Consigli horror: nuovi mostri sacri

Dal momento che la prima volta abbiamo parlato di pellicole dello scorso millennio, per questo secondo articolo della rubrica “Consigli horror” è il caso di concentrarsi un momento sui film più recenti che, in diversi modi, stanno portando alla nascita di un “horror contemporaneo”. Nuovi mostri sacri all’orizzonte, e tutti hanno la firma di tre registi.

1) Elaborazione del lutto e neopaganesimo: Ari Aster

Hereditary – Le origini del male (2018), con la talentuosa Toni Collette, parte dalla morte della nonna materna per esaminare l’elaborazione del lutto in ciascuno dei componenti della famiglia – elaborazione che, dopo una scena particolarmente cruenta e inaspettata, diventerà molto più palese. C’è qualcosa, o qualcuno, che punta al corpo di uno di loro. Consigliatissimo anche per gli amanti dell’horror classico, che vogliono solo restare terrorizzati e beccarsi un colpo di scena che è come un p- no, spoiler.

Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019) è tutt’altra faccenda: bisogna guardarlo consapevoli del precedente lavoro di Aster e pronti ad affrontare un horror meno convenzionale dei classici americani. Dani, rimasta orfana, cerca una via di fuga dalla realtà con un viaggio in Svezia, nel villaggio di un compagno di università in occasione del Midsommar, ma si ritrova ad affrontare con i suoi amici una serie di tradizioni neopagane che nessuno di loro pare comprendere bene. L’elemento più disturbante non è la violenza, bensì la perenne luce, che non fa comprendere alla protagonisti e allo spettatore lo scorrere delle ore, lasciando entrambi in un giorno perenne senza quel riposo essenziale – certo, i personaggi dormono, ma come si comprende quanto tempo sia passato? Come si esce da quella veglia perenne?

Si tratta di due film in apparenza differenti, ma con delle tematiche in comune evidenti nonostante le tinte scure del primo che si contrappongono ai colori e alla perenne luce del secondo. In entrambi i casi una tragedia lacera la vita dei protagonisti, una tragedia che parte all’interno della stessa famiglia, e in entrambi i casi la morte diviene catarsi; una morte sì violenta, ma che è anche sacrificio di se stessi e per delle divinità che bramano sangue.

2) Razzismo e identità: Jordan Peele

Apparentemente i due film da regista di Peele, Get Out (2017) e Us (2019), viaggiano su due binari differenti: incubo realistico e soprannaturale. Come per Aster, però, condividono parecchie tematiche, prima fra tutte la scelta di protagonisti neri per affrontare in primis l’argomento del razzismo.

Però l’identità da lui esaminata non pone basi sul colore della pelle. Per tutto il tempo Daniel, protagonista di Get Out, teme che la famiglia della sua ragazza bianca possa discriminarlo, mentre il colore della pelle è un “plus”, in quel caso – tuttavia riflettere sull’identità in questo film è un grosso spoiler, quindi mi limiterò a sottolineare che Chris si accorge di come i pochi neri che incontra nel weekend con la famiglia si comportino in maniera eccentrica e, accecato dal flash della sua macchina fotografica, uno di loro gli urlerà di scappare via.

Us è più facile da riassumere, dato che lo spoiler riguarda solo il finale. Adelaide (una straordinaria Lupita Nyong’o) torna con la famiglia, per le vacanze, nel luogo in cui da bambina aveva subito un grosso shock, tanto da smettere per molto tempo di parlare. C’è davvero qualcosa che non va in quella cittadina: i doppelganger di ciascuno degli abitanti sono pronti a prendere il loro posto, uscendo dal “Sottosopra” in cui erano costretti, ingaggiando così una lotta per la sopravvivenza, per il prevalere della propria persona, del proprio Io.

Erroneamente, viene attribuito a Peele anche il recentissimo Antebellum (2020), uscito direttamente sulla piattaforma streaming di Amazon: anche in questo caso i protagonisti sono neri e viene trattato il tema del razzismo, tuttavia ora esso diventa il cardine; non più ricerca della singola identità, bensì dell’identità di un gruppo. Nonostante lo scalpore iniziale e il plot twist, non lo ritengo in grado di passare alla storia come i due film di Peele.

3) Superstizioni e visioni: Robert e Max Eggers

Tra i film qui presenti, The VVitch (con due V) è stato il primo a uscire, nel 2015. Protagonista l’ormai onnipresente – in senso buono – Anya Taylor-Joy nel ruolo di Thomasin, primogenita di una famiglia di coloni che viene esiliata dalla comunità per l’estremismo religioso del padre. A mano a mano, una sorta di maledizione pare colpire ogni membro della famiglia, a partire dal fratellino più piccolo, della cui scomparsa viene accusata Thomasin che se ne stava occupando. Da lì in poi, di tutte le disgrazie viene accusata ancora lei, come un tempo alla donne reputate “streghe” veniva imputato ogni disordine della natura. Ciò che accade in quel luogo lontano da tutto, però, è realtà o frutto delle visioni? Thomasin è davvero una strega?

C’è poi The Lighthouse, ovviamente del 2019 – un anno davvero fortunato per il cinema horror. Protagonisti e quasi unici personaggi sono Willem Dafoe e Robert Pattinson. Il film è girato in 35 mm e in bianco e nero e narra le vicende di due guardiani del faro che, a causa dell’isolamento e forse di una maledizione che si sono tirati addosso, cominciano a soffrire di allucinazioni.

Con gli Eggers non si è in grado di distinguere realtà e fantasia, gli stessi protagonisti delle loro storie perdono il controllo della propria mente: è un cinema delle visioni, che in un qualche modo – mi riferisco soprattutto a The Lighthouse – rimanda alla seconda metà del coreano Audition e agli scenari lynchani.

– Sara Carucci –

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