Concept Album, quando la musica racconta una storia

1Nell’era dei singoli fatti per esplodere un’estate e poi morire, dove il testo non ha importanza e la musicalità è espressa nel modo più semplice, perché invada la mente di chi l’ascolta, ma senza lasciargli nulla, sembra lontano un album dove ogni traccia ci dona un pezzo di storia, ci sembra quasi un mondo lontano, che ci piacerebbe tanto afferrare. Per me, amante di musical, dove è appunto la musica a raccontare una trama, i Concept Album esprimono qualcosa di molto intenso e molto apprezzato.

Un Concept Album è infatti un album discografico in cui tutte le canzoni ruotano attorno a un unico tema o sviluppano complessivamente una storia. Questa formula è piuttosto diffusa soprattutto nell’art rock e in particolare è diventato uno dei tratti distintivi del rock progressivo, ma la si ritrova anche in numerosi altri generi, inclusi jazz, pop, e heavy metal. L’album che più di tutti contribuì a diffondere l’idea di concept album nella musica popolare fu probabilmente Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles (1967), sebbene, paradossalmente, quest’opera non venga considerata da tutti un “vero” Concept Album, perché i testi delle canzoni appaiono sostanzialmente slegati e indipendenti l’uno dall’altro.

2Nel 1969 gli Who pubblicano Tommy, il primo e vero concept album del rock moderno dopo S.F. Sorrow dei Pretty Things (1968), e certamente il più ricordato in tal senso, a partire dal fatto che proprio con Tommy è diventato di uso comune il termine Opera Rock. Da questo album in poi si possono distinguere due diversi modi di intendere l’espressione Concept Album: nel primo si intende un album con canzoni unite da un filo conduttore, ma sostanzialmente slegate una dall’altra, nel secondo si intende un disco in cui le canzoni raccontano un’unica storia e vanno perciò ascoltate nell’ordine in cui sono state poste.

Molti gruppi di rock psichedelico, rock progressivo e art rock ripresero e svilupparono l’idea del concept album negli anni settanta, al punto che, per alcuni, Concept Album è quasi un sinonimo di Album progressivo. Alcuni dei più celebri sono senz’altro i Pink Floyd (The Dark Side of the Moon, Wish You Were Here, Animals, The Wall, The Final Cut), i Green Day (American Idiot, 21st Century Breakdown), i My Chemical Romance (The Black Parade), gli Smashing Pumpkins (Mellon Collie and the Infinite Sadness, Machina/The Machines of God ), i Genesis (The Lamb L3ies Down on Broadway), Queen (Queen II) e tanti altri. Nell’Heavy Metal si possono citare gli Iron Maiden con l’album Seventh Son of a Seventh Son e gli W.A.S.P. con l’album The Crimson Idol.

Anche in Italia questo fenomeno è stato utilizzato per lungo tempo, tanto che il primo Concept album risale al 1964, con Diario di una sedicenne, di Donatella Moretti, che racconta la vita e gli amori di una ragazza adolescente. Abbiamo Tutti morimmo a stento,  La buona novella, Non al denaro non all’amore né al cielo e Storia di un impiegato di Fabrizio De André, che ovviamente, poeta com’era, non poteva che approfittare di un tipo di album del genere. Altri famosi sono senz’altro Memorie dei Pooh o Questo piccolo grande amore di Baglioni. Come all’estero, il Concept Album ebbe in Italia il suo apice negli anni ’70, ma l’idea ricomparve a tratti anche nel pop e rock dei decenni successivi. Fra i cantautori italiani che hanno 4spesso ricorso alla formula del concept album si possono citare anche, oltre ai precedenti, Edoardo Bennato (I buoni e i cattivi, Burattino senza fili, Sono solo canzonette e È arrivato un bastimento) e Lucio Battisti (Anima latina).

Voi cosa pensate di questo tipo di album? Posso affermare con certezza che non mi dispiacerebbe fossero tutto così. Franco Fabbri, che al fenomeno ha dedicato un libro, ha introdotto il suo prodotto, scrivendo: “relegati troppo spesso a margine del progressive rock e trascurati dalla critica, i dischi “a tema” continuano ancora oggi a rappresentare un affascinante mezzo espressivo, anche negli ambienti del pop da classifica. I recenti concept album dei Green Day sono la testimonianza più lampante di un filo rosso che, partendo da Frank Sinatra, tiene insieme Tommy degli Who, The Dark Side of the Moon e The Wall dei Pink Floyd, le storie d’amore di Claudio Baglioni e le favole di Bennato, arrivando fino ai Dream Theater e al brit-pop. L’assoluta mancanza di letteratura sia scientifica che divulgativa sull’argomento non rende giustizia a una forma di espressività musicale divenuta il simbolo del rapporto tra la popular music e l’LP.”

– Lidia Marino – 

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