Elogio a Gene Wilder

1Prima ancora che Johnny Depp potesse sognare di indossare un completo viola o prima ancora che i produttori di Broadway potessero inventarsi qualche sordido piano per scappare con del denaro, un attore iconico lasciava la sua impronta nel campo cinematografico, con il suo enorme talento e i suoi inconfondibili occhi azzurri. Gene Wilder ci ha dunque lasciati – ultimo (speriamo!) di una lista veramente troppo lunga di star quest’anno – ieri, 29 agosto, a 83 anni, per complicazioni dovute al suo Alzheimer. Non è mai facile scrivere un elogio in onore di questi grandi nomi e devo ammettere di non amare farlo, per un senso di inadeguatezza che mi coglie nel pensare a ciò che metterò nero su bianco: tralascerò senz’altro qualcosa e sarò meno precisa di come vorrei essere, ma non farlo sarebbe impossibile, anche solo per la stima nutrita nei confronti di una tale personalità artistica appena dipartita. Dunque, inizierò forse in modo banale, ma necessario, andando a celebrare quella che è stata una collaborazione aurea tra Jerome Silberman – vero nome dell’attore – e il regista Mel Brooks: sto parlando di un trittico che consiglierei veramente a chiunque e che nessun amante del cinema dovrebbe permettersi di tralasciare, ovvero Frankenstein Junior, Mezzogiorno e mezzo di fuocoPer favore, non toccate le vecchiette. Forse chi legge conoscerà i primi due titoli, ma non il terzo: se avete visto il musical The Producers sappiate che questo è l’originale e che, per la sua interpretazione, l’attore ha ricevuto la sua prima nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista, e che si tratta anche dell’esordio di Brooks come regista, quindi vi prego di recuperarlo. Credo invece sia abbastanza ridondante parlare sia di Frankenstein Junior che di Mezzogiorno e mezzo di fuoco: se state leggendo, sono certa che li abbiate visti e amati; io il primo lo conosco anche a memoria.

2Ma andiamo avanti e cerchiamo di celebrare anche altre pellicole, non fermandoci solo – diciamo – all’ovvio: nel 1971 Wilder interpreta Willy Wonka, ruolo che gli porterà il giusto riconoscimento solo tempo dopo, visto il malcontento dell’autore del libro, Roald Dahl, nei confronti della pellicola; nel 1972 il suo dottor Doug Ross finisce a letto con una pecora nel famosissimo Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) di Woody Allen; nel 1975 fa il suo esordio come regista, ne Il fratello più furbo di Sherlock Holmes (ai quali seguono: Il più grande amatore del mondo; I seduttori della domenica; La signora in rosso – il suo più grande successo in regia – e Luna di miele stregata)pellicola ben realizzata e dai toni assolutamente spassosi; Nessuno ci può fermare, di Sidney Poitier, continua a fargli scalare le vette del successo, con un film che incassò più di 100 milioni di dollari, diventando il terzo incasso più importante del 1980. Mi piacerebbe spendere due righe anche per altri titoli, ma del resto i suoi lavori parlano per lui e più che leggere vi consiglio di guardare, nel suo caso. Interessante – e importante – è invece porre l’accento su ciò che lo ha consacrato come grande attore, ovvero quella sua capacità innata di far ridere senza rendersi mai ridicolo, senza eccedere, senza puntare sul visivo, ma solo sulla profondità del suo sguardo e sulla realtà delle sue reazioni: non gli è mai servito altro. La sua grande potenza è sempre stata quell’aria sofisticata, come in perenna attesa che qualche lato del film potrà dargli la giusta soddisfazione, ma senza che questo avvenga mai, portando la comicità a livelli enormi e a vette difficilmente comparabili.

3Prima di terminare mi sembra giusto scrivere di Wilder anche come scrittore e come uomo, perché questo elogio sia completo: di suoi scritti potete reperire la sua autobiografia (Baciami come uno sconosciuto), il suo primo romanzo (La mia puttana francese), ambientato durante la Prima guerra mondiale, e il secondo e ultimo (The Woman Who Wouldn’t), al quale è poi seguita una raccolta di racconti (What is This Thing Called Love?). Sulla vita, invece, penso sia importante ricordare la sua lotta contro il cancro, dopo aver perso la moglie per questa orribile piaga nel 1989, ed essersi ammalato lui stesso nel 1999, per poi essere dichiarato guarito nel 2005. Poi, purtroppo, un’altra brutta malattia ha fatto chiudere il sipario su questa leggenda del cinema, ma – si sa – per quanto possa sembrare sdolcinato dirlo tocca vette di realtà indiscutibili: i volti come i suoi non muoiono mai. Per concludere vi lascio un aneddoto che spero vi regalerà un sorriso. Nella sua autobiografia Wilder parla dell’uscita di Frankentein Junior e di una parte molto importante del film: “Dopo l’uscita trionfale della pellicola, la gente mi chiedeva se sapessi che la parola blucher in tedesco significa “colla”. La verità, però, è che non mi è mai passato per la mente che quella parola potesse significare qualcosa: mi piaceva il suono che aveva… mi sembrava potesse davvero spaventare anche i cavalli (che ne sapevano più di me a quanto pare)”. Così nacque il mito di Frau Blucher, amichetta del barone Von Frankenstein e della sua “orrrzata con lattte!”

– Lidia Marino – 

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