non ho potuto che confermare! Non ho mai provato così tanta paura per un film. La trama è apparentemente molto classica: un documentario ricostruisce la vicenda della famiglia Palmer (nome che non può non richiamare Twin Peaks) che, dopo la morte improvvisa della figlia Alice, inizia a percepire una misteriosa presenza in casa, che si palesa attraverso fotografie e video. Joel Anderson realizza un mockumentary che rompe completamente con titoli celebri come The Blair Witch Project, Rec o Paranormal Activity, prendendo le distanze da un’esperienza immersiva in prima persona per un film che si dipana attraverso le testimonianze dirette della famiglia, il che necessariamente ridefinisce i termini dell’orrore e della suspense che, inevitabilmente, rimangono fuori dalla scena. Eppure, è proprio questa la formula vincente di questo film, che riesce a spaventare attraverso l’atavica paura di poter condividere il nostro spazio ordinario con presenze invisibili a occhio nudo, mettendo in discussione le coordinate del nostro sguardo a differenza delle tecnologie, capaci di rivelarci una realtà totalmente ignota. Al contempo, Lake Mungo non si declina come un tradizionale film dell’orrore, culminante nel confronto diretto con la presenza, ma si rivela un viaggio nel lutto, tanto dalla parte di chi resta quanto di chi se ne va, lasciando nello spettatore un senso di spavento e al contempo di grande malinconia. Il film è consigliato a tutti coloro alla ricerca di un brivido capillare, generato prevalentemente dall’atmosfera e dalla presenza di un invisibile che, nel suo non palesarsi, spinge a guardarsi intorno nel timore di percepire qualcosa di ignoto, anche nel proprio ambiente domestico e sicuro; al contempo, è sconsigliato agli appassionati e alle appassionate di una ghost story più tradizionale, in cui la forza invisibile interagisce più mostruosamente con i personaggi attraverso una narrazione più incisiva e colma di salti sulla poltrona.

Sperando che i film elencati possano essere di vostro gradimento, auguro a tutti i lettori e a tutte le lettrici un buon Halloween.

– Leonardo Magnante –

 

 

 

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