Dal libro al videogioco e ritorno – Parte 2

Benvenuti alla seconda parte di Dal libro al videogioco e ritorno! Se la scorsa volta affrontavamo il discorso
ATTENZIONE, INTERFERENZA

Oh, ciao Fa’!”
“Ciao bello, che dici?”
“Mamma mia, Fa’, sto a legge un libbro troppo bello, è il libbro de Resident Evil!”
“Ah, e de che parla?”
“È il libbro der gioco, cò la storia der gioco! I personaggi der gioco!”
“Insomma, una trasposizione in versione narrativa letteraria di una trama in origine presentata in modo interattivo e ludico… boh, per me impoverisce un bel po’ entrambi i media, in un modo o nell’altro”.
Silenzio.
“A Fa, ma vaaquelpaese! Nun pòi capí, è ‘n capolavoro!!”.

1. Stessa storia, formati diversi 1

Francamente non so se il dialogo che ho racconto qui sopra sia vero o un parto d’immaginazione, fatto sta che racchiude bene tutto quello che penso di un tipo di letteratura che ho visto venire fuori sempre più negli ultimi anni: romanzi che raccontano, sotto forma letteraria, o la trama di un videogioco (compresi i dialoghi o alcune descrizioni che possono essere sentiti durante la partita), o dei lati secondari di quelle storie o degli universi in cui sono ambientate. Se dunque nella prima parte di questo piccolo viaggio ho affrontato un discorso su quei romanzi che hanno fornito spunto a varie software house per le loro creazioni, stavolta parliamo di quei libri che derivano da un prodotto videoludico. Io ne ho letto solo uno, ossia la versione a romanzo di Alan Wake, videogioco thriller Microsoft uscito per PC e Xbox 360 nel 2010, quindi ne ho una conoscenza molto povera, però tenterò comunque di dire ciò che penso.

2. Immagine e stile

2Quelli di cui parliamo sono romanzi brevi (massimo duecentocinquanta pagine, in media), spesso affidati a sceneggiatori cinematografici, critici o (ed è il caso più interessante) agli stessi creatori dei brand. Non vi aspettate confezioni particolarmente originali: le copertine dei romanzi sono le stesse dei videogiochi da cui sono tratte. Ovviamente, anche la sinossi è la stessa: due righe che potreste trovare anche sul libretto delle istruzioni del gioco originale. L’unica cosa che cambia è la presenza della biografia dell’autore. Una cosa abbastanza straniante se siete abituati ad associare il videogioco ad un team creativo. L’impressione è spesso che ad un professionista venga messa in mano una storia più grande di lui per fini molto, molto commerciali. Ma la situazione è molto più complessa.

3. Trans-me-dia-li-tà!4
Okay, se si parla della “novelization” di una storia concepita per un altro medium c’è poco da dire: un modo come un altro per espandere la fortuna di un brand anche in pubblico che altrimenti non si sarebbe mai accostati a storie come quella di Alan Wake o di Resident Evil (con un occhio anche ai fan del gioco, in ogni caso). Ma diverso è quando, molto più sottilmente, il creatore del gioco sceglie l’approccio del romanzo, o della web serie, o del lungometraggio, per raccontare aspetti secondari dell’ambientazione. È il caso di giochi di ruolo come The Elder Scrolls, Dragon Age o Mass Effect, che si prestano molto a quella che viene definita ormai scientificamente “narrazione transmediale”: tecnica attraverso la quale un’unica grande storia viene raccontata in vari giochi, fumetti, romanzi, film approfondendo più aspetti della trama. L’obiettivo è senza dubbio far cassa, ci mancherebbe, però è un modo molto più divertente e creativo del semplice “riproporre la minestra usando modo di narrazione diverso” (perché questo è, di solito, fare novelization!). In questi casi c’è infatti la sensazione di star comunque seguendo una buona idea narrativa.

4. Un’esperienza a metà

3Concludiamo dicendo che, se siete appassionati di buona letteratura, leggere un romanzo di questo tipo è un po’ deludente. La costruzione del racconto è spesso ottima (e più il gioco è bello più il romanzo è piacevole), però il linguaggio è molto semplice, la narrazione elementare, l’approfondimento psicologico dei personaggi limitato a quello di un prodotto pensato come videoludico. La speranza, ad essere molto ingenui, è quella che i romanzi tratti da videogiochi siano una buona introduzione a letture di altro livello. No, non Kafka o Pirandello (che comunque vanno letti), ma tutto sommato fra un Dragon Age e un Il Signore degli Anelli c’è un ponte di collegamento nei temi e nel genere: perché non attraversarlo?

– Fabio Antinucci – 

Rispondi