Cartoni giapponesi e tv italiana: legami difficili

Fra i ragazzi sui trent’anni ci sono sempre degli argomenti ricorrenti, in particolare fra i nostalgici. Sapete, no? Discorsi che vengono fuori alle feste, al pub, spesso quando non ci sono novità in vista e si riciclano vecchi discorsi. Fra i tanti, uno: ma quanto cavolo sono stati censurati gli anime giapponesi una volta arrivati in Italia?! Cerchiamo dunque, oggi, di indagare su questa strana e complessa faccenda, analizzando sui legami difficili tra cartoni giapponesi e tv italiana.

1Storia delle giapponesate in Italia

La prima invasione anime su suolo italiano è, come ben sanno i quarantenni, degli anni ’70, quando la Rai importò prima al cinema e poi in televisione parte dei tantissimi film d’animazione e delle serie prodotti in Giappone. Un periodo di forte impatto, nel quale alle classiche serie statunitensi e al nostrano Carosello venivano affiancate le avventure di robottoni impegnati nella lotta contro mostri alieni, drammi profondi fra teen-ager, persino qualche cartone dal lieve contenuto a sfondo erotico. Il tutto all’interno di contenitori pomeridiani e preserali, cioè quelli che venivano definiti ai network italiani come gli spazi giusti per ragazzi e bambini, che in un momento si ritrovarono a passare dal divertimento senza pensieri di Yoghi alla suggestiva lotta contro il male di Jeeg. Voi capirete che in un paese moralista come il nostro, vittima del sistema di valori catto-comunista vigente sin dal secondo dopoguerra, non la prese bene, e sì, gli anime furono censurati, nacquero tantissimi luoghi comuni sulla “violenza-nei-cartoni-giapponesi” (mentre altrove si importavano senza ritegno film action nei quali i contenuti violenti/amorali erano forse ancora più ambigui e pesanti rispetto a quelli degli anime) e in poco avvenne la demonizzazione. Anche per questo, alla fine degli anni ’80 era diventato praticamente impossibile trovare sulle reti maggiori anime che non fossero, in qualche modo, vicini agli standard tematici e stilistici disneyani: trasposizioni di favole e fiabe, di capolavori della letteratura o simpatiche storielle con animali antropomorfi. Gran parte degli anime vennero dunque venduti a canali secondari che divennero la salvezza di migliaia di fan (fra cui chi sta scrivendo): le reti locali come Europa 7 o Super 3. Fu solo a metà degli anni ’90, con la 2nascita di veri canali tematici per ragazzi come MTV che non solo la TV italiana “mainstream” tornò a trasmettere “roba-di-qualità”, ma soprattutto a importare nuove serie destinate al circuito televisivo. Era il momento di roba molto più autoriale, matura e “dura”, adulta: il tempo di Trigun, Cowboy Bepop o Alexander. Ma quella dello sviluppo dell’anime nel corso dei decenni è un’altra storia.

Di morali e moralismi

Come accennavamo prima, non era difficile supporre che un immaginario come quello dell’animazione giapponese, che si basava su elementi culturali e stilistici molto diversi dai nostri, potesse creare dei problemi nel rigido ambiente moralista del dopoguerra italiano. Infatti per quanto non si possa certo parlare di “cultura di regime”, il confronto fra due “religioni civili” come la dottrina sociale d’ispirazione cattolica della Democrazia Cristiana e quella marxista del Partito Comunista non poteva che produrre un risultato inconsapevolmente “censurante”. In un’epoca nella quale due ideologie forti si contendevano l’egemonia culturale (perché, ricordiamolo, la cultura è anche politica) e si sfidavano su alcuni temi come famiglia, omosessualità e altri temi caldi spesso facendo a gara di moralismo, una produzione come quella giapponese non poteva essere “bene accetta”. Troppo distante dai valori occidentali, troppo “forte” per gli standard, anche alla luce di un secondo elemento fondamentale: l’influenza di Hollywood 3e del sistema dei mass media statunitense aveva ben imposto l’idea che il cartone animato fosse cosa per bambini, motivo per cui ci ritrovavamo Jeeg o Bem il mostro umano trasmessi alle 17 del pomeriggio, con la condizione, però, della censura occidentalizzante dei prodotti trasmessi. Non potevamo certo permettere che i bambini occidentali si ispirassero alle storie di samurai che si sacrificavano per la coerenza con i propri ideali. Eh, no.

Il problema

Ultimo elemento, che ci conduce alla fine della nostra riflessione. Leggendo fin qui potreste pensare che in Giappone sia uso comune mostrare samurai che si sbudellano o infiniti drammi psicologici a volte molto pensanti (entrambi elementi ricorrenti degli anime) a bambini di cinque o sei anni alle sei del pomeriggio. Sbagliato. Al contrario, in Giappone esiste una rigidissima catalogazione degli anime e dei manga; c’è il prodotto per il bimbo (Doraemon) c’è quello per il ragazzo di dieci anni (Inuyasha), c’è il film impegnato per adulti (Una tomba per le lucciole). L’anime è il vero cinema nazionale giapponese, esattamente come il manga è parte della letteratura nazionale del paese, quindi presentano al loro interno opere adatte a ogni età. In Italia no. In Italia, fino a poco tempo fa (dieci anni) tutto ciò che era disegnato era, inevitabilmente, per bambini, e dunque l’anime doveva essere inserito in spazi adeguati o rielaborati con la censura. Ergo: il grosso “crimine culturale” della nostra tv non è stata la censura moralista, ma qualcosa di molto peggiore, ossia l’importazione di prodotti culturali che non ci si era sforzati di comprendere realmente.

– Fabio Antinucci – 

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