Capire l’arte contemporanea: Bansky

Il secondo episodio della mia piccola rubrica, sono sicura, non vi deluderà: il soggetto, infatti, è un personaggio misterioso, particolarmente apprezzato per il suo approccio non formale all’arte e per l’alto contenuto sociale, etico e politico delle sue opere; si tratta certamente di uno degli artisti più popolari di questi ultimi anni e sono sicura che anche chi non ama affatto l’arte contemporanea ne conosce comunque le opere più famose.

Volete saperne il nome? Mi spiace deludervi, ma nessuno ne è a conoscenza. Già: di Bansky non si sa quasi nulla, a parte il fatto che il graffiti artist sia inglese e che abbia cominciato la sua carriera a Bristol. Le sue opere non richiedono, in realtà, alcuna spiegazione: tramite il suo humour nero, infatti, Bansky mette a nudo gli aspetti più malati della società in cui viviamo, ne evidenzia le storture e ci ricorda la povertà della condizione umana; per veicolare questo tipo di contenuti, l’artista sceglie il paesaggio urbano come tela per i suoi stencil e trasforma i muri di edifici scialbi in opere d’arte, usando una stile che ricorda i manifesti pubblicitari.

La forte capacità comunicativa dell’artista è stata notata anche dallo scrittore Paul Goghi, il quale racconta: « L’opera di Banksy in fondo a Park Street affascina molto mio figlio di cinque anni e ci passiamo davanti quando andiamo a scuola e al ritorno. Ha tante domande, soprattutto che iniziano con la parola ‘perché…?’ […] La mia opinione è che l’arte di strada ha la capacità di suscitare una reazione in tutti noi, indipendentemente dall’età ». Ed è proprio questa sua caratteristica, secondo la mia opinione, che ha permesso all’artista di uscire dall’ambiente tradizionale della guerrilla art e di farsi apprezzare dal grande pubblico, ed è dovuta alla volontà di rimanere al di fuori dei circuiti tradizionali dell’arte, una scelta personale dell’artista, il quale crede fermamente che l’arte vada goduta da tutti. Per questo sceglie luoghi comuni e una dialettica semplice: « L’arte che guardiamo è fatta da solo pochi eletti. Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell’Arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari».

 Oltre agli stencil, Bansky, in tempi più recenti, si e` dedicato ad una opera ben più complessa; nell’Agosto del 2015 ha realizzato, assieme ad altri 57 artisti, una complessa installazione artistica presso Weston-super-Mare nel Somerset: Dismaland, definita una sorta di “parco divertimenti anti-Disneyland”. La pop-up exhibition ha affrontato i temi tipici delle opere di Bansky con lo stesso irriverente sarcasmo per cui è tanto apprezzato; la coerenza di temi e stile è da apprezzare, considerando che l’opera è il risultato del contributo di diversi artisti, tra cui Jenny Holzer, Damien Hirst, Jeff Gillette, Jimmy Cauty e Bill Barminski. L’opera, quindi, è rimasta comprensibile e godibile da tutti, ed ha attirato più di 150,000 visitatori, tra cui Brad Pitt, Jack Black, Neil Patrick Harris, Nicholas Hoult, Wayne Coyne, Russell Brand, Ant & Dec, Mark Ronson, Darren Criss, Daddy G, CGP Grey e Brady Haran. La recezione, tuttavia, non è stata sempre positiva; diversi critici, infatti, ne hanno disapprovato la monotonia dei contenuti e il sarcasmo facile: la battaglia contro l’elitismo nell’arte promossa da Bansky è sicuramente, per loro, un tema molto scomodo!

Nonostante non vi fosse un’opera specifica che affrontasse questa tematica, a mio parere la decisione di prezzare i biglietti a £3 l’uno e di consentire l’acquisto di 4000 biglietti al giorno tramite sito web è di per sé un’attacco ai canali di circolazione dell’arte contemporanea, una presa di posizione per ricordare che l’arte è, in primis, comunicazione, ed in quanto tale deve essere accessibile a tutti.

– Mangoberry – 

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