Eventi per riflettere: La Tomba delle Lucciole al cinema

1Il cinema d’animazione giapponese è bello.
Dannatamente bello, soprattutto quando fa sul serio. Miyazaki e tanti altri ce l’hanno insegnato: quell’industria è capace di produrre dei film dallo spessore umano eccezionale. Qui in Italia i distributori l’hanno scoperto solo da pochi anni, assieme al fatto che quei prodotti “vanno”, possono essere commerciali nel loro essere “di nicchia” (almeno da noi…) e per fortuna hanno iniziato a capire che ci si poteva lavorare bene sopra. Così si è cominciato a portare i film dei più importanti studi giapponesi, in particolare il Ghibli del maestro Hayao, al cinema, in una serie di eventi a tema. Di solito si tratta di quarantotto ore di proiezione per i grandi classici come Totoro, Mononoke, La città incantata, prima dell’uscita dell’edizione blue-ray da collezione. Grandi cose. Soprattutto quando questi diventano veri e propri eventi per riflettere, come nel caso del capolavoro di Isao Takahata: Una tomba per le lucciole, proiettato al cinema nelle giornate del 10 ed 11 novembre, con il nome, più fedele al titolo originale, La Tomba delle Lucciole.

Okay, questa non può e non vuole essere una recensione, perché il film in questione è uscito in Giappone nel 1988 ed è conosciuto dai veri amanti del cinema orientale da molto tempo. Per dire: quando, anni fa, l’autore di questo pezzo dichiarava coraggiosamente che Salvate il Soldato Ryan fosse il miglior film di guerra mai creato (sacrilegio!), un amico virtuale mi consigliò caldamente di recuperare questo film. Così, questo giusto per capire di 2cosa stiamo parlando, di quanto sia già famoso.  Anzitutto questo è il primo vero “lungometraggio di animazione” sulla guerra, quella vera, la Seconda, che chi scrive abbia visto. Cioè, non guerra fantastica, edulcorata, eroica. Guerra storica, vera guerra, la Seconda, vista attraverso gli occhi di due ragazzini giapponesi che fuggono dal terrificante bombardamento di Kobe per sopravvivere. La storia di due fratelli, l’adolescente Seita e la piccola e dolce Setsuko, che vedono il mondo bruciare sotto le bombe incendiarie dei bombardieri americani e i suoi abitanti morire lentamente per fame.

Questa non può essere una recensione, ma un invito a riflettere su qualcosa che fa sempre bene ribadire: guardate cinema di animazione, non sottovalutatelo mai; accostatevi ai fumetti (e in particolare ai manga) con uno sguardo attento e fiducioso della loro qualità. Informatevi, cercate le opere migliori, valutatele come fossero classici del romanzo. Non solo le grandi e pesanti graphic novels, ma anche le serie regolari rilasciate ogni mese. Dopo il successo di Miyazaki in Occidente questa dovrebbe essere un’ovvietà, invece non lo è. Purtroppo dobbiamo ancora fare i conti con un’idea, diffusa in Italia sin dagli anni ’70, che l’animazione non possa avere altra destinazione se non i minori.
È un messaggio che chi scrive tenta di lanciare così, senza troppe riflessioni sociologiche elaborate. Vede3re le meraviglie di un’animazione e di un disegno a mano, resi fluidi come solo questa scuola d’animazione poteva renderli, descrivere la tragedia della guerra in modo tanto crudele e al tempo stesso poetico è qualcosa di meravigliosamente lancinante.

E quella del film non è una crudeltà gratuita, per prendere alla pancia con un discorso retorico, ma una crudeltà garbata e magistralmente diretta, basata su una storia dannatamente plausibile, reale, che non invita solo ancora una volta a riflettere su quanto possano essere stati brutti gli effetti di quei bombardamenti in quel determinato momento storico, ma a ricordare che ogni bombardamento, ogni morte in guerra, in nome di ogni ideale che può venire in mente (anche il più nobile) conduce ad una tragedia che spazza via come una bomba atomica.
Ed ecco dunque arrivare la consapevolezza di cosa rappresenta ancora oggi per tanti questa grande narrativa giapponese: una splendida cultura umanista, nel vero e più profondo senso del termine, che, nonostante le inevitabili controversie che il popolo che le ha generate porta con sé, diventa puro cibo per l’anima e diventa assolutamente universale e necessario. Siate pronti a soffrire e recuperatelo appena uscirà in vendita. Vi farà davvero bene all’anima.

– Fabio Antinucci – 

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