Commento alla prima serata di Sanremo 2018

Potrebbe essere giunta voce ad alcuni lettori che membri autorevoli della mia famiglia non stanno guardando Sanremo perché coinvolti nel giro losco dei tornei di burraco; personalmente, invece, non mi ferma la febbre (sorseggio Tachifludec dal calice come fosse Muller Thurgau) e non mi fermeranno le paludi o la neve (tanto per citare subito Anna Oxa, di cui nell’edizione 2018 mancano la sobria coerenza e la composta linearità). L’umanità si divide in due categorie: chi ama la vita così com’è e chi per tutto userebbe il cuki alluminio; lode a chi ha pensato di sfruttarlo per la scenografia.

Non sempre arriviamo a provare le emozioni che ci aspetteremmo, per esempio ieri ho visto Cinquanta sfumature di grigio e la voglia principale è stata quella di rimettere a posto l’armadio. Così (nonostante un pomeriggio intero col cuore in gola, alimentato dal cocktail fatale di magnesio e frappe del Lidl) le emozioni che provo sono rare, discutibili e per nulla intaccate dalle battute del Cucciolone. E’ come se Sanremo si fosse carlocontizzato: tutto è blando; niente è profondamente bello, niente è indimenticabilmente brutto.

Ma per chi si fosse distratto, magari fingendo di vivere, o comunque guardando canale 5, ecco un rapido riassunto dei momenti salienti. Tutto si apre con una delicata sigla cantata che ricorda gli spettacoli di fine anno dalle suore; Stash dei The Kolors ha una dentatura impressionante e un tamburo enorme; Laura Pausini fa la maniaca al telefono; la canzone di Gazzè sarebbe ideale per i tradizionali auguri di Natale di Mediaset, in cui Cesara e tutti quelli del tg5 fanno gli auguri ai pensionati filoberlusconiani; Noemi pensa che se stona non ci accorgiamo che la canzone è quella dell’anno scorso; dividere i Pooh (che sono le nostre Spice) e spicciarli nel corso della serata è come quando nonna ha fatto un sugo solo e ci condisce tutto dal primo al dolce; rispettate come sempre le quote botulino; a mezzanotte e venti penso: ma chi je mandiamo all’Eurofestival, che i Moldavi c’hanno bisogno se non di Pupo almeno di Toto Cutugno?

Pur essendo stato sempre seduto e talvolta sdraiato, ho il mal di piedi della signora del tg1 che per collegarsi un minuto a mezzanotte s’è messa in tiro dall’ora di pranzo, con l’abito della Comunione della figlia. Il tempo di riavermi e vedo Stefania Sandrelli vestita da Romina Power, forse per confondere i Russi. All’una meno un quarto ancora non si sono esibiti tutti i cantanti. Io, nell’ordine, allerto la protezione civile, invidio chi è al burraco, comincio a farmi domande del tipo: come sceglie le scarpe un capotreno? Non basta Fiorello, non bastano Morandi, la corista bionda, Vessicchio, Mina che cinguetta: la gioia più grande resta ritrovare ogni anno Valeria Mazza sulle scale mobili che parla del tempo che passa, ma che passa un po’ di meno con Cliniance.

Per la verità due dive la prima puntata di questo festival le ha avute: la superba vecchia che balla durante la canzone dello Stato Sociale (la perfetta unione tra Fedez e Carla Fracci) e l’ormai famosissima Rosa Trio, la povera Rosa Trio: una signora che ha investito la pensione in pelliccia, additata dalla Hunziker come esempio dei vecchi che usano i social (per quanto probabilmente sia più giovane di sua figlia Aurora), che riaccendendo il telefono si troverà subissata dai messaggi di ventimila improvvisi follower.

Non so più se dormo o se prevedo il futuro, ma comunque qualcosa non quadra; lo capisco quando sento Favino definire la musica delle Vibrazioni come “rock chitarroso”; meglio che nessuno debba sapere mai cosa pensi io di chi suona la chitarra, ma le canzoni che vagamente mi piacciono sono di un’altra generazione, di un altro tempo. Mi sono piaciuti Ron, Vanoni, financo i Decibel. Vengo improvvisamente colto da una profondissima paura: magari non ho abbastanza anticorpi e alle elezioni politiche finisco a votare Pierferdinando Casini.

– Walter Farnetti – 

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