Consigli horror: cinema europeo

Dedicare un solo articolo al cinema europeo sarebbe riduttivo, per cui questa sarà solo una prima parte dedicata all’horror dell’Europa occidentale e alle sue caratteristiche principali. Prenderemo quindi in esame tre Paesi: Spagna, Francia e Italia – del cui cinema abbiamo già accennato con il giallo all’italiana.

1) Il dramma e i mancati lieto fine del cinema spagnolo

Quando pensiamo alla Spagna, la nostra mente va direttamente a Guillermo Del Toro, ma non è il solo regista iberico di cui vale la pena ricordare i lavori; tuttavia, molto spesso proprio lui ha collaborato alla sceneggiatura o alla produzione dei capolavori spagnoli, e il suo film più famoso esplica alla perfezione il concetto di dramma e, in parte, l’assenza di un lieto fine. Stiamo parlando ovviamente de Il labirinto del fauno (2006), basato interamente sulla compresenza di un mondo fiabesco e di una realtà tragica dalla quale la bambina protagonista, Ofelia, tenta di fuggire.

C’è amarezza anche nel finale de La madre (2013) di Andrés Muschietti, una tristezza che permea in realtà tutta la pellicola, dal tentato omicidio-suicidio di un padre ai danni delle due figlie allo sforzo della protagonista Annabel di sostituire la figura materna delle nipoti, che nel lungo tempo passato nei boschi sono state cresciute da uno spirito femminile che desidera portarle con sé nella morte.

C’è ancora Del Toro fra i produttori di The Orphanage (2007) di Juan Antonio Bayona: Laura torna con il marito e il figlio sieropositivo nell’orfanotrofio in cui è vissuta, con lo scopo di trasformarlo in una casa famiglia per bambini con disabilità. Una strana presenza comincia però a manifestarsi nella villa, e l’improvvisa sparizione del figlio costringerà Laura a fare i conti con ciò che è accaduto nell’edificio dopo la sua stessa adozione. Ancora una volta l’atmosfera è quella di una favola tragica, dove la versione più cruda della leggenda di Peter Pan pare prendere spazio sullo schermo.

Marrowbone di Sergio G. Sánchez è più recente (2017); narra le vicende di quattro fratelli in fuga dal padre violento e da un passato che intendono dimenticare. Alla morte della madre, fingono che lei sia ancora in vita in attesa che il maggiore compia ventuno anni, in modo che non possano essere separati, ma qualcosa accade quando un colpo di fucile raggiunge una finestra della casa e degli strani rumori provenienti dalla soffitta spaventano i ragazzi. Questa è e al contempo non è una storia di fantasmi.

Chiudiamo citando un classico horror, The Others (2001) di Alejandro Amenábar, ancora una volta ambientato fuori dalla penisola iberica. Inutile riassumerne la trama, inutile sottolineare la presenza di Nicole Kidman, inutile specificare che questo film non va raccontato, ma soltanto guardato.

2) L’estrema violenza del cinema francese

Per chi si sta approcciando da poco al cinema horror, sembrerà strano accostare “violenza” e “Francia”: si sente spesso parlare delle sconvolgenti pellicole asiatiche e degli esperimenti ben riusciti di registi americani come Eli Roth, quindi perché citare la Francia della nouvelle vague e di Amélie Poulain? Perché, tra i registi francesi, c’è anche Pascal Laugier.

Martyrs è noto anche per il remake statunitense con Troian Bellisario, ma l’originale del 2008 se ne discosta per la visione di Laugier, capace di accostare magistralmente l’estrema violenza alla ricerca dell’estasi. Non c’è bisogno di nomi in questa storia, non c’è bisogno di approfondire la psicologia dei singoli personaggi; bisogna soltanto osservare lo schermo e chiedersi fino a dove il regista riesca a spingersi.

A tale proposito, abbandoniamo un momento Laugier per presentare Alexandre Bustillo e Julien Maury, che prima del riuscito Leatherface del 2017 hanno rappresentato una visione più estrema della violenza in Inside – Á l’intérieur (2007). Ci sono delle regole, negli horror come negli altri generi, che non vanno infrante: nelle pellicole commerciali i bambini si salvano e, se c’è una donna incinta, la donna incinta deve vivere, e di certo non deve essere inseguita da una pericola assassina munita di forbici. Bustillo e Maury non la vedono così, e non si limitano a delineare questa trama, bensì a rappresentare visivamente la violenza.

Violenza che, se si conclude con la morte, farebbe tornare a respirare lo spettatore, seppur scontento; come già visto, però, la violenza di Laugier procede con la tortura, si spinge oltre, costringe i poveri malcapitati e il pubblico a rimanere sempre attenti. Se le protagoniste di Martyrs non riuscivano a isolare la propria mente da ciò che stava accadendo loro, Beth Keller insiste a provarci: La casa delle bambole – Ghostland (2018) inizia con una home invasion che non ha fine. La tortura perpetrata sulle sorelle Beth e Vera è fisica e psicologica, è cruda e, purtroppo, diventa immediatamente realistica nel momento in cui una delle due reagisce in una maniera che di rado è stata mostrata nel cinema, ma che è anche la più naturale possibile.

3) Maestri italiani

Non si può concludere una breve rassegna sul cinema horror dell’Europa occidentale (o una parte) senza parlare dell’Italia. Al giorno d’oggi, le pellicole italiane vengono spesso criticate, a parte rare eccezioni, eppure è nel nostro paese che risiedono alcuni dei più grandi registi dell’horror.

Non mi soffermo su Mario Bava o sulle pellicole del giallo all’italiana di Dario Argento, poiché li abbiamo già chiamati in causa; i film di Argento che ci interessano ora sono quelli legati al paranormale. Apriamo con un capolavoro: Suspiria (1977), di recente tornato con il remake di Luca Guadagnino, è insieme a Profondo Rosso la sua opera più conosciuta all’estero. Si tratta di un capolavoro non solo per la regia e la sceneggiatura (scritta insieme a Daria Nicolodi), ma anche per le musiche degli immancabili Gobin, per la fotografia di Luciano Tovoli e per l’interpretazione della giovane Jessica Harper. Tutto questo ha portato moltissime future produzioni a omaggiare la pellicola. Altro grosso successo di Argento è Phenomena (1985): un anno prima di girare Labyrinth, Jennifer Connolly interpretò il primo ruolo da protagonista per cui è divenuta nota, quello di un’amante degli insetti che grazie a loro riesce a risolvere una serie di omicidi. So che è riduttivo descrivere il film in questo modo, per questo ora dovete guardarlo per forza.

Un altro grande nome del panorama italiano è Lucio Fulci: ricordiamo Il gatto nero (1981) tratto dall’omonimo racconto di Poe e sceneggiato insieme a Biagio Proietti, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981) e Manhattan Baby (1982). A lui aggiungiamo Riccardo Freda con I vampiri (diretto con Bava, 1957) e L’iguana dalla lingua di fuoco (1970), e se desideriamo addentrarci nello splatter più profondo non può mancare Cannibal Holocaust (1980) di Ruggero Deodato, il primo mockumentary che ha anticipato di quasi vent’anni il noto The Blair Witch Project. Chiudiamo con La maschera del demonio (1960) di Mario Bava, il suo esordio alla regia.

Ultimo nome dei “grandi” da citare è Pupi Avati, che qui vogliamo presentare con La casa dalle finestre che ridono (1976), un cult da ricordare soprattutto per il plot twist finale, e con Il nascondiglio (2007), interpretato da Laura Morante e ambientato negli Stati Uniti, altro esempio di magistrale colpo di scena – a cui ormai forse siamo abituati, ma che riesce comunque a dare l’effetto desiderato.

– Sara Carucci –

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