Ferisce più la penna, la macchina da scrivere, il computer… che la spada: strumenti di scrittura

1Per scrivere, si sa, serve l’ispirazione e con il tempo gli scrittori hanno elaborato dei loro metodi per trovarla, fatti di atti puntuali e ben precisi, tali da diventare dei veri e propri rituali preparatori alla scrittura. Sono stati scritti anche diversi libri a riguardo, raccolte di curiosità: c’è chi non scrive se non dopo aver bevuto whisky, chi solo se vestito in bianco, c’è chi conta le parole da scrivere e chi invece deve avere una posizione ben precisa. Ma questo non è tutto. Perché sì, l’ispirazione è importante, ma ancor di più lo è avere degli strumenti di scrittura. E ognuno, ovviamente, predilige i suoi. Oggi abbiamo a disposizione veramente molti strumenti per poter dar forma alle nostre parole ed il più diffuso è sicuramente l’uso di un qualunque tipo di dispositivo elettronico, touch screen e via: si può scrivere da qualunque posto e annotare qualunque cosa; dita veloci che passano sullo schermo e la magia è fatta. Ma c’è anche chi non rinuncia al computer: il ticchettare sui tasti, quel suono soft, ma comunque piacevole, la comodità di un portatile sulle gambe, sdraiati chissà dove, o forse meglio seduti su una scrivania, a scrivere su un Computer fisso dallo schermo ampio. Insomma una cosa è certa, qualunque sia il mezzo tecnologico utilizzato il risultato grafico sarà grandioso: possibilità di presentazioni grafiche di alto livello, cambi di grafia e colore dei caratteri, impaginazioni di ogni tipo, cancellature e modifiche sempre possibili e qualunque altro sfizio lo scrittore voglia togliersi sicuramente potrà farlo 2con praticità.

Ben diverso dai tempi in cui il ticchettio sui tasti era assai rumoroso e richiedeva grande concentrazione: ovvero quando l’unico strumento per una scrittura sempre rapida e leggibile era la macchina da scrivere. Il primo progetto fu presentato nel XVII secolo, ma in realtà venne realmente brevettata nel 1856: strutturalmente prevedeva delle leve circolari e battenti che con movimenti dal basso verso l’alto convergevano in un unico punto e imprimevano la lettera desiderata. Tappa fondamentale nell’affermarsi di questo strumento fu nel 1874 quando finalmente al progetto fu aggiunta la possibilità di vedere ciò che si stava scrivendo durante la stesura. Infine nei primi anni del 1900 venne fatto aggiungere un motore elettrico alla macchina per poter avere maggior rapidità di scrittura. La prima macchina da scrivere italiana fu L’Olivetti nel 1911. A quei tempi era uno strumento tanto innovativo quanto indispensabile, per molti irrinunciabile! Non pochi scrittori la preferirono a taccuini e matite, malgrado i fastidiosi calli che il suo continuo utilizzo provocava.

3Ancor prima di questo c’erano i metodi oggi considerati più classici: matite, penne stilografiche e prima ancora piume d’oca. La nostra comunissima penna Biro, ovvero la penna a sfera costituita da un tubicino di plastica contenente inchiostro semi solido, conquistò le scene mondiali in seguito alla Seconda Guerra Mondiale. Prima si utilizzavano penne stilografiche, ovvero i pennini di epoca ottocentesca a cui venne applicato un serbatoio di inchiostro: il pennino non doveva più essere intinto nel calamaio come si faceva all’origine con le penne d’oca, ma venivano alimentate autonomamente tramite un piccolo serbatoio. Ognuno di questi strumenti ha segnato una tappa fondamentale della storia della scrittura e soprattutto hanno accompagnato artisti di ogni epoca e di ogni calibro.

C’è da dire che ancora oggi esiste chi predilige scrivere di proprio pugno; la scrittura a mano ha conservato gran parte del suo fascino: carte rilegate, inchiostri colorati, penne dalle rifiniture eccentriche sono diventati oggetti di design o forse da collezione, fatto sta che la passione per la scrittura sembra non passi ancora per questi strumenti, come se in fondo, scrivere nero su bianco riavvicini lo scrittore alla sua opera, alle sue idee, alle sue parole e questo è un tipo di contatto che nessun touchscreen potrà mai sostituire.

Una magia del passato che cerchiamo di trasportare ancora un po’ con noi in questa era 2.0.

– Jessica Bua – 

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