Capire l’arte contemporanea: Yayoi Kusama

“Io l’arte contemporanea non la capisco, per me la vera arte e` quella di Raffaello, Caravaggio, Michelangelo…”

 Quanti di voi si riconoscono in questa frase? Scommetto che siete tanti, e fra di voi rientra anche la mia dolce meta`, con cui passo intere serate a discutere sul punto: e` impossibile, per chi ama l’arte moderna e contemporanea come me, non passare subito all’attacco. E allora parto subito in quarta, con la ricerca su Google delle opere che ho apprezzato di più, in attesa di vederlo spalancare la bocca e dirmi la fatidica frase: si, hai ragione. Inutile dirvi che sono anni che rimango delusa: l’espressione che mi regala, infatti, è sempre perplessa e dopo qualche secondo l’unico commento che tira fuori mi smonta completamente: ma che è ‘sta cosa? (e sì, siamo romani).

Va bene, lo riconosco: l’arte classica, medievale, rinascimentale, moderna è (apparentemente) sempre di più facile interpretazione: davanti alla Pietà di Michelangelo proviamo tutti le stesse emozioni ed anche un bambino può coglierne l’immediato significato. E sì, l’arte contemporanea, di fondo, è arte di concetto: non sempre le opere che vediamo esposte sono di difficile realizzazione; quello che ti conquista, infatti, raramente è la virtuosità stilistica, ma quasi sempre è il significato della stessa: il titolo, la vita dell’autore, l’idea che voleva esprimere sono parte dell’opera tanto quanto i materiali che la compongono e sono la chiave per apprezzarla fino in fondo.

Questa piccola rubrica, si spera, servirà proprio a farvi capire gli artisti contemporanei più popolari e le loro opere, perché alla prossima mostra voglio sentirvi dire che avevo ragione! La prima “ospite” di questa piccola rubrica è una arzilla ultraottantenne: si chiama Yayoi Kusama ed una delle sue più famose opere, All the eternal love I have for pumpkins (2016), è stata recentemente in mostra al Chiostro del Bramante a Roma, per l’evento LOVE. L’artista giapponese sperimenta diversi tipi di arte nel corso della sua vita: dalla pittura al collage, dalla scultura alle installazioni, tra le quali le infinity rooms: spazi chiusi in cui pareti, pavimenti, soffitti sono ricoperti di specchi, dove lo spettatore, che entra da solo, può immergersi in un paesaggio psichedelico infinito.

A questo punto, gentili lettori, vi inviterei a cercare su google qualche opera dell’artista, se non lo avete già fatto: è difficile rimanere indifferenti all’esplosione di colori e di forme, ai pois e alle luci, ripetitivi ossessivi stupefacenti… ne sono rimasti colpiti, fra gli altri, anche artisti come Andy Warhol, Clades Oldenburg, George Segal, nelle cui opere si possono rintracciare influenze della artista di Nagano. Per comprendere al meglio le sue opere, tuttavia, occorre sapere qualcosa in più della autrice e il suo rapporto con l’arte: fin da quando ha 10 anni, infatti, sperimenta allucinazioni, visioni, flash di luce, immagina che gli oggetti le parlino, osserva in maniera ossessiva forme e colori, immagina il mondo ricoperto di pois.

In una intervista del 2013, racconta di avere un giorno immaginato che i disegni sulla tovaglia si allargassero fino a ricoprire i muri, il soffitto, lei stessa, l’intero universo…si sentiva dissolvere nella ripetitività del disegni e nella vivacità del colore, un puntino nell’infinito paesaggio psichedelico dell’universo: questa sensazione, che lei stessa definisce self obliteration, sarà il concetto alla base delle infinity rooms: se avrete la possibilità di visitarne una, immaginate di essere voi stessi parte dell’opera e perdetevi in essa.

In sostanza, l’artista non fa che mostrare al pubblico il mondo come lei stessa lo vede: un universo fatto di pois, colori abbaglianti, paesaggi surreali, e noi, come l’autrice, siamo tutti parte di questa giostra infinita.

– Mangoberry – 

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