The Grudge e l’orrore nipponico

Ancora ricordo i miei vagabondaggi nel reparto horror delle vecchie videoteche durante la fase esplorativa del genere a otto anni, durante la quale The Grudge divenne uno dei più affascinanti film dell’orrore di quel periodo. Tra le più prolifiche del genere, la saga viene inaugurata dai poco noti episodi televisivi andati in onda nel 2000, due anni prima delle celebre pellicola che ha aperto la strada alle controparti americane, che hanno permesso, insieme al successo di The Ring, la conoscenza dell’horror nipponico in tutto il mondo. L’incidenza della pratica del remake, che ha caratterizzato il primo decennio degli anni Duemila, ha lasciato il posto alla centralità del reboot, della rilettura e riscrittura dei grandi miti del genere, sebbene il nuovo capitolo della saga sia più definibile come spin-off del remake del 2004, diretto dal giovane e promettente Nicolas Pesce, nuova rivelazione del cinema horror contemporaneo, autore dell’agghiacciante The Eyes of my Mother e del perverso Piercing, film notevoli che dimostrano l’estro creativo del cineasta, vista la maggior libertà produttiva e realizzativa rispetto a questo terzo lungometraggio, in cui la dipendenza da un certo horror mainstream americano è più che percepibile. Senza entrare nel dettaglio di questo nuovo capitolo, ripercorriamo le caratteristiche della saga di The Grudge e del genere a cui appartiene.

Il fantastico giapponese: dal kaidan al saiko horaa

Horror, dal Giappone e dal resto dell’Asia di Giacomo Calorio, edito da <<Profondo Rosso>>, è un saggio notevole per indagare i grandi topoi del racconto dell’orrore giapponese e le sue correlazioni con l’immaginario cinematografico. La vita e la cultura giapponesi sono permeate da un senso di circolarità che si adatta alla ciclicità delle stagioni, restituito dal fantastico nipponico di cui il kaidan (letteralmente “racconto del soprannaturale”) rimane una delle massime rappresentazioni, in cui spettri di figure femminili, tradizionalmente rappresentate con kimono bianco e lunghi capelli neri, continuano a esistere nell’aldilà per vendicare un torto di cui sono state vittime, tipicamente esercitato da figure maschili. Secondo Massimo Raveri, docente di Religioni e Filosofie dell’Asia Orientale, l’immaginario di fantasmi e morti inquieti prolifera quando esprime angosce sociali collettivamente riconosciute, dal momento che la società stessa si percepisce intrinsecamente mostruosa. Nel secondo dopoguerra, la modernizzazione rischia di soppiantare il sostrato arcaico e folcloristico giapponese, di cui la figura del fantasma diventa espressione emblematica, che negli anni Novanta si legherà allo sviluppo tecnologico nell’universo più oscuro e tanatologico del saiko horaa, lo psyco horror nipponico, erede del kaidan, rispetto al quale però non è garantita alcuna risoluzione o serenità ultraterrena. Rispetto agli anni Ottanta, in cui il Giappone gode del suo ruolo di superpotenza economica, con la recessione e la bolla speculativa degli anni Novanta, emergono gli interrogativi sulla capacità di competere tecnologicamente con il resto del mondo e non è un caso che la tecnologia, nonché il suo sviluppo capillare nella vita domestica, diventa uno degli elementi caratteristici del racconto dell’orrore nipponico e delle sue derive epidemiche e apocalittiche.

L’identità conflittuale nel racconto dell’orrore: la centralità del femminile

Nella cultura giapponese, il ju-on è la maledizione che si origina quando un individuo muore in circostanze violente in preda al rancore, il cui spettro è destinato a uccidere tutti coloro che verranno in contatto con il luogo della sua morte, generando nuove maledizioni. L’intera saga di The Grudge riguarda l’omicidio della giovane Kayako, uccisa dal marito Takeo insieme al figlio Toshio, dopo la scoperta della sua infatuazione per un altro uomo, Kobayashi, maestro di Toshio, nella versione originale. Se tale antefatto è spesso evocato in fugaci flashback esplicativi, nel primo episodio televisivo viene descritto con più attenzione e con un’atrocità inaudita, mostrando addirittura l’omicidio, da parte di Takeo, della moglie incinta di Kobayashi, con tanto di violenze sul feto, messo in un sacco e preso a calci per strada, generando una nuova maledizione nell’appartamento in cui la donna viveva. Il tema di un’identità conflittuale, alla ricerca di nuove definizioni del sé, è un aspetto saliente del cinema dell’orrore nipponico, in particolare nel rapporto con l’alterità, rappresentante di una regione inconoscibile, che spesso passa attraverso una ridefinizione della femminilità, di cui il genere è permeato attraverso un immaginario uterino, amniotico, fetale e circolare che si riflette, per esempio, in oggetti tondeggianti come il pozzo di Ring o la casa-utero di The Grudge, in grado di evidenziare le paure di una società patriarcale (in origine matriarcale) in cui l’uomo sta perdendo il suo ruolo dominante, che esercita a discapito di un femminile che può riscattarsi solamente nella morte. L’omicidio di Kayako è un esempio emblematico della punizione e della colpa a cui è destinata la donna e il suo piacere sessuale, di fatto platonico e mai consumato, in grado di riflettere i timori di un Takeo che, in nome del suo ruolo patriarcale, riconferma il suo fallocentrismo mediante l’eliminazione del soggetto che lo minaccia di una possibile evirazione simbolica e, forse ancora peggio, del suo sminuimento a vantaggio del fallo di un altro uomo, punendo addirittura Toshio, considerato frutto del seme altrui. Come in un certo erotismo sadomasochista dei cosiddetti pinku eiga, il corpo della donna continua a elevarsi a sede privilegiata del piacere sadico dell’uomo, sebbene nell’horror non subisca lo stesso processo di oggettificazione, ma si eleva attraverso un immaginario astratto di forme tondeggianti che assumono una dimensione più metafisica, concretizzando, secondo Calorio, la paura di un risucchio intrauterino che si esplicita attraverso omicidi che non fanno uso di armi, ma della mera vicinanza della vittima verso il corpo dello spettro, come la celebre bocca “vaginale” di Kayako; l’unico atteggiamento che le protagoniste femminili hanno è quello di accogliere il mostro, ridargli vita, divenendone madre, accettandolo e interiorizzandolo, fino alla possibilità di ridargli vita, come nel finale del secondo Ju on.

Un horror tautologico: prospettive epidemiche e dissoluzione dell’umano

L’identità non riguarda solamente una questione di genere, ma anche l’assenza di un manicheismo tipicamente americano, che demarca il bene dal male senza sfumature di senso, che invece nel saiko horaa sono ben evidenti attraverso un’umanizzazione degli spettri, come nella rivelazione di Kaykao a Rika nel primo Ju on ma soprattutto nel già citato episodio televisivo, in cui è possibile udire fuoricampo uno straziante dialogo tra i due spettri, in cui Toshio, ancora non pienamente consapevole della sua morte, dialoga con sua madre, che gli promette di vegliare su di lui in eterno. Al contempo, i protagonisti perdono la loro valenza eroica, compartecipando involontariamente alla proliferazione dell’orrore, incapaci di trovare una risoluzione: la videocassetta di Sadako/Samara sarebbe innocua se nessuno la guardasse e la duplicasse; Kayako e Toshio non ucciderebbero se nessuno entrasse nella loro casa. In accordo con una visione ciclica della vita, anche l’orrore è costretto a reiterarsi in eterno, il che rende The Grudge il J-Horror più tautologico, fondato su narrazioni episodiche che potrebbero proseguire all’infinito, sempre uguali a se stesse, abbandonando il primato della star rispetto alle controparti americane (Sarah Michelle Gellar nel primo e Amber Tamblyn nel secondo)  per una moltitudine di personaggi che si ritrovano vittime del ju-on. Kayako e Toshio non sono solo vittime delle violenze maschili, ma anche di un sostrato religioso che non permette serenità alle vittime morte nel rancore, costrette a generare altro dolore in una prospettiva pandemica. La dimensione apocalittica del genere, permeato di virus non biologici ma metafisici, esplicitata in film come Ring (il cui romanzo venne considerato metafora dell’AIDS) o Kairo, in The Grudge è sempre stata più velata e implicita, spesso non colta del tutto. È il finale del lungometraggio del 2002 a esprimere quella che potrebbe essere l’unica vera conclusione di questo horror, sempre più privo di una vera e propria risoluzione: lo sguardo contemplativo di Shimizu osserva una Tokyo deserta, quasi post-apocalittica, colma di volantini di persone scomparse. Dal momento che la narrazione di The Grudge tende a muoversi spesso tra passato e futuro, questo finale sembra presagire una catastrofe che, nel reboot appena uscito, assumerà caratteri globali attraverso la diffusione del ju-on in America, in seguito alla fuga di un personaggio da quella “zona rossa” identificabile con casa Saeki. Quello che sembra raccontare davvero The Grudge e l’horror nipponico è la progressiva dissoluzione del genere umano, il suo inevitabile annientamento materiale, che passa attraverso i propri errori e il male generato più o meno inconsapevolmente, compartecipando alla propria scomparsa sulla terra.

– Leonardo Magnante –

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