Cineasti: I volti dietro la macchina, intervista a Carlo Rinaldi, A.I.C. direttore della fotografia

Da cinefili, o meglio cineamanti e cinedrogati, non avete potuto fare a meno di chiedervi come debba essere lavorare in quella macchina meravigliosa che vende sogni, incubi, vite: in una parola, il cinema.
Quante persone contribuiscono con il loro lavoro alla creazione di 130 minuti di storia che forse vi insegnerà qualcosa, forse scorderete il giorno dopo?
Per scoprirlo, vi basterà seguire la rubrica Cineasti: I volti dietro la macchina, un salto nelle vite di coloro che del cinema hanno fatto un mestiere.

1Un film è, riducendo all’osso, una storia raccontata per immagini, e dell’impatto visivo di queste si occupa il direttore della fotografia: a capo di una equipe di tecnici (elettricisti, operatori di macchina…) dà alla luce la visione del regista e dello sceneggiatore.
È Carlo Rinaldi, cinematographer poco più che trentenne, che ci spiega cosa vuol dire svolgere questo ruolo: appassionato fotografo in primis, ha frequentato il Centro sperimentale di cinematografia a Roma e si è poi dedicato a numerose esperienze di lavoro sia in Italia che all’estero.

“Com’è nata la tua passione per la fotografia?”

“A dire il vero è nata per caso: frequentavo ancora il liceo e sentivo il bisogno di trovare un hobby che mi permettesse di esprimere me stesso; mio padre aveva una macchina fotografica in pellicola a casa… e così ho provato. Ho capito subito che era fatta per me.
Ma all’inizio mi sono occupato solo di fotografia statica, mentre la fotografia in movimento è stata una scoperta successiva: ho fatto per caso la selezione per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia, ed invece e’ stato lì che ho scoperto la bellezza della fotografia applicata al cinema.”

“Qual e’ stata la lezione più importante che hai imparato al Centro Sperimentale?”

Ride mentre mi confessa: “io lì ho imparato tutto, non sapevo nulla di ripresa e sapevo pochissimo di cinema! Una delle prove in selezione era di natura pratica e mi ricordo l’ansia di provare una cosa nuovissima per me, una cosa mai fatta: la ripresa. Dentro di me pensavo di aver fatto un disastro, non avevo mai fatto neppure il filmino di una comunione! Invece mi hanno accolto con una pacca sulla spalla, ero andato molto bene.
Tra le tante lezioni imparate c’è l’importanza del mettere la luce in una scena: nella fotografia statica si cerca di sfruttare al meglio la luce che c’è, mentre in questo tipo di lavoro si modifica con i mezzi del cinema la luce in modo da esprimere l’atmosfera della storia: una luce misteriosa, una luce rassicurante, una luce triste… una 2lezione difficile da imparare e difficile da insegnare, ma di sicuro una delle più importanti.”

“C’e’ una persona in particolare, un Maestro, che ti ha trasmesso gli insegnamenti più importanti?”

“Ne ho avuti tanti, ma il Maestro che mi ha trasmesso tanto, non solo come tecnica, ma anche dal punto di vista umano è stato Giuseppe Rotunno, che ci ha insegnato l’umiltà e la ragionevolezza: amava dire che dovevamo chiedere lo stretto necessario +1 alla produzione, ma ci ha insegnato anche a farci rispettare e a far valere il nostro punto di vista, sempre tenendo conto delle esigenze del film e della visione del regista.”

“Com’è il rapporto fra direttore della fotografia e regista?”

“È un rapporto intimo, uno dei più stretti sul set: noi siamo gli occhi del regista. Noi facciamo da filtro: riceviamo degli input dalla sceneggiatura e dal regista, li rielaboriamo sia in senso tecnico che in senso creativo, per farli rinascere in una immagine, che dovrebbe coincidere al 99% con l’idea del regista. È un processo complesso, perché ognuno ha la sua visione e il suo gusto, e questa ne è la sintesi, ma in fondo è anche il bello di questo mestiere. In questo senso, una esperienza che mi ha arricchito professionalmente è stata la mia ultima esperienza negli Stati Uniti, un cortometraggio, Chimeras, di un regista italiano, Gianluca Minucci, con il quale mi sono trovato in grande sintonia. Il risultato è stato estremamente soddisfacente: sono riuscito ad esprimere sia la visione del regista, che era particolarmente ricca, che la mia personale; è stato anche ricevuto molto bene dalla critica ed ha attirato l’attenzione di alcune riviste internazionali specializzate sulla fotografia cinematografica.”

“Il primo pensiero di un direttore della fotografia sul set?”3

“Il mio è: verrà fuori come me la sono immaginata? Quasi mai si improvvisa sul set: si fa una progetto della illuminazione e delle riprese prima, ma finché non si mettono a posto le luci e non si mette la macchina da presa in quel punto, si lavora con gli elettricisti e I macchinisti per mettere a punto il tutto, e finché non si mette l’occhio dentro la macchina da presa e finché gli attori non fanno la loro performance non si può avere la certezza di come verrà fuori la scena.”

“La cosa più difficile del tuo lavoro.”

Esita… ce ne sono tante, pensa , ma alla fine dice con sicurezza: “rendere felici tutti.
Questo vuol dire in primis saper essere un buon team leader: si lavora con una equipe, formata da 5 fino a 50 persone altamente specializzate, con una loro opinione e una loro personalità, per le quali il direttore funge da collante. Il set è sempre duro, non ci si riposa mai, ma concludere una giornata sapendo che la tua squadra è contenta perché ha lavorato bene, avendo speso il giusto e quindi non scontentando la produzione, e soprattutto rimanendo fedeli alla visione del regista è il top!”

“Quanto conta il contributo del direttore della fotografia nella economia di un film?”

“Tanto! A livello economico, la fotografia è una delle maggiori spese, dopo il cast; a livello creativo invece conta tanto quanto conta il contributo di tutti gli altri capi reparto: fotografia, suono, costume, scenografia… il mio 4Maestro Giuseppe Rotunno diceva che il cinema è un prodotto di fattori e non una somma: conta il lavoro di tutti e se il mio contributo è zero, azzero anche il contributo degli altri.”

“Pensi che l’avvento del digitale abbia cambiato il modo di lavorare nel cinema, rispetto alla pellicola?”

“Devo dire che è stato un cambiamento grande a cui non tutti erano pronti: è uno strumento che ha grandi potenzialità e soprattutto ha semplificato il nostro lavoro.
Anche solo avere la possibilità di rivedere le scene appena girate immediatamente è un grande vantaggio: con la pellicola si doveva aspettare un paio di giorni che il laboratorio la sviluppasse per rivedere le scene e capire come erano venute; oggi ci sono dei monitor sul set che permettono di vedere quanto girato in maniera molto nitida, molto vicina al risultato finale. Tuttavia, è stato un grosso cambio di linguaggio, paragonabile al passaggio dal cinema in bianco e nero a quello a colori, che comporta la necessità di imparare a utilizzare il mezzo digitale a livello narrativo. Ad esempio, Spike Jonze nel suo ultimo film Her, ha voluto utilizzare appositamente il digitale perché la sua pasta più asettica era funzionale alla storia del film, ed il risultato è considerevole.”

A conclusione della intervista, ripensa a quello che è il cuore della sua professione e riflette:

“È un lavoro molto particolare, in cui esprimo me stesso, ma al servizio della visione di un altro, in cui entro nella mente del regista, ma devo trovare spazio per la mia personale idea; un lavoro di squadra e forse è questo che mi piace più di tutto: come fotografo, potevo lavorare da solo, ma come direttore della fotografia, il mio lavoro non ha senso se non c’e’ il contributo degli altri.”

www.carlorinaldi.com

– M.B. –

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