Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn

Inizialmente assente nei fumetti della DC Comics, Harley Quinn è creata nel 1992 per Batman: The Animated Series come spalla e compagna del Joker, incorporando sin dalle sue origini un femminile tossico, malsano e dipendente inscindibilmente dal maschile. Il successo che il personaggio riscuote nella serie permette di approfondire la sua follia nella controparte fumettistica, centrale nel celebre Mad Love del 1994, in cui si spiegano le origini della bizzarra criminale, giovane psichiatra che, assunta come stagista nel manicomio di Arkham, si innamora follemente del Joker, aiutandolo a fuggire. Sin dalla sua nascita, Harley è ontologicamente connaturata a un maschile che la sottomette, non le permette alcuna autonomia e identità che non sia “compagna del Joker”, priva di desideri se non soddisfare il suo partner che, da “bravo maschio alfa”, non fa altro che umiliarla, aggredirla verbalmente e fisicamente, creando una dipendenza patologica da Sindrome di Stoccolma, in cui la giovane, nonostante gli abusi, non fa altro che ricercare il suo amato clown omicida. Nell’ultimo anno, il personaggio inizia a subire dei cambiamenti radicali, che, dopo movimenti ormai globalmente noti come il #MeToo, tentano di rinsavire il suo ruolo, scalfendo quella tossicità insita nell’identità del personaggio ed emblematici sono due prodotti recenti, tanto simili quanto opposti nel declinare il suo tentativo di rinascita: una nuova serie animata e Birds of Prey e la fantasmagorica rinascita di Harley Quinn, spin off di Suicide Squad di David Ayer in cui troviamo nuovamente la promettente Margot Robbie in una delle sue performance migliori.

Harley Quinn- la serie: un’emancipazione contraddittoria

Realizzata tra il 2019 e il 2020, diretta da Justin Halpern, Patrick Schumacker e Dean Lorey e pronta per una seconda stagione, la serie animata si dimostra totalmente differente da quella degli anni Novanta, favorendo episodi non autoconclusivi ma sposando uno storytelling che segue i tentativi di Harley e della sua banda di farsi riconoscere da un’organizzazione criminale nota come Legion of Doom, utilizzando un linguaggio politicamente scorretto che va dal black humor e a un uso della violenza piuttosto esplicito. Il percorso che scandisce l’evoluzione di Harley assume delle sfumature un po’ contraddittorie perché, se da un lato si valorizza una femminilità che tenta di farsi strada tra il mondo del crimine emancipandosi dal suo partner (ridicolizzando spesso i personaggi maschili, a partire da Batman e Robin fino a criminali come Bane), dall’altro il suo obiettivo disperato è il riconoscimento da parte di un’organizzazione apertamente misogina e declinata al maschile. Sicuramente seguire l’evoluzione psicologica di un personaggio complesso come Harley non è affatto scontato e le ricadute in un legame malsano con il Joker sono piuttosto attendibili, ma bisogna tener presente che questo conflitto tra amore e odio è spesso trattato in cartoni, serie e fumetti sul personaggio, di conseguenza nulla di nuovo rispetto alla sua emancipazione, che si rivela poi non essere così rivoluzionaria. Mi chiedo quale sia il senso di rendere autonomo un personaggio femminile se il suo obiettivo è la legittimazione in un gruppo maschilista che discrimina e disprezza le donne. Nonostante l’autonomia raggiunta negli episodi finali proprio grazie allo scontro con la Legione, il concentrare i tre quarti di una serie nel mostrare l’attesa di un riconoscimento non risulta una scelta vincente, rendendo l’episodio finale un contentino superficiale per soddisfare gli obiettivi preposti dalla serie, ma che dimostra la difficoltà dello sguardo maschile degli autori di prendere le distanze con un certo desiderio di umiliazione e possessione della donna. Lo stesso vale per un’emancipazione sessuale che la serie sembra alludere per poi sfuggirne, celando qualsiasi sessualizzazione del rapporto tra Harley e Poison Ivy (in alcuni fumetti piuttosto esplicita), relegando quest’ultima a una ridicola relazione eteronormativa con un personaggio totalmente ridicolo.

Birds of Prey: un femminile che non ha bisogno di altro se non di se stesso

Totalmente differente è il lungometraggio sceneggiato da Christina Hodson e diretto da Cathy Yan, il cui sguardo femminile è perfettamente vincente e sicuramente più coraggioso rispetto a quello della serie animata, ma ritenuto un flop a causa di un pubblico troppo nostalgico della coppia Robbie-Leto. Tra le critiche più grossolane c’è l’assenza di una sessualizzazione di Harley rispetto a Suicide Squad, come se fosse necessario, per un’eroina, apparire sessualmente desiderabile, quando in realtà non mancano scene piuttosto erotizzanti (si pensi al combattimento in cui la Robbie è totalmente bagnata), senza però ricorrere alle grossolane inquadrature sul suo fondoschiena come nel precedente. Ancora più sconvolgente è la reazione fredda e scostante di un pubblico, soprattutto femminile, che sembra non accettare un film in cui il femminile si realizza da sé senza il bisogno di un uomo, rimpiangendo un finale patriarcale in cui la passiva donna in pericolo viene salvata dall’attivo e virile partner, tornandone a essere il feticcio da possedere. Non è un caso che il titolo, dopo il flop al botteghino americano, viene rinominato Harley Quinn e le Birds of Prey per sottolineare il protagonismo della Robbie ma, al contempo, evitando il riferimento all’emancipazione dal Joker, la cui assenza, per molti fan, è assolutamente incommentabile, come se Harley non possa esistere senza di lui. Il film della Yan è sicuramente uno dei cinecomic più notevoli e interessanti degli ultimi anni, in cui non è difficile riconoscersi nell’ordinarietà delle azioni di personaggi “straordinari”, a partire dalla sbornia di Harley dopo la rottura con il Joker al bisogno di Black Canary di un fermaglio per capelli durante un combattimento. Finalmente, abbiamo protagoniste che non hanno bisogno di nient’altro se non di se stesse per trovare la propria identità, senza la necessità di legarsi sentimentalmente: Harley, conosciuta a Gotham in quanto “donna del Joker”, tenta di farsi strada in quanto donna, non cercando approvazioni, né definizioni da altrettante donne, ma vivendo della propria bizzarria, cercando di essere una persona migliore ma, al contempo, non rinunciando alle sue cattiverie ordinarie. Interessante è il modo attraverso cui il film mette in discussione anche una certa visione della mascolinità attraverso il personaggio del perfido Sionis, alias Black Mask (splendidamente interpretato da Ewan McGregor), distante dalla testosteronica declinazione fumettistica, al contempo minaccioso e brutale anche se isterico, elegante e raffinato, necessitante del suo scagnozzo per calmare i suoi nervi. Non credo che tratteggiare Sionis come potenzialmente gay sia discriminatorio per la comunità LGBT+, dal momento che tra le eroine abbiamo Montoya, omosessuale dichiarata, e Harley, apertamente bisessuale; ritengo che tale scelta trascenda una visione tradizionalmente riconosciuta di mascolinità tossica tipica di uomini obbligatoriamente forti, brutali, virili, distanti dall’emotività tipica delle nevrosi e delle isterie tradizionalmente riconosciute nelle donne e che volgarmente e in maniera discriminatoria si tendono a proiettare sul maschio omosessuale in quanto “checca isterica”. Sionis è minaccioso, misogino (uno dei motivi per cui odia Harley è semplicemente la sua vagina…) e sanguinolento nonostante il suo isterismo, la sua cura nel vestire, la sua attenzione maniacale per gli oggetti di design, le cure per i trattamenti estetici e per la pelle… insomma, per tutte quelle qualità che il maschio alfa patriarcale dovrebbe rinnegare per essere considerato tale.

<<Bruce, io vorrei tanto vivere con te nel tuo castello per sempre, come in una meravigliosa favola per sempre. Ma non riuscirei mai a vivere con me stessa, non fingere che sia un lieto fine>> recita la spietata Catwoman di Michelle Pfeiffer in Batman Returns, il ritratto al femminile più bello nell’universo del Cavaliere Oscuro, una dichiarazione che esprime perfettamente l’emancipazione dell’eroina dall’idea del “necessario” rapporto relazionale con l’eroe, come se la donna, nonostante il proprio vigore, non possa sentirsi completa senza l’amore. Rinunciando alla malinconia di Tim Burton, il film della Yan lavora proprio su questo versante, con simpatia e stramberia, in linea con la protagonista, dimostrando quanto la femminilità e la mascolinità siano dei meri costrutti socioculturali, scanditi e costruiti intorno a modelli di comportamento e obiettivi predeterminati e costrittivi; ci si augura che le prossime avventure di questi personaggi non snaturino l’idea proposta dal film, affinché essi continuino a ricercare e a mantenere la propria identità al di là dei canoni sociali, permettendo a spettatori e spettatrici di riconoscersi in modelli alternativi e di viversi per quello che realmente si è.

Leonardo Magnante

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