Chiudiamo gli elfi in una riserva!

Edizione polacca di "Miecz Przeznaczenia" ("La spada del destino").

Edizione polacca di “Miecz Przeznaczenia” (“La spada del destino”).

Chiudiamo gli elfi in una riserva!: è questa la scritta che Geralt di Rivia legge su uno dei muri di Aedd Gynvael nel racconto Una scheggia di ghiaccio; una scritta che né noi né il protagonista di The Witcher possiamo ignorare, perché è uno degli elementi che distingue questa saga da tutte le altre, modernizzandola e mantenendola allo stesso tempo nel fantasy classico.

Oggi The Witcher 3: Wild Hunt esce negli store di tutto il mondo, tuttavia non sono in molti a sapere che la storia di Geralt di Rivia è iniziata ben prima del videogioco edito da CD Project RED nel 2007; coloro che scoprono l’origine cartacea dello strigo creato da Andrzej Sapkowski si avventurano rapidamente nei cinque romanzi pubblicati in Polonia a partire dal 1994, ignari che essi poggino, a loro volta, su due raccolte di racconti: Il guardiano degli innocenti (1993) e La spada del destino, che pubblicato nel 1992 costituisce il primo volume della saga, nonostante gli eventi narrati nel libro siano cronologicamente posteriori a quelli del primo. In tal modo lettori e giocatori incontrano personaggi e realtà politico-sociali di cui non conoscono le origini.

Quando si sono incontrati per la prima volta Yennefer di Vengerberg e lo strigo dai capelli bianchi? Perché Ciri è destinata a Geralt e chi era Calanthe? Perché Triss Merigold è definita la “Quattordicesima del Colle” e in quale scontro gli altri maghi hanno perso la vita? E, soprattutto, perché gli Scoia’tael stanno seminando il panico fra i regni? Non si può dare una risposta a queste domande se non si prendono in considerazione i racconti, non si può sapere il ruolo di Ciri – new entry di Wild Hunt insieme a Yennefer – senza avere letto La spada del destino, né conoscere le ragioni degli elfi senza avere “udito” le loro parole ne Il confine del mondo. I racconti sono necessari, eppure fanno parte di un genere oggi largamente sottovalutato. Apparentemente sono solo un “qualcosa di più”, per citare Sapkowski, un modo per ampliare le conoscenze sulla saga, ma è lo stesso Geralt a mostrare quanto possa essere importante quel “qualcosa di più”.

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Marta Bitner e Michał Żebrowski sono Ciri e Geralt nel film “The Hexer”.

Leggendo esclusivamente i romanzi, si perde un importante aspetto di differenziazione della saga di Geralt di Rivia rispetto ad altri fantasy: lo stravolgimento delle fiabe classiche. Biancaneve comanda una banda di nani assassini, la sirenetta non vuole cedere alle richieste dell’amato di trasformare la sua coda in gambe, la Bella Addormentata si risveglia solo per cibarsi di carne umana; sono i bardi, afferma Ranuncolo, ad abbellire le storie, a trasformare le sirene in spuma di mare e i cormorani in eleganti cigni bianchi.

Steelbook per "The Witcher 3: Wild Hunt".

Steelbook per “The Witcher 3: Wild Hunt”.

Dimenticando l’esistenza dei racconti, non si conoscerà mai l’ironia di Sapkowski, non si scoprirà l’esistenza delle assicurazioni sulla magia, ma soprattutto si perderanno i lunghi monologhi dei personaggi che donano a questa saga la filosofia e il realismo che la caratterizzano: gli elfi, come i nani, non sono altro che razze pericolose per gli umani, razze da decimare o chiudere nelle riserve; le driadi non vogliono lasciare i loro boschi e sono perfino disposte a uccidere incauti bambini per questo, mentre Geralt risponde a un codice d’onore che non gli permette di mangiare per giorni pur di lasciare in vita un’ondina o un drago dorato; gli strighi e le maghe assumono pozioni per acuire i sensi e sviluppare poteri ed è ciò a rendere la sterilità il più doloroso cruccio di Yennefer.

Libri e film, serie tv e videogiochi, ogni trasposizione cambia qualcosa, toglie e mette, crea una nuova storia, e nessuna di queste è inferiore all’altra – specialmente i racconti. Ritenendoli un genere di seconda classe, il lettore perde un intero mondo che né i romanzi di Sapkowski né la saga della CD Project RED potranno mai restituire.

– Sara Carucci –

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