Cuties: riassunto e recensione

Sarebbe errato sostenere che Mignonnes, o Cuties per il mercato americano, sia un film di cui “si è detto tanto”; in realtà, se ne è parlato davvero poco. Ciò che è stato fonte di discussione, infatti, è il modo in cui è stato pubblicizzato da Netflix, modo che ha portato molti a condannare un prodotto che non avevano ancora visto. Ebbene, ora è chiaro di cosa parli Cuties: riassunto e recensione sono qui a portata di mano, per coloro che lo hanno guardato e vogliono confrontarsi e per coloro che non hanno alcuna intenzione di farlo; perlomeno, ora si potrà discuterne con una minima cognizione di causa, perché perfino la trama del film è stata completamente travisata.

Una giovane ragazza senegalese vive in Francia con la madre, in attesa che il padre torni dal paese natìo; purtroppo, l’uomo porta con sé una novità con cui entrambe dovranno convivere: ha preso una seconda moglie. Non si tratta solo della trama di Cuties, perché questo è anche il centro di un cortometraggio che ha fatto vincere alla regista Maïmouna Doucouré un premio al Sundance Film Festival 2016: Maman(s), rilasciato in Italia come Le mogli di papà. Perfino la scelta dell’attrice che interpreta la prima moglie è la stessa, e si tratta di Maïmouna Gueye. Perché questa decisione di ampliare il cortometraggio aggiungendo un tema che in Italia, e non solo, ha suscitato tanto scalpore? Cominciamo ad analizzare finalmente Cuties.

Amy (Fathia Youssouf) è una bambina di undici anni che vive con la madre e due fratelli, uno dei quali ancora molto piccolo, e che partecipa alla vita della comunità senegalese del quartiere. Il fratello più grande la segue ovunque, tenta di imitarla mettendo anche lui il velo, e lei gli fa quasi da seconda madre – non perché quella biologica sia assente, bensì perché Amy ha già imparato a comportarsi come la seconda persona “più adulta” di casa, in attesa che il padre li raggiunga. Non si sa perché ci stia mettendo tanto, né il motivo per cui la camera in fondo all’appartamento debba rimanere chiusa fino al suo arrivo, ma un giorno Amy scopre la verità: l’uomo intende prendere una seconda moglie, che verrà a vivere con loro.

Nel frattempo, fuori dalle mura del condominio c’è la Parigi delle sue coetanee, con le quali tenta inutilmente di fare amicizia; tra le compagne di scuola la attira soprattutto il gruppo delle “Mignonnes”, quattro undicenni che si comportano come delle adolescenti, indossando abiti e mostrando atteggiamenti con i quali intendono urlare di essere più mature, pronte a relazioni con i ragazzi e soprattutto al sesso – di cui però dimostrano subito di non sapere niente, tanto da non comprendere cosa sia uno stupro e da divertirsi fotografando il bel compagno di scuola mentre è in bagno. Amy è attratta da loro perché, come la collana che ha raccolto durante una preghiera, “brillano” di luce propria, non sembrano avere paura di niente e si radunano dopo le lezioni per ballare insieme.

Se Amy finora è stata una reietta, che ha provato a stringere amicizia solo con Angelica – la quale vive nel suo palazzo e, trascurata dai genitore, lavoricchia facendo il bucato agli altri condomini –, tutto cambia quando ruba il cellulare del cugino. Prima viene invitata da Angelica a riprendere le ragazze mentre ballano, poi è lei stessa a inserirsi nel gruppo mostrando loro nuovi passi e coreografie. Questo è il secondo punto su cui Maïmouna Doucouré mette in guardia lo spettatore (il primo era stata la mancanza di un’educazione sessuale a scuola o in famiglia): la possibilità per una bambina che si avvicina a Internet per la prima volta di trovare facilmente contenuti poco adatti alla sua età, e che lei travisa del tutto, credendo che sia ciò che il pubblico voglia vedere a qualsiasi età. O forse non si sbaglia? Ne parleremo dopo.

Se da una parte c’è il provino per concorrere al talent show di ballo, dall’altra c’è la cultura di provenienza: Amy viene svegliata all’alba dalla zia, che vuole insegnarle a essere una brava moglie per il futuro marito, una perfetta donna della loro comunità. Qui avviene il primo atto di ribellione di Amy, e non è un caso che sia accompagnato dal menarca, o primo ciclo mestruale, preannunciato dal sangue che la bambina immagina scorrere lungo il vestito che dovrà indossare per le seconde nozze del padre: Amy fugge e raggiunge le sue amiche, con le quali entra di nascosto in un laser game dove vengono riprese dagli agenti di sicurezza. Sono le amiche di Amy a parlare per prime di molestie sessuali, minacciando di chiamare la polizia se non le lasceranno andare, e lo sguardo di uno dei due uomini che indugia sul loro fisico ne denuncia la sessualizzazione. Da una parte c’è quindi l’entrata nell’adolescenza, dall’altra il confronto con una madre che “ha fatto tutto” secondo le regole religiose e culturali e ora si vede umiliata, sebbene non possa darlo a vedere – l’importanza di questo tema è sottolineata anche dal rifiuto di Amy di parlare con il padre e dall’immaginare un’altra se stessa, invisibile, che riempie il famoso vestito per le nozze, che ancora una volta dando l’impressione di allargarsi sul petto introduce una seconda caratteristica della pubertà.

Le ragazze sono felici di diventare donne e Amy, dopo avere rubato i soldi alla madre, compra per tutte loro nuovi abiti, reggiseni e mutande che indossano sopra i vestiti, nella scena ripresa dalla locandina francese. Amy si sente più sicura di sé, ha amiche e un corpo che vuole mostrare, non più nascondere sotto la felpa come in casa: si trucca, compra crop top smettendo di rubare le magliette al fratellino e si lancia in una rissa contro le rivali nel concorso di ballo; in questa occasione, le viene scattata una foto in mutande.

E qui Amy inizia a crollare. Non comprende che il motivo per cui viene derisa online è l’umiliazione, crede invece si tratti dell’intimo da bambina e così, dopo un litigio durante il quale tenta di sedurre il cugino adulto, si scatta e pubblica una foto dell’inguine. Lei sembra la sola a non comprendere la gravità del gesto e perfino le amiche la allontanano, perché non vogliono essere associate ad Amy, che si è spinta troppo oltre. Non comprende, perché lei è adulta e vuole solo dimostrarlo e usare il proprio corpo come hanno fatto loro al laser game, ma invece di limitarsi a parlare lei agisce, lei che è stata trasportata di colpo in una società tanto diversa dalla propria. Sua madre lo scopre ed esplode di rabbia e dalle sue parole si evince che correvano già delle voci sulla figlia, tuttavia la donna si è tenuto tutto dentro forse perché comprende il suo dolore per le nuove nozze – che possono significare anche una nuova famiglia per il padre – e le difficoltà che sta vivendo in un periodo molto fragile come l’ingresso nell’adolescenza.

Alla fine, Amy deve fisicamente fronteggiare il matrimonio e non ci riesce. Scappa, si trucca e indossa il vestito delle Mignonnes e, dopo avere rischiato di uccidere l’undicenne che ha preso il suo posto nel gruppo, si reca al talent show nel parco e balla la coreografia che ha insegnato alle amiche. Non sappiamo come andrà a finire, perché Amy abbandona il palco, ma possiamo soffermarci su un dato molto importante. Il pubblico, inizialmente entusiasta delle quattro ragazzine che sono salite sul palco, si mostra disgustato dalle loro movenze sensuali, così poco adatte a delle undicenni, a eccezione di un uomo che incarna la lussuria e il sudiciume di una parte della società che apprezza un tale spettacolo. Il problema, però, non è lui: sono i giudici. Loro non fermano l’esibizione, l’osservano attentamente e parlottano tra loro scambiandosi forse opinioni; per i giudici, è tutto normale. E se ciò può sembrare solo frutto dell’immaginazione della sottoscritta, basti ripensare al provino a metà film: Amy, l’unica davvero in grado di ballare, non era presente e le altre tre bambine avevano fatto una pessima prova, tanto da essere convinte di avere perso la loro occasione; eppure, vengono scelte. Alcune delle mosse portate al provino tornano nella coreografia finale ed è questo purtroppo il punto focale: all’industria che mercifica il corpo femminile e infantile non interessa la loro bravura, ma soltanto lo spettacolo. Com’è possibile in una società di questo tipo denunciare l’assenza di un’educazione sessuale adeguata? Tutto è a portata di tutti ed è chiaro che non sia interesse comune cambiare le carte in tavola.

Tornando alla gara di ballo – un cui frame è stato la causa scatenante delle polemiche che non mancherò di analizzare – come già premesso l’esito non è certo. Non si sa se la squadra di Amy abbia vinto o meno, perché nel mezzo dell’esibizione la ragazzina ha un’epifania che la sprona ad abbandonare il palco per tornare a casa, cercando la madre. La scena madre-figlia che segue è molto profonda, nonostante la sua brevità. In primo luogo, la donna difende Amy dalla zia, che la biasima per il trucco e gli abiti succinti, e dimostra ancora una volta di comprendere il dolore della figlia: non la colpevolizza, non le rinfaccia di averle dato ulteriore dolore, non la obbliga ad andare al matrimonio del padre; lei la ama e sa che, se da bambina modello qual era si è trasformata di colpo in una ribelle, un motivo oltre alla pubertà deve esserci, e in effetti lo conosce bene. Amy è il figliol prodigo e lei l’accoglie, la consola, la perdona. In secondo luogo, è necessario sottolineare perché Amy sia tornata a casa: non perché abbia bisogno di essere confortata, ma perché è sua madre che ha bisogno di lei. Non deve andare al matrimonio, non deve soffrire più di quanto già non soffra. Amy non torna da sua madre; Amy torna per sua madre.

L’epilogo è chiaro: due abiti sul letto – il vestito per le nozze del padre e la divisa della sfida di ballo – entrambi vuoti, ma animati dal vento. Amy non torna però a essere la stessa di prima, perché è un’adolescente che accetta la sua nuova sé e, nonostante la maglietta semplice e i jeans, lascia i ricci capelli sciolti. Come una bambina il suo ultimo gesto nelle pellicola è unirsi ad alcune coetanee per saltare la corda e così, sorridendo felice e libera, si eleva quasi fino al cielo.

Torniamo alla premessa iniziale. Perché girare, a distanza di pochi anni, un cortometraggio e un lungometraggio tanto simili? Ci sono sostanziali differenze? E perché riprendere lo stesso plot di partenza? Ciò che Maïmouna Doucouré ha voluto mettere in scena è prima di tutto la propria infanzia, che ha rielaborato in due maniere comunque diverse, a partire dai personaggio del padre e della seconda moglie. In Maman(s), infatti, entrambi appaiono sulla scena, mentre Cuties “mostra” l’assenza del padre non presentandolo neanche una volta; la nuova moglie invece viene vista da Amy che ne rimane profondamente turbata, poiché l’abito nuziale la avvolge completamente, coprendole perfino il volto. Non è necessaria la loro presenza fisica – la donna sembra evanescente – perché più dei due personaggi è rilevante lo specchio di emozioni provocato dalla loro entrata nella vita della protagonista.

L’altro evidente dato di rottura rispetto al cortometraggio è la storia di Amy, delle sue amiche e della gara di ballo. Qui il film si presenza apertamente come una denuncia della società, perché la regista non si è limitata a trarre spunto da un concorso di ballo visto per caso a Parigi; infatti, Maïmouna Doucouré ha intervistato bambine e preadolescenti, ha studiato le loro opinioni e ha spiegato ogni scena alle attrici minorenni, in modo che fossero consapevoli di ciò che stavano per girare. La denuncia è avvenuta partendo dalle storie delle preadolescenti, non solo da un’impressione negativa che Maïmouna Doucouré aveva avuto quel giorno a Parigi. Il risultato, a mio parere, è stato molto buono.

Diverso è il caso della locandina, che ha fatto presupporre che si trattasse di un film sul ballo e che solo dopo una rapida ricerca si è scoperto essere un film di denuncia della stessa mercificazione che Netflix stava facendo sulle quattro protagoniste. Nonostante abbia dato spesso prova di grandi abilità di marketing, in questo specifico caso Netflix ha sbagliato e ha inoltre cercato di rispondere alle accuse evitando di pubblicizzare maggiormente il film – tanto che non era presente nella homepage, al contrario di ogni nuova uscita, e andava cercato nel catalogo.

Detto ciò, il film è stato nuovamente premiato al Sundance Film Festival 2020 per la regia, e ciò avveniva a gennaio. Perché nessuno ha fatto partire un trend “#cancelsundance”? Perché, come appena spiegato, lo sbaglio è da rintracciarsi nel marketing e se si vuole accusare Netflix per questo è giusto, ma prendersela con un film non ancora visto è sbagliato a prescindere. Si potrebbe entrare nel merito di altri lungometraggi che hanno portato in scena dettagli ancora più crudi – basti pensare al greco Miss Violence – o sottolineare come questo film non volesse fare aumentare la pedofilia, allo stesso modo in cui altri prodotti non vogliono che pubblico diventi una massa di serial killer, ma non è questo il momento. Qui si è cercato solo di dare una visione quanto più oggettiva di una tematica, di una denuncia che Maïmouna Doucouré ha giustamente ritratto nel modo che preferiva.

– Sara Carucci –

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