Disney +: la censura a Neverland

Poche settimane fa Disney ha lanciato anche in Italia la sua piattaforma streaming, allietando con nuovi o nostalgici contenuti il lockdown degli italiani. Nel giro di qualche giorno, tuttavia, sono state molte le osservazioni non proprio positive rivolte a Disney +: la censura a Neverland, ossia quel mondo di lungometraggi Disney che come l’Isola che non c’è ha racchiuso l’infanzia di tanti, è risultata in alcuni casi eccessiva dando vita a numerose polemiche. Le motivazioni del colosso statunitense sono da ricercare nelle critiche che gli sono state rivolte in passato.

Nel corso del secolo Disney ha acquistato sempre maggiore rilievo, creando contenuti di qualità, alcuni dei quali nominati all’Oscar come Miglior film (come La Bella e la Bestia nel 1992 e Up nel 2010), e acquisendo il controllo di altre Major, dalla Lucasfilm al Marvel Cinematic Universe, fino alla Fox. I successi, tuttavia, sono andati di pari passo alle accuse che si sono accumulate nei confronti della casa di produzione cinematografica, e che si sono basate principalmente sulla presenza di temi razzisti e di messaggi subliminali.

Per quanto riguarda il razzismo, il caso più evidente riguarda Fantasia del 1940, lungometraggio musicale che nella scena Pastorale mostrava Girasole, centaura dalla pelle scura e dal volto evidentemente caricaturale, intenta a servire una centaura dai colori più chiari e l’aspetto bellissimo; in questo caso Disney ha compreso la validità delle accuse e nella versione del 1960 ha eliminato la suddetta scena. Una seconda accusa altrettanto nota riguarda il lungometraggio con tecnica mista I racconto dello zio Tom (1946), che mostra uno schiavo felice della propria condizione lavorativa e in atteggiamenti benvolenti verso il figlio del suo padrone, bambino a cui racconta favole e intona allegri motivetti.

Le altre critiche rivolte al colosso americano si sono concentrate invece su personaggi o sequenze marginali all’interno dei film e rappresentano spesso un’esagerazione, come nel caso delle accuse di razzismo nel balletto di Cam Caminì in Mary Poppins (1964) per via della cenere che copre il volto degli spazzacamini; altri esempi sono la descrizione caricaturale di personaggi appartenenti ad altre culture, come i nativi americani in Peter Pan (1953), i gatti siamesi in Lilli e il Vagabondo (1955) e Gli Aristogatti (1970) e, infine, i corvi che fumano sigari in Dumbo (1941) – sebbene i corvi fossero tra i pochi amici di Dumbo, un personaggio a sua volta discriminato per il proprio aspetto. Se dunque queste potevano apparire come critiche non pertinenti o eccessive, la reazione che Disney avrà nel 2020 indicherà tutt’altro.

Il secondo motivo per cui Disney è finito nell’occhio del ciclone riguarda la presenza di presunti messaggi subliminali in alcuni dei suoi film. Negli ultimi decenni, infatti, la tecnologia ha permesso di interrompere la visione dei lungometraggi animati per esaminare alcuni fotogrammi che, a prima vista, non presentavano alcun problema. Tra le scene più note si ricordano la scritta “sex” che apparirebbe in cielo ne Il Re Leone (1998) e la donna nuda alla finestra durante il viaggio di Bianca e Bernie (Le avventure di Bianca e Bernie, 1977); uno dei film più incriminati è La Sirenetta (1990), per via ad esempio di alcune immagini di Sebastian o di una particolare protuberanza sotto la veste del prete che celebra il matrimonio. È difficile ormai capire se tali immagini siano effettivamente messaggi subliminali o se, come nel caso della scritta confusa de Il Re Leone, la nostra mente sia portata a vedere ciò che ci si aspetta, tuttavia Disney ha rimosso la donna ne Le avventure di Bianca e Bernie e ha ridisegnato il prete de La Sirenetta, probabilmente ammettendo lo sbaglio fatto dal reparto grafico.

Nel corso del tempo, dunque, Disney è stata sia acclamata che denigrata, pertanto una volta operativa come servizio streaming ha optato per decisioni che avrebbero potuto limitare future accuse. In primo luogo ha inserito degli avvisi di disclaimer che agiscono come una sorta di “parental control” come i bollini in televisione e, oltre a “presenza di tabacco o alcol”, spicca “contenuti culturali obsoleti” che appare proprio in alcuni dei succitati casi di razzismo, come a volere ammettere la colpevolezza di coloro che lavorarono in quei film o addirittura come se volesse evitare successive polemiche. Se la prima risposta potrebbe essere valida, gli esempi presto riportati dimostreranno come anche la seconda sia vicina alla verità.

I racconti dello zio Tom non è stato inserito nel catalogo di Disney+, ma l’assenza di altri contenuti più noti evita che questa scelta possa essere vista unicamente come un tentativo di eliminare un film considerato da tempo razzista. Se la mancata presenza di un film può passare inosservata, dovuta a una qualsiasi motivazione, ciò non vale per quella di un episodio, nel caso specifico appartenente alla neo-acquisita serie I Simpson: la puntata che non è stata caricata vedeva la presenza di un personaggio doppiato da Michael Jackson ed è stata oggetto di biasimo per via delle accuse di pedofilia rivolte al cantante. Disney ha dunque deciso di non acquistarne i diritti o di non mandarla in onda sulla sua piattaforma streaming.

Le azioni di Disney diventano più chiare poco alla volta. Viene rimossa la scena in cui Pippo fuma in Saludos amigos (1942) e viene modificata quella in cui Lilo si nasconde in una lavatrice (Lilo & Stitch, 2002); in questo ultimo caso lo scopo è quello di evitare che bambini della sua stessa età possano provare a imitarla. La censura che ha destato però maggiore scalpore riguarda Splash – Una sirena a Manhattan (1984) per via della pessima CGI, che ha dovuto allungare la chioma bionda della sirena per coprire la sua nudità. Disney vuole evitare problemi con i genitori e tenere i bambini lontani da alcune tematiche ricorrendo perfino a modifiche sbrigative, ma il punto più alto viene raggiunto con il mancato revival di una nota serie televisiva.

Nel trailer promozionale di Disney+ uno dei prodotti su cui la casa cinematografica ha posto maggiore attenzione è stato il ritorno di Hillary Duff nei panni di Lizzie McGuire, nota sit-com di Disney Channel. Hillary Duff è cresciuta, ha recitato in altre serie come Younger, nella quale interpreta una giovane imprenditrice di successo, e a sua volta è cresciuto il suo personaggio Disney; il revival avrebbe visto Lizzie a New York, con una soddisfacente vita lavorativa e sentimentale proprio alla vigilia dei suoi trenta anni. Purtroppo, però, le limitazioni imposte non sono state gradite dalla creatrice Terri Minsky, che dopo il licenziamento a gennaio è tornata solo poche settimane fa a lavorare sul progetto. Il motivo del dibattito ancora in corso è semplice: Minsky vuole rappresentare la vita di una trentenne, mentre Disney predilige un approccio diverso, un revival che veda Lizzie e i suoi amici relazionarsi al mondo che li circonda come se fossero ancora degli adolescenti. Il pomo della discordia sarebbe stata la menzione di un tradimento, che avrebbe quindi inserito implicitamente il tema del sesso.

Hillary Duff è ancora adesso contraria alla visione di Disney. La major statunitense non ha, infatti, problemi a mostrare scene che rimandano, direttamente o indirettamente, ai rapporti sessuali che a volte nemmeno sono di natura romantica, bensì occasionali – basti pensare ai citati Simpson e alla saga degli Avengers con i personaggi di Tony Stark e Peter Quill. Ciò che reputa spinoso è il collegamento di tale tema al personaggio di Lizzie, che il pubblico ha imparato ad amare quando aveva tredici anni e che, per Disney, deve rimanere a quell’età anche ora che ne ha trenta; l’aspetto più assurdo è che gli spettatori di Lizzie McGuire agli inizi del 2000 ora hanno circa la sua età attuale e dunque si rispecchierebbero facilmente in un personaggio che, come allora, sta adesso affrontando le loro stesse situazioni, i problemi lavorativi e i tradimenti in campo amoroso. La decisione finale starà a Disney e a Hillary Duff, che oltre che protagonista ha un ruolo importante nell’aspetto produttivo e non sembra intenzionata a fare un passo indietro così grande.

Dalle censure all’uso dei disclaimer, dalla CGI improvvisata alla “sindrome di Peter Pan” proiettata sui suoi personaggi, Disney+ sembra pronta a tutto per evitare future polemiche; tuttavia sarà questa la strategia giusta?

 

– Sara Carucci –

Rispondi