Annabelle 3, la recensione

Portando avanti un discorso metariflessivo sulle strategie commerciali messe in atto per espandere i confini del franchise, Annabelle 3 dimostra, ancora più dei precedenti capitoli, quanto l’intero The Conjuring si configuri come un vero e proprio universo in accelerazione.

Dopo aver salvato dei giovani studenti d’infermeria dall’influsso maligno di Annabelle, la celebre coppia di investigatori del paranormale Ed e Lorraine Warren (Patrick Wilson e Vera Farmiga) credono che, rinchiusa la bambola in una teca nel loro museo di oggetti posseduti, il male sia finalmente contenuto. Dovendo passare una notte fuori, i coniugi affidano la figlia Judy (Mckenna Grace) alle cure della giovane babysitter Mary Ellen (Madison Iseman), la cui amica Daniela (Katie Sarife), autoinvitatasi in quanto incuriosita dalla misteriosa stanza dei Warren, scatenerà le forze maligne della casa dopo aver aperto la teca.

The Conjuring come universo in espansione: la strategia sottesa al franchise

È ormai lapalissiano sottolineare quanto il genere horror si trovi a vivere un processo di “eterno ritorno dell’uguale” da cui difficilmente gran parte delle produzioni mainstream riescono a prendere le distanze, troppo impegnate a regalare al pubblico prodotti preconfezionati che facciano leva su una dimensione affettiva legata a topoi e cliché ormai consolidati. Il conformismo su cui poggia Annabelle 3 non è poi così inaspettato, inscrivendosi in una galassia coerente e unitaria che rappresenta forse l’emblema del cinema horror commerciale contemporaneo, una vera e propria macchina industriale finalizzata a espandere, in maniera sempre più illimitata, un universo articolato e stratificato, inaugurato nel 2013 dallo splendido The Conjuring di James Wan (autore che, sin dal suo esordio, è stato in grado di introdurre personaggi di grande aura iconica, tanto da inaugurare saghe di gran successo, come Saw o Insidious). Il caso The Conjuring appare sicuramente più complesso e stratificato rispetto alle celebri saghe caratterizzanti il genere horror, ognuna incentrata su un villain specifico; a causa della sua dimensione “galattica”, tale universo si configura come un mosaico, le cui tessere presentano, quasi come dei veri e propri cataloghi, un campionario di creature mostruose che, relegate inizialmente a mere comparse, si prospettano come prodotto commercialmente sfruttabile per eventuali spin-off. Ripercorrendo le prime due avventure dei Warren, è palese quanto personaggi come la crudele strega Bathsheba o lo spirito del vecchio Bill Wilkins del celebre caso Enfield, sebbene villains principali, vengano offuscati dalle apparizioni fugaci dei più iconici Annabelle (è alquanto scontato sottolineare quanto le bambole siano presenze ridondanti nel genere) e il demone-suora Valak (divenuto poi protagonista dello sfortunato The Nun). Il brand che sembra contraddistinguere il franchise è la strutturazione della narrazione intorno alla presenza tradizionale di un antagonista principale che, sebbene motore narrativo della vicenda, sfugge dalla mitizzazione iconica nel pantheon dei grandi mostri del cinema horror, fungendo più da catalizzatore per l’introduzione labile di un materiale potenzialmente valido per ulteriori capitoli che amplino l’universo, presentando personaggi che, sebbene comparse, scuotono la pancia di un pubblico sempre più abituato a giochi di incastri e rimandi che danno l’impressione di fruire un’unica mega-narrazione.

Un capitolo che parla di sé: la logica della vetrina e del rendez-vous

Se negli altri film tale strategia appare piuttosto silenziosamente, sovrastata dalla centralità del racconto, il nuovo capitolo di Annabelle sembra invece svelare le leggi intrinseche a tale universo in espansione, allontanandosi da un’articolazione dello storytelling attraverso approfondimenti narrativi o stratificazione degli eventi diegetici (a parte il viaggio di ritorno dei Warren dalla casa degli studenti d’infermeria al loro museo, dove per la prima volta vediamo il momento in cui la bambola viene relegata nella sua teca), favorendo quella che potrebbe essere definita come “estetica della vetrina”, in cui il film stesso diventa un’occasione per mostrare un campionario di nuovi personaggi iconici (dal samurai posseduto al traghettatore di anime, dal lupo mannaro alla sposa), materiale fruttuoso per ulteriori spin-off o anticipatore del prossimo The Conjuring 3. Più che parlare della saga dedicata alla bambola, la sceneggiatura di Gary Dauberman (già sceneggiatore dei precedenti capitoli e di The Nun, nonché del nuovo It) e James Wan sembra svelare gli artefici dei primi due The Conjuring in quanto capitoli principali da cui si ramificano gli altri film, il che spiega il ritorno della celebre coppia di investigatori del soprannaturale, della piccola Judy (a cui viene dedicata la piena attenzione narrativa) e del loro museo di oggetti del paranormale. Infatti, se il primo Annabelle, prequel di The Conjuring, è piuttosto coerente nel raccontare una vicenda che abbia come protagonista indiscussa la demoniaca bambola, non relegandola più a semplice comparsa, e se il secondo (al contempo prequel del precedente) si rivela una delucidazione sulla storia della piccola Annabelle, questo terzo si impone come mero divertissement, in cui Annabelle assume il ruolo di silenziosa regista, in grado di trasformare l’abitazione in un set cinematografico per nuove star dell’orrore, in procinto di sfilare di fronte alla macchina da presa per il titolo di nuova icona, con in palio un possibile nuovo adattamento. L’universo sembra divenire sempre di più il corrispettivo orrorifico di un’altra grande galassia cinematografica che è la Marvel (sempre più intenzionata a parlare di sé negli ultimi suoi film, si pensi a Spider-Man: Far from Home, vera e propria messa in scena delle strategia attraverso cui tale cinema crea una dimensione illusoria sempre più iper-tecnologica e inclusiva), un esplosivo spettacolo pirotecnico che però dimostra un totale esaurimento di nuove idee, una crisi che costringe a ripiegarsi su una componente più autoriflessiva che costringe a svelare le regole del proprio meccanismo, sfruttandole esplicitamente senza più sotterfugi. Ecco che a questo nuovo capitolo piace giocare facile, accostando la logica della vetrina a quella del rendez-vous (evocativo il titolo originale, Annabelle comes home, in cui a casa sembra ritornare non tanto la bambola quanto il franchise stesso), dell’incontro amichevole con gli storici personaggi della saga, affinché l’esplicitazione delle proprie strategie commerciali possa al contempo essere sostenuta dall’affetto del pubblico nei confronti di quest’universo. Il film quindi diventa una carrellata di situazioni già viste, riproposte in maniera quasi autocelebrativa, il cui apice si rivela nel tanto atteso esorcismo, ultimato mediante il ricorso a una registrazione di un rito compiuto da Ed, escamotage narrativo di troppa facile risoluzione ma che eleva quella registrazione a immagine di un cinema che torna alle sue radici, con Ed che impugna un crocifisso e Lorraine alle sue spalle; questo nuovo capitolo è quindi proiettato verso un futuro potenziale ma al contempo si ancora al suo passato e al suo legame con il fandom, svelandosi al suo pubblico in una comfort zone (lo stesso film, con ambientazione e personaggi differenti, sarebbe stato sicuramente fallimentare, se non insalvabile). Viene da sé che anche la narrazione (che sembra trasformare il film in un teen-horror privo di inquietudine, più vicino a un episodio di Buffy o di Piccoli Brividi) non faccia altro che riproporre la tradizionale tripartizione “infestazione-oppressione-possessione”, con atmosfera rievocante un certo horror anni Settanta (primo tra tutto il celebre Halloween di John Carpenter) e con immancabile finale “zuccherino” tipico delle conclusioni di ogni avventura dei Warren, con tanto di serenata di Ed e inquadratura finale su una fotografia dei tre, seguita dal meritato saluto alla recentemente scomparsa Lorraine.

Annabelle 3 è l’apice di un universo in accelerazione ma al contempo anche il vertice della sua crisi, che spinge ad andare alla ricerca di altri papabili personaggi per mantenere sulla cresta dell’onda un franchise che rischia di crollare di fronte al peso delle proprie responsabilità.

– Leonardo Magnante –

 

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