Da Amleto a Doctor Who: attori shakespiriani fra teatro, cinema e televisione

 

1Partiamo con un piccolo aneddoto: quando, qualche anno fa, chi scrive scoprì con stupore che uno l’attore interprete di uno dei più bei thriller commerciali di tutti i tempi, Anthony Hopkins, aveva interpretato per molti anni vari ruoli shakesperiani a teatro, ebbe un piccolo shock. Insomma, oggi lo racconto anche con un po’ di vergogna dato il fatto che ero un po’ provinciale sulla questione, ma vedevo il teatro e l’alta letteratura come qualcosa di troppo alto ed intellettualmente impegnato per pensare che un attore teatrale potesse poi essersi cimentato al cinema con la parte di Hannibal Lecter. Ad una lettura superficiale si dirà senza problemi che la ricerca di sbocchi lavorativi in televisione o al cinema è dettata da necessità “di pancia”, soprattutto in un ambiente di lavoro molto complesso e ampio come quello dell’intrattenimento britannico e statunitense, eppure, forse, in questo legame fra il teatro del Bardo di Avon ed il cinema d’intrattenimento esistono significati molto più interessanti che vanno a toccare le stesse fondamenta del teatro di Shakespeare.

1. Una lista lunga

Non tento neanch2e di fare una lista di “attori shakespiriani” che rientrano in questa categoria. Accanto a sir Hopkins troviamo infatti il fior-fiore della “gilda” degli attori britannici dell’età contemporanea. Dagli “starwarsiani” Peter Cushing e Alec Guinness a Benedict “Sherlock/Smaug” Cumberbatch, sino all’attore/regista/sceneggiatore/curatore/amante segreto di Shakespeare Kenneth Branagh, direi che questa lista sarebbe veramente troppo lunga e, forse, noiosa, per risultare davvero utile. La morale però è una: scorrendo le pagine di una rivista di cinema vi accadrà, almeno una volta in vita vostra, di scoprire che l’attore protagonista del blockbuster dell’anno potrebbe essere stato in passato Otello o Amleto in un’importante edizione dello spettacolo. È una sensazione straordinaria vederli lì, sul grande schermo, a lanciare raggi laser contro l’arcinemico di turno o alle prese con una pericolosa spia sovietica ed immaginarli invece intenti a studiare le più importanti edizioni del teatro elisabettiano per essere poi perfetti sul palco, quando saranno di fronte ad un rappresentante della famiglia reale, o a qualche alto letterato di Oxford. Eppure, come dicevamo, accade spessissimo.2

2. Un monolite culturale

Il perché è presto detto: in Gran Bretagna, ancora più che nell’Italia ancorata al proprio patrimonio teatrale, Shakespeare è una sorta di elemento fondante del “perché” si recita, del “perché” si scrive e del “perché” si sceglie di fare il regista teatrale o cinematografico/televisivo. Shakespeare è dappertutto, è nella letteratura, nel cinema, nei monumenti; nella Storia inglese, fra le sue strade, nell’aria stessa che si respira in un qualsiasi teatro di provincia. Il fondatore della cultura britannica moderna è riuscito come pochissimi altri autori europei a codificare valori e immagini tipiche della propria cultura d’origine in salsa drammaturgica. Il patriottico popolo britannico non può non costruire costantemente su Shakespeare la propria identità, partendo dallo spettacolo teatrale al liceo per finire alle grandi produzioni televisive. Ogni attore, anche il comico più quotato, deve passare attraverso questa “prova del fuoco”, per poi intraprendere altre strade. C’è poi da dire che Shakesperare non può non essere l’autore più apprezzato d’Inghilterra, e che probabilmente è un onore misurarsi con lui, sia per i singoli attori che per le compagnie teatrali che ogni anno mettono in scena un nuovo calendario di rappresentazioni.

3. Archetipi sotterranei

C’è però anche un’altra lettura, un po’ più audace, ma affascinante. La cultura inglese, come quella statunitense, è costellata dal grande racconto d’avventura, dalla grande narrazione dei conflitti umani attraverso generi come il romanzo cavalleresco, il we3stern, il thriller, persino il fantasy. Sappiamo da dove viene buona parte dell’ispirazione, almeno per quegli orizzonti culturali. Poe e Lovecraft non esisterebbero se prima di loro Shakespeare non avesse inventato le streghe in  Macbeth o il fantasma del padre di Amleto. Il Trono di Spade (il cui cast è composto da tanti attori con Shakespeare alle spalle) è definita dai critici una specie di rielaborazione pop delle opere più sanguinose del bardo. E potremmo continuare all’infinito per affermare che la grande narrativa anglosassone, fatta in buona di avventura ed azione, ripete costantemente gli schemi shakesperiani, dandogli letture sempre nuove. L’esito più divertente lo si è avuto forse quando Kenneth Branagh, che aveva trasposto al cinema tantissime opere di Shakespeare dirigendole ed interpretandole (il suo Hamlet rimane, tra l’altro, fra gli adattamenti più coinvolgenti, innovativi e spettacolari), ha deciso di portare il Thor della Marvel al cinema e di farlo mettendo Anthony Hopkins (ancora lui!) nella parte di un Odino che parla con cadenze teatrali come se fosse sul palcoscenico del Globe. Si può giudicare l’operazione come si vuole, riuscita o no, ma è indubbia l’ispirazione al modello del più importante autore inglese. Insomma: Amleto riambientato nell’universo fantascientifico di Stan Lee.

Ecco dunque che si affaccia un’altra idea: che in fondo anche solo l’attore che sogni di sbancare ai botteghini con una buona serie action potrebbe avere l’idea di rifare il principe di Danimarca, solo in salsa più sofisticata. Qualcuno ha ancora voglia di ripetere che i classici sono noiosi e fuori moda. Illusi…

– Fabio Antinucci – 

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