Frankenstein, dalla storia cupa alla versione dissacrante

Il moderno Prometeo“, o più semplicemente Frankenstein ha dato vita ha una serie di rivisitazioni in suo onore, per venerare uno scritto che è molto più di ciò che l’immaginario collettivo tende a ricordare.

Frankenstein è il creatore che distrugge la sua opera, è il risultato della ricerca spasmodica della perfezione e di quell’amore cercato ma mai vissuto. Scritto nel 1816 e ambientato a Ginevra verso la fine del 1700, Mary Shelley racconta la storia di Victor Frankenstein, un ragazzo che in seguito alla morte della madre si rifugia nella medicina con la voglia, e la presunzione, di poter creare un essere perfetto, più intelligente dell’uomo comune, privo di qualsiasi punto debole. Frankenstein trascorre intere notti nei cimiteri per studiare la decomposizione dei corpi e per comprendere come dare vita alla creatura mostruosa intrappolata nella sua mente. Il mostro prende vita ma è completamente diverso dall’idea originaria: è una creatura grottesca che uccide il fratello del suo creatore. Le vicende della storia narrano di come il creatore e il suo mostro si rincorrano per tutti gli anni a venire, di come i loro destini, inevitabilmente, si intreccino. Ed è a quel punto che Frankenstein promette alla sua creatura di creare una donna, una compagna simile a lui, che possa vivergli accanto in cambio di sparire per sempre nell’America del Sud. Ma l’uomo ci ripensa, non può creare di nuovo, consapevolmente, un essere che provoca solo dolore e morte e quindi fugge. La creatura con il passare degli anni cambia, il suo animo si avvicina pian piano a quello dell’uomo, comincia a provare rimorso, senso di colpa, per le morti che ha provocato. Il fine di Mary Shelley è quello di rivoluzionare la morale dell’Ottocento, di spiegare l’egocentrismo dell’uomo che si erge ad un nuovo Dio, che prende su di sé il merito di creare la vita e di dare la morte, l’arte di creare un essere che tende alla perfezione. Racconta la storia di un uomo talmente spocchioso da non capire che è un progetto impossibile, che la perfezione non esiste e che la voglia di crearla può dar solo vita ad un essere mostruoso che chiede soltanto di essere amato. Il classico esempio in cui l’apparenza decisamente inganna.

Questo concetto viene preso in prestito anche da James Whale, che cerca di darne una prima versione cinematografica. Nel 1931 dirige “Frankenstein“, film horror fantascientifico tratto ovviamente dal romanzo di Mary Shelley e dall’adattamento teatrale del 1927 “Frankenstein: an Adventure in the Macabre di Peggy Webling“. L’ambizioso dottor Frankenstein, aiutato dal fedele servo gobbo Fritz, inizia a recuperare resti di cadaveri umani dai cimiteri, per cimentarsi nel folle progetto di dare la vita in un corpo di sua creazione. La fidanzata Elizabeth, preoccupata per lo stato mentale dell’amato, chiede aiuto all’amico Victor Moritz e all’ex insegnante di Frankenstein, il dott. Waldman. Ma tutto ormai è compiuto: Frankenstein, usa l’elettricità dei fulmini di una tempesta e dona  vita alla sua creatura. “It’s alive!… It’s alive! It’s alive!” Ma Waldman e Frankenstein scoprono presto che il cervello, rubato da Fritz e inserito nella creatura, è in realtà quello di un criminale omicida. Il mostro scappa, uccide Waldman e si reca al villaggio seminando panico e morte. Frankenstein decide di distruggere il suo mostro, aizzando una folla di abitanti infuriati. Durante la caccia la creatura cattura il suo creatore e lo porta in un mulino a vento abbandonato. Lì Frankenstein si confronta con il Mostro, che lo butta giù dal mulino, ma incredibilmente sopravvive. La folla inferocita, allora, dà fuoco al mulino ed il mostro viene apparentemente inghiottito dalle fiamme.

La cupa storia gotica ha dato vita anche ad una versione dissacrante, un’idea che solo Gene Wilder poteva avere. A partire da questa idea il regista Mel Brooks aiutato appunto nella sceneggiatura da Gene Wilder, creano “Frankenstein Junior” (Young Frankenstein), film del 1974. Ci troviamo in una New York degli anni trenta. Il giovane medico e celebre professore universitario Frederick Frankenstein è il nipote del famoso dottor Victor von Frankenstein. Al termine di una lezione di neurologia all’università dove insegna, Frederick riceve una visita da parte di un notaio, Herr Rosenthal, che gli comunica che suo nonno ha lasciato in dono un castello in Transilvania. Nonostante il disprezzo per le idee e per gli esperimenti di suo nonno, Frederick si reca comunque in Romania. Lì incontra aiutante gobbo Igor, l’assistente Inga e Frau Blücher. Quest’ultima, un tempo amante del Barone, consegna a Frederick gli appunti di suo nonno. Frederick, ricredendosi sulle proprie idee, di dare vita a una nuova e perfetta creatura. Recatosi in un cimitero per prelevare un cadavere chiede a Igor di recarsi in un laboratorio, in cui sono conservati una serie di cervelli e di rubare quello di Hans Delbruck, un grande scienziato. Ma l’assistente, distrugge per sbaglio il cervello richiesto e prende quello di un altro uomo. L’uomo confessa l’accaduto raccontando che nella teca del cervello umano la targa citava la scritta “abnormal”.It – could – work!” In seguito a varie peripezie il mostro fugge dal castello, incontra prima una bambina e poi un eremita cieco che, credendo d’avere a che fare con un muto, tenta maldestramente di offrirgli la cena e di accendergli un sigaro, incendiandogli in realtà il pollice. Il mostro, spaventato dal fuoco, fugge. Frederick riesce finalmente a recuperarlo e a convincerlo di essere una creatura buona. Per dimostrarlo anche alle altre persone organizza un’esibizione teatrale in cui lui e la creatura s’esibiscono in un numero di tip tap. Lo spettacolo inizia perfettamente ma la creatura, spaventata da un principio d’incendio sul palcoscenico, fugge di nuovo. Frederick, disperato suona la magica musica dei Frankenstein, riuscendo finalmente ad ammaliare la sua creatura e a farla tornare al castello dove riesce a trasferire parte della sua intelligenza al mostro per vivere, da buona commedia, in modo dissacrante, felici e contenti.

Un finale assai curioso per un romanzo dalle origini assai curiose. Forse non tutti sanno che l’idea di Frankenstein nasce da una competizione letteraria tra amici. Durante una notte di pioggia dell’estate del 1816, Mary soggiorna in una villa sul lago di Ginevra con John Polidori, ospitati da Lord Byron. Quest’ultimo, per ingannare la noia sfida tutti ad un gioco: tentare di scrivere il miglior racconto dell’orrore. Quella notte nascono il mito di “Frankenstein”,Il vampiro” di Polidori e “Dracula” di  Bram Stoker. Ma questa è un’altra storia.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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