Gli Haiku, componimenti poetici giapponesi

Il Giappone oltre a portare in Occidente tradizione e cultura ha portato nelle nostre case anche tanta e buona letteratura, un esempio su tutti: gli “Haiku”. Gli Haiku (俳句? [häikɯ]) che, come soleva dire la più famosa e bionda cacciatrice di vampiri dei telefilm, ricorda il suono di uno starnuto, è un componimento poetico nato in Giappone nel XVII secolo.

L’ haiku ha origini molto incerte: si dice che derivi dal genere di poesia classica giapponese chiamato “waka” 和歌 (poesia giapponese) e poi ribattezzata “tanka” 短歌 (poesia breve) dal poeta, critico letterario e giornalista giapponese Masaoka Shiki. Molto probabilmente, però, questo componimento trae origine dalla prima strofa (lo hokku) di un renga, un componimento poetico a più mani. Gli haiku sono formati da tre versi, costituiti in totale da 17 more (unità di misura della durata delle sillabe) secondo lo schema 5-7-5. Dopo le prime traduzioni di questi poetici versi, a questo genere si sono affezionati molti dei più grandi scrittori del Novecento, da Rainer Maria Rikle a Paul Eluard. In Italia, invece, si avvicinano a questo genere alcuni poeti che abbracciano l’ermetismo, come Ungaretti e Quasimodo. Gli haiku sono, in poche parole, dei componimenti che nascono dall’anima, che sono soliti narrare l’emozione delle stagioni, la precarietà dell’uomo e dei suoi passi durante lo scorrere della loro vita quotidiana. Il principale esponente di questo genere è, senza dubbio, Matsuo Basho. Basho nasce vicino Kyoto, da un samurai, e vive nel periodo Edo. Durante la sua esistenza viaggia molto alla ricerca di se stesso, seguito, talvolta anche a distanza, dai suoi discepoli. Durante il suo lungo vagare, Basho, annota tutto nei suoi diari, completando le sue impressioni con i suoi haiku:

– Le nubi di tanto in tanto

 ci danno riposo

 mentre guardiamo la luna.

-Nobiltà di colui

 che non deduce dai lampi

 la vanità delle cose.

-Vieni, andiamo,

 guardiamo la neve

 fino a restarne sepolti.

-Quale dita toccheranno

 in futuro

 quei fiori rossi?

Un altro grande esponente di questi soavi componimenti è Yosa Buson, un noto pittore e poeta giapponese. Buson nasce nella provincia di Tsu ma successivamente si trasferisce a Tokyo, allora chiamata Edo. Grande viaggiatore e autodidatta, diviene insegnante di poesia. I suoi haiku si basano sulla tradizione, sugli elementi della natura e sulle sensazioni da lui vissute. Nei suoi scritti è molto presente il suggestivo paesaggio lunare e una velata, ma non troppo, sensualità:

-Che luna:

 il ladro

 si ferma per cantare.

-Ho fatto del mio braccio un cuscino,

 e amo il mio corpo,

 nel vago chiarore lunare.

Kobayashi Issa, altro esponente di questo genere poetico, è figlio di agricoltori e, anche lui, si dedica alla pittura e, naturalmente, alla poesia. Pur godendo di un discreto successo vivrà in condizioni economiche disagiate in diverse fasi della sua vita. Dopo vari matrimoni, diventa padre e gira il Giappone, scrivendo tantissimo in prosa e sopratutto in poesia. I suoi versi riportano le sue vicende personali: il dolore per la perdita dei suoi figli, la stanchezza per una vita, ai suoi occhi, spesso deludente e l’amore per i frutti della natura, utilizzando un linguaggio non troppo formale e ricco di dialettismi:

-Mondo di sofferenza:

 eppure i ciliegi

 sono in fiore.

-Prendiamo

 il sentiero paludoso

 per arrivare alle nuvole.

-Non piangete, insetti

 gli amanti, persino le stelle

 devono separarsi.

-Si sveglia

 e sbadiglia, il gatto;

 poi, l’amore.

Per quanto questi componimenti siano brevi e privi di titolo, gli haiku sono pari ad un soffio di vento ricco di scenari ed hanno il compito di raffigurare ogni aspetto della vita: la natura, le azioni quotidiane, lo scorrere del tempo e le emozioni che il ciclo della vita genera nell’uomo.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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