Consigli horror: dal Giappone agli USA

Bentornati alla rubrica del giovedì. Abbandoniamo temporaneamente l’Europa per spostare i nostri consigli horror: dal Giappone agli USA, dall’originale al remake, questa è la strada che analizzeremo oggi attraverso quattro esempi alquanto famosi.

1) Ring (The Ring)

La saga risale a oltre vent’anni fa, ma è ancora capace di spaventare come allora. Ring, conosciuto anche come Ringu, è un film del 1998 ispirato all’omonimo romanzo di Koji Suzuki. La trama è ormai nota, dunque voglio soffermarmi sulle differenze tra le due trilogie.

Non un remake, bensì un reboot: le storie narrate sono differenti, i personaggi stessi sono costruiti in maniera diversa – tanto che nell’originale cambierà la stessa protagonista – e i sequel enfatizzano maggiormente tale contrasto. In Ring è quasi nulla l’investigazione sul passato di Sadako, e la visione della cassetta da parte del bambino, vero colpo di scena in The Ring, avviene nel corso del film. The Spiral esce nello stesso anno del primo capitolo e non ha successo, così viene girato Ring 2, e infine del 2000 è Ring 0: The Birthday. Un film che fa davvero arrabbiare e che, ancora una volta, non riesce a spiegare completamente ciò che ha subito Sadako, perché mostra solo ciò che le accadde fuori dall’isola; tuttavia, il passato della bambina è di nuovo al centro delle vicende.

The Ring (2002) è girato su suolo americano da Gore Verbinski, che ha voluto narrare una storia diversa, così come avverrà nei sequel. The Ring 2 (diretto dallo stesso Hideo Nakata di Ring) è ambientato poco dopo il termine della prima pellicola e vede sempre la giornalista Rachel Keller (Naomi Watts) come eroina, nel drammatico tentativo di salvare ancora una volta il figlio da Samara; la stessa Samara qui appare molto spesso ed è di questo film l’iconica frase “Lei non dorme mai”. The Ring 3 presenta altri personaggi e un nuovo regista, ma le vicende sono sostanzialmente le stesse.

Qual è l’elemento che li rende tanto diversi tra loro? Mentre la trilogia giapponese suddivide in capitoli l’esplorazione dell’infanzia e dell’adolescenza di Sadako, i remake americani puntano piuttosto sul riproporre una trama molto simile ai capitoli precedenti come accade per gli splatter, mettendo quindi al centro di tutto il terrore nei confronti di Samara.

2) Ju-On (The Grudge)

Ecco un altro esempio di rielaborazione degli stessi dati, dalla vicenda iniziale al destino dei personaggi, attraverso gli occhi del medesimo regista, Takashi Shimizu. L’omicidio di partenza è lo stesso, lo “ju-on” (il rancore) che scatena la maledizione è dovuto alle stesse ragioni e coinvolge tutti coloro che si trovano nella casa, sebbene – considerando i primi due capitoli di entrambe le versioni – soltanto in The Grudge le vittime paiono essere scelte anche dopo un’unica e breve incursione nell’edificio.

Nel remake del 2004 si coglie la propensione del regista – non sarà il solo – ad ambientare la storia nel paese d’origine, nonostante la protagonista e molti altri personaggi siano americani (Sarah Michelle Gellar e Clea DuVall, giusto per fare due nomi); ciò può essere spiegato per via della maledizione legata alle leggende giapponesi, che al pubblico statunitense possono apparire più spaventose in quanto estranee.

3) Dark Water

Analizziamo ora un terzo modo di presentare un remake: è possibile riproporre la stessa idea, riscrivere la sceneggiatura mantenendosi il più fedeli possibile all’originale, eppure i diversi destinatari contribuiranno a creare due opere differenti; infatti, se i giapponesi sono più legati alle leggende metropolitane e al concetto di “yurei”, gli americani apprezzano la violenza – al limite del trash, in alcuni casi – e una sorta di lieto fine

Dark Water di Hideo Nakata (2002) e il suo omonimo remake a opera di Walter Salles (2005) sono pressoché identici: tutto avviene nello stesso ordine, molte scene citano l’originale (l’incontro degli ex coniugi all’inizio del film, la mano fantasma nell’ascensore, il passato della protagonista), ma è evidente il modo in cui la storia si sia piegata al pubblico statunitense. Prima di tutto, è ambientata a New York; in secondo luogo, i dettami del cinema classico impongono la presenza di un colpevole alla base dell’evento cardine che ha dato vita alla maledizione; infine, il personaggio dell’ex marito di Dahlia (Jennifer Connolly) è positivo nel remake, è realmente interessato al benessere della figlia e si mostra felice di andare incontro all’ex moglie, invece di screditare la sua salute mentale come avveniva nell’originale giapponese. Ci troviamo di fronte a un adattamento nei confronti della cultura di arrivo.

4) The Call (One Missed Call)

Tutti i remake sono ben riusciti? No, e qui ne abbiamo un esempio.

Esattamente come Dark Water, quando nel 2008 Eric Valette ha diretto il remake statunitense del film di Takashi Miike (2003), ha provato a riproporre sia le vicende che hanno portato alla maledizione, con annesso colpo di scena finale, che la storia della protagonista e del suo amico poliziotto, i quali stanno indagando sugli omicidi mentre intorno a loro il misterioso killer continua a colpire. Takashi Mike non è certo l’ultimo arrivato dei registi j-horror, sa come orchestrare una storia, ma non sempre gli americani sanno copiarla a dovere, perché rischiano di inserire così tanto trash da rendere il prodotto ridicolo – un esempio è la morte della ragazza sotto il treno. Possiamo però ritrovare quell’elemento di Dark Water tanto caro al cinema classico: potrebbe esserci un lieto fine, dopotutto, perlomeno rispetto al finale aperto dell’originale.

 

La prossima settimana ci avventureremo in altri paesi asiatici, proponendovi dei capolavori e scoprendo come siano stati trasposti attraverso lo sguardo americano.

– Sara Carucci –

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