Analisi di Blade Runner 2049

La prima volta che vidi Blade Runner di Ridley Scott me la ricordo come un sogno. Avrò avuto otto o nove anni, e pensavo che il cinema di fantascienza fosse roba “semplice” come la classica storiella tipo Star Wars, e tutta quella pesantissima riflessione sulla natura umana mi turbò (come credo abbia turbato tutti coloro che l’hanno visto e che dispongono di una mente pensante). A vederlo da lontano fu un turbamento necessario, perché quel film, quel tipo di fantascienza filosofica, erano fatti per prendere in contropiede, far riflettere. E i film che fanno riflettere sono, e devono essere, film inimitabili, destinati all’unicità, forse anche alla solitudine, una teoria confermata dal fatto che tanti sequel di film filosofici hollywoodiani, come Alien, hanno in parte infangato l’originale con la loro mancanza di idee.

Cos’è successo nel caso di Blade Runner 2049? Qual è stato l’esito?

Questione di titoli, questione di storie

Partiamo con la solita piccolezza che pesa come un macigno: per questo film e per questo tipo di operazione non poteva esserci titolo più sbagliato, improponibile e, purtroppo, necessario per ragioni commerciali, di Blade Runner 2049. Questo perché, dicevamo, Blade Runner è uno, è unico, è ormai entrato all’interno di una storia più grande di lui ed è per questo diventato un simbolo. Quando apri il browser e scopri che il suo sequel è un banalissimo Blade Runner 2049, pensi subito male. Pensi “Ecco qua, commercialità sparata e banale”. Persino il sequel di Alien, grande esempio di come la formula di un blockbuster di successo possa riscrivere la storia prototipo in maniera diversa, ebbe il coraggio di variare e virare su Aliens, titolo che rimandava, anche ironicamente, al fatto che si passava da un “banale” horror-nello-spazio a un vero e proprio action-thriller “picchiaduro”. Ecco, il titolo di Blade Runner è davvero il suo più grande punto debole, perché allontana lo spettatore e non gli permette di comprendere che film si ritroverà davanti. Se di sequel si tratta, infatti, è un sequel che ha il coraggio di camminare quasi completamente sulle sue gambe, prendendo gli elementi fondanti del film di Ridley Scott e rielaborandoli in una storia completamente nuova ed efficace. Blade Runner 2049 è ancora una volta la storia di Deckard, in un certo senso, ma al contempo non lo è. È la storia di un altro uomo, che incappa sulla strada del personaggio di Harrison Ford e che si trova a fare i conti con l’enorme problema che questi si trovò ad affrontare trent’anni fa, ma al contempo deve affrontare anche una nuova, spinosissima sfida.

Ryan Gosling è un fico

Un altro problema del fare un sequel di BR è che BR è tutto incentrato su personaggi e attori straordinari. Lasciamo perdere San Rutger Hauer da Rocca Calascio (questa è da intenditori), che appena sentito parlare del film di Villeneuve ha avuto una sincope e ha maledetto il regista e tutti i suoi discendenti per dieci generazioni; il pensiero va ovviamente ad Harrison Ford. La paura per l’effetto nostalgia faceva temere che Deckard potesse cannibalizzare ferocemente tutta la storia. Invece no, perché Villeneuve è stato intelligente. BR 2049 è infatti la storia dell’agente K, interpretato da Ryan Gosling, e K non è il personaggetto di Shia LaBeouf messo da comprimario al vecchio Indiana Jones per strizzare gli occhi alle nuove generazioni, ma un personaggio a tutto tondo, ricco di problemi, questioni in sospeso, complessi morali e filosofici e, soprattutto, con un enorme, enorme, mastodontico problema fra le mani. E Gosling non ha paura di prendere tutte le sfide di quest’interpretazione, di recitare mettendoci il cento per cento delle forze e di sviluppare tutte le potenzialità del personaggio. Per almeno un paio di volte riesce anche a farti venire la lacrimuccia, davvero. Sì, parliamoci chiaro: se Jared Leto è bello e tenebroso e Ford è Ford, se Robin Wright riesce a splendere anche nella sua particina un po’ stereotipata e funzionale alla trama, Gosling fa il miracolo reggendo da solo tutto il film, interpretando bene tanto la psicologia quanto la fisicità del suo personaggio, donandogli un altro appeal rispetto al prototipo di Deckard e riuscendo, in questo modo, a compiere la missione di non deludere.

È tempo di mori… no, solo di lasciarci

Bene, direbbe qualcuno, e quindi? Voto finale? Il voto finale è più che buono, e Blade Runner 2049 ha tutto il diritto di entrare nelle videoteche di tutti i veri appassionati di fantascienza filosofica, grazie al coraggio di inscenare una storia che scandaglia il fulcro morale della vicenda. È un film costruito benissimo, e persino la tanto famigerata “lentezza” denunciata da critici e spettatori ci è sembrata un vero e proprio spauracchio senza senso. Quello che forse è criticabile è però anche  un ultimissimo e “labile” legame con l’originale il vecchio film. Una cosa che è presente. Poco, ma è presente. Proprio perché il film di Villeneuve è un’esperienza narrativa, visiva e filosofica davvero forte e proprio perché Gosling ha caratterizzato così bene il suo personaggio, cose che fanno di questo lungometraggio un prodotto a sé, il punto criticabile del film diventa la scelta di fare del legame forte con Blade Runner un punto fondamentale della storia verso la fine. Non sarebbe stato meglio relegare quella vicenda sullo sfondo, magari soltanto attraverso il racconto indiretto di Deckard, in modo coerente col resto della pellicola? Forse sì.

Ciò però non toglie che BD 2049 sia una scommessa vinta con la Storia del cinema e una vittoria contro un sistema delle major che sempre più spesso soffoca l’originalità dei registi e dei produttori. Viceversa, se c’è una cosa che Blade Runner 2049 riesce a fare è essere un film coraggioso e vivo, in grado di lasciare a bocca aperta tanto per le sue meraviglie visive quanto per le questioni morali che pone. E questo è importante.

– Fabio Antinucci – 

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