Consigli horror: cinema europeo II

Come detto in precedenza, sarebbe impossibile racchiudere la categoria horror del cinema europeo in un solo articolo, quindi è giunto il momento di spostare l’attenzione verso l’Europa centrale, abbandonando Italia, Francia e Spagna, delle cui opere abbiamo discusso nello scorso articolo.

1) Dall’Espressionismo tedesco al moderno cinema austriaco

Dove nacque il cinema horror? Per chi ha seguito anche solo un corso sulle origini del cinema, la risposta appare sottoforma di una singola immagine: l’ombra di un vampiro calvo dalle lunghe unghie appuntite. Nosferatu il vampiro è uno dei capolavori di Friedrich Wilhelm Murnau, uscito in Germania nel 1922. La sua particolarità? È un film muto. Il cinema ci ha abituato ad avere i nervi tesi quando la musica preannuncia una catastrofe o l’arrivo dell’antagonista di turno, che solo in alcune occasioni evita di proferire parola per l’una o l’altra ragione. Torniamo però in Germania, quando da pochissimi decenni il cinema aveva cominciato a stupire con la sua stessa esistenza, e concentriamoci sulle immagini che vengono proiettate e che avrebbero fatto rabbrividire gli spettatori anche in assenza di un’orchestra in sala.

Nosferatu non è stato l’inizio, però. Robert Wiene presentò due anni prima Il gabinetto del dottor Caligari, mentre Paul Wegener e Carl Boese producevano Il Golem – Come venne al mondo (purtroppo Il Golem del 1915 andò perduto). Rivolgiamo ora la nostra attenzione a un mostro sacro del cinema, il maestro Fritz Lang, che nel 1931 produsse M – Il mostro di Düsseldorf, il primo film del regista girato con il sonoro.

Ai giorni nostri, il cinema tedesco si avvale spesso della coproduzione americana (come nel caso di Wrong turn e La casa del diavolo), ma è sui registi austriaci che vorrei spostare l’attenzione. Nel 2014 Veronika Franz e Severin Fiala diressero Goodnight Mommy, horror psicologico interamente ambientato in una villa isolata. I protagonisti sono due fratelli, felici di riavere a casa la madre che tuttavia, in seguito a un terribile incendio, ha bisogno di riposo e di bendaggi; con il passare dei giorni, i bambini cominciano a temere che la donna non sia chi dice di essere.

Un salto nel passato viene invece fatto nel 2017 con Hagazussa – La strega di Lukas Felgeifed. Il film è ambientato nel XV secolo sulle Alpi ed è diviso in quattro parti, che affrontano il punto di vista di una bambina – poi donna – accusata di stregoneria.

Siamo però nel 1997 quando viene realizzata la pellicola austriaca più disturbante, il thriller Funny Games di Michael Haneke, che dieci anni dopo realizzò l’omonimo e più noto remake. Ancora una volta l’isolamento di una famiglia è alla base dell’orrore: madre, padre e figlio ricevono la visita di due golfisti che chiedono loro delle uova; nonostante i riferimenti ad Arancia Meccanica e ai drughi, il film ne esce più crudo e violento, a tratti surreale, e vale la pena annoverarlo fra i capolavori austriaci.

2) Penisola scandinava e Danimarca

In Quella casa nel bosco, le ultime nazioni ancora operative sono gli Stati Uniti e il Giappone, mentre la Svezia è stata appena “sconfitta”; eppure, non si tratta di un paese conosciuto per la qualità dei suoi horror, e anzi forse uno dei prodotti più noti è il recente thriller Red Dot (2021) di Alain Darborg. L’altro film da ricordare è Lasciami entrare (2009) di Tomas Afredson, ma voglio menzionare anche lo zombie movie Vittra (2012) di Sonny Laguna e Tommy Wiklund.

La Norvegia è tutto un altro discorso, divisa tra la commedia horror e le leggende scandinave. Il film horror più famoso è Dead Snow (2009) di Tommy Wirkola, uno splatter in cui gli zombie da cui i protagonisti devono difendersi sono i nazisti – è ben chiaro a quale delle due categorie appartenga questo film. Creature mitiche da affrontare sono invece i troll di Troll Hunter (André Øvredal, 2010), mentre non è inizialmente comprensibile l’esistenza di una ragazza con la coda di mucca in Thale (Aleksander L. Nordaas, 2012). Da tenere nota anche della trilogia di Fritt vilt (Roar Uthaug).

Chi abita in Finlandia? Babbo Natale, ovviamente, ed era impensabile farsi scappare l’occasione: nel 2010 Jalmari Helander presenta Trasporto eccezionale – Un racconto di Natale, un film che vede la figura di Babbo Natale sotto una luce diversa. Non sarà quello pasquale, ma anche il coniglio ha l’opportunità di farsi notare nella commedia horror Bunny the Killer Thing (2015) di Joonas Makkonen. Ispirato a una vicenda reale è invece Lake Bodom (2016) di Taneli Mustonen, che rievoca gli omicidi avvenuti nell’omonimo lago nel 1960: quattro amici decidono di passare una notte a Lake Bodom, ma qualcosa inizia a spaventarli. Già sentito? Vi assicuro che prenderà una piega piuttosto originale. In post-produzione abbiamo infine Hatching di Hanna Bergholm, uscita prevista per questo 2021.

La Danimarca è Lars Von Trier, di cui possiamo certamente citare Antichrist (2009) e La casa di Jack (2018); parleremo invece di Dogville (2003) un capolavoro ormai passato in secondo piano rispetto alle recenti pellicole. Ciò che colpisce subito del film con Nicole Kidman è la scenografia, rappresentata interamente da qualche mobile e dal perimetro delle case disegnato per terra. L’attrice Premio Oscar è rimasta talmente turbata dall’esperienza da non volere più recitare con Von Trier, e pur non conoscendo le dinamiche dietro le quinte basta guardare la pellicola per comprendere anche solo quello che il suo personaggio ha dovuto subire.

3) L’horror quotidiano della Grecia

La menzione finale a Dogville non è un caso: non ci sono creature soprannaturali, non c’è un serial killer, pare piuttosto un dramma; eppure possiamo considerarlo horror perché stimola nello spettatore angoscia e disgusto, proprio come fanno i film di due registri greci che, portando la quotidianità “nascosta” o distopica sullo schermo, fanno rimpiangere allo spettatore gli slasher più estremi.

Parliamo subito di Yorgos Lanthimos, nominato agli Oscar per La favorita (2018). Sono conosciuti il distopico The Lobster (2015) e il drammatico Il sacrificio del cervo sacro (2017), entrambi con Colin Farrell; basta specificare che il secondo film rielabora il mito di Ifigenia, uccisa sull’altare dal padre Agamennone, per immaginarne la crudezza. A seguito del suo successo nel 2018, tuttavia, è uscito nelle sale italiane Dogtooth, girato nel 2009, che trova molti punti in comune con il prossimo film in analisi. Dogtooth è la storia di un padre che tiene rinchiusi in casa la moglie e i tre figli, che si ostina a ritenere bambini nonostante l’età adulta; basta poco per capire che l’uomo sta cercando di “addestrare” la famiglia, creando un mondo di cui lui sceglie i nomi e i confini. I personaggi agiscono in maniera quasi meccanica, rispondono agli stimoli imposti dal padre-padrone (mai tale definizione fu più giusta), che non si fa alcuna remora, arrivando perfino a tentare di trasformarli in cani attraverso l’ennesimo lavaggio del cervello. Perché fa paura? Perché non sappiamo quello che accade nelle case dei nostri colleghi di lavoro.

Ben peggiore, però, è Miss Violence (2013) di Alexandros Avranas. Il film inizia con il suicidio di un’undicenne nel giorno del suo compleanno. Presto comincerà a divenire chiaro il motivo del suo gesto, la paura per ciò che da quel momento sarebbe cominciato ad accadere: il capofamiglia abusa di tutte le figlie. Nell’appartamento abitano solo donne, a eccezione del padre-nonno e del nipotino, ed è inutile cercare di comprendere i legami familiari (chi è sorella o chi è figlia) perché, a differenza di un’ordinaria famiglia, tali legami vengano distrutti con la violenza dell’incesto e della prostituzione. Il pugno allo stomaco è maggiore rispetto a Dogtooth, e il finale non aiuta.

– Sara Carucci –

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