Colazione da Tiffany: le grandi differenze con il romanzo

1Moon river wider than a mile i’m crossing you in style someday… cantava Audrey Hepburn, icona di eleganza e raffinatezza mai dimenticata nel tempo. Canzone resa celebre nel film Breakfast at Tiffany’s, conosciuto in Italia come Colazione da Tiffany, nel 1961 vede per la prima volta la luce delle sale cinematografiche, riuscendo a vincere l’Oscar per la miglior canzone nell’edizione del 1962.

Il film diretto da Blake Edwards, con Audrey Hepburn e George Peppard, si rifà all’omonimo romanzo di Truman Capote. Nel film Holly è una ragazza di New York, abituata al lusso e ad una vita di piena libertà. Paul, invece, è un giovane scrittore mantenuto da una ricca signora. Il giovane si trasferisce nello stesso edificio della bella e stramba ragazza e l’amore ovviamente è dietro l’angolo. Come dimenticare la fantastica scena finale in cui Paul con poche e semplici battute rivela alla sua impaurita e testarda amata tutto ciò che una ragazza sperduta ha nel cuore:
Vuoi sapere qual è la verità sul tuo conto? Sei una fifona, non hai un briciolo di coraggio, neanche quello semplice e istintivo di riconoscere che a questo mondo ci si innamora, che si deve appartenere a qualcuno, perché questa è la sola maniera di poter essere felici.
Un film che trascina lo spettatore nel vortice delle paure della ragazza, della sua paura di amare, di soffrire per amore e della sua voglia di voler rinchiudere il suo cuore in una gabbia per proteggerlo dagli artigli del mondo. Un film che non posso negare di adorare: una favola di una giovane e indipendente fanciulla che incontra il suo scapestrato principe azzurro.

Ma il film, come ho detto sopra, è tratto dal romanzo di Truman Capote. La trama può sembrare, in un primo momento, molto simile alla trasposizione cinematografica. La vita di Holly Golightly, nel libro, viene raccontata da un’aspirante scrittore, nonché suo amico e vicino di casa, che narra la vita senza regole della ragazza, circondata da tipi strani e fortemente discutibili. Del suo passato non si sa nulla, tranne che ha tentato la carriera d’attrice fallendo miseramente. Quand’ecco che un giorno conosce Paul, uno scrittore squattrinato che risiede nel suo stesso condominio, in cerca di ispirazione, che riesce a mantenersi grazie all’aiuto dei genitori. Con lo scorrere del tempo tra i due sboccerà un legame atipico, legame che intreccia completamente le loro differenti personalità. Holly, intanto, continua a farsi mantenere dal riccone di turno e continua le sue visite, in carcere ogni giovedì, al vecchio Tomato, fino al giorno in cui si farà luce sul passato della ragazza: la donna vive sotto falso nome per poter scappare da suo marito, portandosi dietro il bagaglio di un’infanzia difficile che l’ha irrimediabilmente resa una ladra! Accusata di aver partecipato ad un affare di traffico di droga, Paul crederà prontamente alla sua innocenza e cercherà di aiutarla, facendola fuggire, consapevole però di poterla perdere per sempre… insomma, qualcosa di un tantino differente dalla trasposizione.
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Il romanzo, scritto nel 1958, al suo esordio è stato guardato con molta diffidenza da una fetta “puritana” della società americana, soprattutto a causa delle scelte sessuali dell’autore. La rivincita arriva grazie alla messa in onda del film, ma è una rivincita dal gusto amaro per Capote al quale il film non piacque. Il film, infatti, snatura la “sua” Holly, tramutando la sua storia in una piccola fiaba con il classico bacio finale che sigilla ogni lieto fine che si rispetti. Per Truman Capote la vera Holly Golightly poteva essere interpretata solo da Marilyn Monroe, in tutta la sua ambiguità. Difatti l’amore platonico tra i protagonisti, questa amicizia tra uomo e donna, la complicità creatasi tra la “musa” e il suo autore doveva far nascere, negli occhi del lettore, una piccola allusione all’omosessualità del narratore e alla bisessualità di Holly. Il finale del film è completamente diverso, dunque, dal vero finale. Un finale che bisognerebbe leggere per togliersi il piccolo “capriccio” di leggere la “verità” della penna dello scrittore. Anche se la storia e i personaggi sono molto differenti dall’immagine popolare che tutti abbiamo di Colazione da Tiffany, sotto lo strato di pellicola e di inchiostro albergano sempre le stesse tematiche: una donna che non riesce a trovare il suo posto nel mondo, che nessun posto ad eccezione della vetrina di Tiffany riesce a regalarle tranquillità perché lì “davvero niente di brutto può capitarti”, una donna che continua a girare in lungo e in largo cercando di scappare dalle sue paure, dalle sue “paturnie” senza però rendersi conto che “non importa dove tu corra, finirai sempre per imbatterti in te stessa”.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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