Dora Maar e il suo amore per Picasso

1Una donna è seduta al caffè “Deux Magots”, occupa un tavolino, in disparte, lontano da occhi indiscreti. È intenta in uno strano gioco: colpisce con forza con un coltellino lo spazio delle dita tra le sue mani, senza fermarsi, instancabilmente. Non si ferma nemmeno quando si ferisce e imbratta di sangue il piccolo guanto bianco che veste la sua mano. Durante questo gioco dal sapore autolesionistico, un uomo la guarda, la scruta, dall’altro lato del caffè. Si avvicina e le chiede senza indugio di omaggiarlo con il guanto sporco del suo sangue, per ricordare per sempre quella donna che lo ha intrigato con la sua follia. La giovane donna seduta nel piccolo caffè è minuta, con grandi occhi scuri incorniciati da bei capelli neri. Henriette Theodora Markovitch , conosciuta nel mondo con il nome di Dora Maar, è, in quell’esatto momento, una pittrice e fotografa di 28 anni, autrice di immagini, collage e fotomontaggi dal gusto Surrealista molto appezzati. È una donna che ama vestirsi del suo orgoglio, elegante che con sguardo severo scoraggia ogni pretendente. L’uomo che la studia, durante il suo macabro gioco è Picasso, un nome che racchiude tutto il genio della sua arte, all’epoca 54enne. La cornice di questa storia è ovviamente la bella e teatrale Parigi durante il freddo Gennaio del 1935.

2Dora è stregata, abbagliata da questo genio autoritario e diventa la sua amante o meglio “una” delle sue innumerevoli amanti. Perché Picasso è anche questo: un governatore che gioca con la vita di donne fragili, abbagliate dal suo genio e dal suo fascino e Dora Maar non è l’eccezione. Adora umiliarla, ferirla, prova un sottile piacere nel denigrarla, nell’essere considerato migliore, migliore di lei, un genio inarrivabile, pieno di talento. L’idea che Dora lasci la fotografia, il suo talento, è tutta sua per poterne fare, senza remore, ciò che vuole. E allora la imprigiona nei suoi ritratti. La modella a suo piacimento, diventa la sua musa, la sua perfetta incarnazione del dolore : “Ho migliaia di suoi ritratti, me ne ha fatti migliaia. Ma nessuno è Dora Maar sono tutti Picasso”. Anche per “Guernica” Picasso prende possesso del volto di Dora, lo usa per ritrarre la figura che sorregge la lampada al centro. Affascinata da tutto quel dolore, Dora riprende la macchina fotografica, rivelandosi più forte del suo uomo. Ascoltando di nuovo sotto la pelle il brivido del suo talento, comincia a scattare fotografie, fotografie all’uomo che crea una distruzione sotto forma d’arte. Scatti fotografici che la rendono irrimediabilmente famosa, che vengono pubblicati nel numero 4-5 della rivista “Cahiers d’art” del 1937. Ma Picasso non è solo. Sposato con Marie-Therese, una donna che è l’esatto opposto della sua musa. È dolce, bionda, sensuale, ed è da poco madre della loro figlia Maya. Lei vive per Picasso, lo adora semplicemente e Dora, nel frattempo, è la donna bruna, appassionata, intellettuale, vivace, impulsiva, imprevedibile, violenta, “diabolicamente seducente” a suo dire, l’unica che forse tiene testa alla sua voglia di possesso. Ma Picasso non abbandona la sua sposa. Umilia entrambe, adora vederle lottare per lui tanto da farle incontrare lui stesso, ricordando quei momenti violenti tra le due donne come gli attimi più belli della sua vita. Quella moglie anni dopo porrà fine alla sua vita impiccandosi per lui, per quell’uomo da cui non si sente amata ed un’altra sua amante, Jacqueline Roque, emulerà il suo gesto sparandosi, invece, un colpo alla tempia.

3Ma quale donna è Dora prima che il ciclone Picasso la travolga? È una donna libera, di sinistra. I suoi scatti sono pubblicati su riviste prestigiose come “Madame Figaro”. Riesce ad esporre ciò che vede dal suo obbiettivo alla “Internazionale della fotografia” a Bruxelles e mostra le sue fotografie anche al “Saint-Jacques per la Constitution des Artistes Photographes”. Gode della protezione di Georges Bataille, scrittore e filosofo, che la introduce nella cerchia dei Surrealisti e conosce Breton, Eluard, Leiris, Man Ray. Ma tutto scompare sotto le potente luci di Messère Picasso. La relazione tra i due amanti dura ben 9 anni, ed è Picasso, come di consueto, a decidere di troncare il loro rapporto nel 1943. Lascia Dora per una giovanissima Françoise Gilot l’unica forse che riuscirà a lasciarlo, salvandosi dal suo estro. «Come artista sarai meraviglioso, ma moralmente non vali niente. Non hai mai amato nella vita, non ne sei capace». Dora cade in una profonda depressione, dopo il suo abbandono. È il 1945 quando accusa le prime crisi di nervi, quando si sottopone a sedute di elettroshock ed è Jacques Lacan, lo stesso psicanalista di Picasso, del suo “Minotauro”, rappresentato nella sua foto, con il costume bianco sulla spiaggia e con il viso ricoperto da un cranio di bue, a prenderla in cura. «Io non sono stata l’amante di Picasso. Lui era soltanto il mio padrone». Dora si estranea completamente dal mondo, queste crisi, l’accettazione della sua malattia, il dolore per la sua sterilità, la imprigionano in una morsa dalla quale lei stessa decide di non fuggire. Dora si condanna all’auto-reclusione perché: “Dopo Picasso, c’è solo Dio”, il Dio della sua totale distruzione. Una donna destinata alle luci dell’indipendenza che sceglie lucidamente di soccombere ad un amore malato. Dora muore il 16 luglio del 1997, sacrificando il suo corpo, la sua anima, il suo talento al suo Minotauro perché “le donne sono macchine costruite per soffrire” e lei, di certo, non ha smentito il pensiero del suo Dio.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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