Alda Merini e la vita nell’ospedale psichiatrico

1C’era una volta, e purtroppo c’è ancora, un mondo cattivo, capace di renderci soli e fragili, vittime delle nostre paure. Tra queste anime afflitte vagava, tempo fa, una sola anima bella, piena di parole ingarbugliate, senza senso per lei, ma che diventavano poesia per i cuori di chi le ascoltava. Il 21 marzo del 1931 a Milano nasce Alda Merini. Nasce per vivere una vita segnata dal dolore e per arricchire il mondo della poesia italiana. Alda inizia a scrivere le sue poesia da giovanissima, da bambina, cominciando a far sbocciare quel delirio che avrebbe sconvolto la sua vita per sempre. Nel 1947 la Merini affronta per la prima volta le porte di una clinica psichiatrica, rimarrà un mese tra quelle mura. I dottori parlano di un disturbo bipolare: attacchi d’ira improvvisi, aggressività, disturbi di un’anima inquieta che, con il tempo, la riportano tra quelle fredde e spesse mura. Alda viene rinchiusa, contro la sua volontà, nel 1961 nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano. Nel 1962 inizia un difficile periodo di silenzio e di isolamento che dura fino al 1972, con alcuni sporadici ritorni a casa, tra la sua famiglia.

Nel suo libro “L’altra verità. Diario di una diversa” Alda ci racconta che l’esistenza degli ospedali psichiatrici le era ignota, non ne aveva mai visto uno: “Quando mi ci trovai nel mezzo credo che impazzii sul momento stesso in quanto mi resi conto di essere entrata in un labirinto dal quale avrei fatto fatica ad uscire. Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero”. Alda ci fa conoscere le condizioni dei malati prima della legge Basaglia, le umiliazioni, le violenze, i maltrattamenti inferti dai medici e dagli infermieri. A quel tempo la Legge n°36 del 1904 riguardante le “Disposizioni sui manicomi e sugli alienati” stabiliva che: “Debbono essere custodite e curate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé e agli altri o riescano di pubblico scandalo e non siano e non possano essere convenientemente custodite e curate fuorché dai manicomi”. Alda non era pericolosa, molti tra quelle mura non lo erano, ma come lei stessa ci ricorda “la donna era soggetta all’uomo”, non ha avuto voce in capitolo, per ciò che riguardava la sua vita. La sua esperienza all’interno dei manicomi l’ha vista prima succube della sua stessa malattia, del suo destino. Successivamente entrandoci volontariamente ha vissuto e sperimentato con coscienza quel mondo fatto di sofferenza, quel mondo che aveva come soluzione quella di spersonalizzare, di addormentare il paziente con le sue pillole: “Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a galla e così ci troviamo a essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più esseri umani. Così la mia bellezza si era inghirlandata di follia, ed ora ero Ofelia, perennemente innamorata del vuoto e del silenzio, Ofelia bella che amava e rifiutava Amleto”. Per Alda tutto ciò che è fuori da quelle mura non esiste più, è morto. Quel mondo che l’ha rifiutata, sputata via come un qualcosa di andato a male, non ha più motivo di esserci, tra i suoi pensieri. L’amore e la famiglia sono ormai concetti superati, quasi non contano più: “Mio marito non veniva mai a trovarmi. Ogni giorno mi appostavo davanti all’ingresso e mi accoccolavo per terra, proprio come una geisha, e as2pettavo per ore che lui si facesse vivo. Poi, vinta dalla stanchezza, e con le lacrime agli occhi, tornavo nel mio reparto”.

Tra le sue pagine ci racconta l’amore tra i padiglioni che separavano le donne dagli uomini, descrive con delicatezza il dolce Pierre, pieno di attenzioni e di tenerezza nei suoi confronti. Del manicomio la poetessa rimpiangerà tutto, specialmente la non socialità. Fuori cerca disperatamente di crearsi dei legami, una nuova vita fatta di affetti che si rivela soltanto un’ennesima delusione. Alda scrisse lettere, cercò dei nuovi contatti in maniera disperata quasi, forse, maniacale comprendendo che probabilmente nessuno l’avrebbe mai più cercata di propria iniziativa. Solo le sue parole l’hanno tenuta in vita. Le sue parole hanno man mano acquisito un senso, mettendosi in fila come tanti soldatini l’hanno aiutata nella sua più difficile battaglia. Un dono immenso, che lei stessa non sapeva spiegarsi. Il senso della sua poesia le era sconosciuto, ci si abbandonava con naturalezza nella terra dei sogni. I sogni riuscivano a cullarla, le suggerivano la via da percorrere nel suo mondo reale: “È una forza che nasce in me, come una gravidanza che deve essere portata a termine. Molti mi considerano la poetessa della pazzia. Ma chi si è accorto che sono la poetessa della vita? Ho parlato del manicomio perché era il luogo in cui vivevo in quel periodo”. Il dottor Enzo Gabrici, lo psichiatra che l’aveva seguita durante gli anni del manicomio, ha sempre creduto con forza che la creatività della scrittura fosse stata per la sua paziente la sola ed unica medicina contro il suo dolore: “Se io non ho una base, non ho un sogno da custodire ed allevare dentro il mio cuore, non posso più scrivere e di conseguenza non potrei nemmeno vivere”. Figlia del proprio vissuto, intenso, doloroso, pieno di solitudine, Alda ha creduto fermamente che la malattia mentale non esistesse davvero. Esistono gli esaurimenti nervosi, esistono le pene familiari, le responsabilità dei figli, la fatica di crescerli ed esiste anche la fatica di amare, la fatica di vivere, di voler davvero vivere giorno dopo giorno. Il manicomio fuori da quelle mura, quello della società che cambia e che ci impone degli schemi ogni giorno, tutti i giorni, per lei, è stato più duro, forte, sinistro di quello che si lasciava alle spalle: “Il vero inferno è fuori, qui a contatto degli altri, che ti giudicano, ti criticano e non ti amano”, tra quelle mura è la speranza di un futuro diverso che può consolarti. La sua vita è piena di oscillazione, di maree, di alti e bassi, periodi di salute e periodi di malattia che portavano a sporadici ritorni tra le mura di quell’ospedale.

3Nel 1979 Alda ritorna definitivamente a casa. Ricomincia a scrivere, racconta la sua esperienza, gli orrori e le torture dell’internamento nell’ospedale psichiatrico. Negli ultimi anni di vita, Alda ritorna nella sua amata Milano, con lo scopo di gridare al mondo ciò che davvero accade nei manicomi: le umiliazioni, le offese, i soprusi ed i 46 elettroshock che le sono stati inflitti, che non sono riusciti a spegnarla, a spegnere la sua memoria, la sua testa. Partecipa a numerose trasmissioni tv, concede numerose interviste, una tra queste molto intensa al programma tv “Il senso della vita”. Bonolis le domanda se la mente del poeta sia più vulnerabile di quella delle altre persone: “il poeta soffre molto di più, però ha una dignità tale che non si difende neanche alle volte. È bello accettare anche il male: una delle prerogative del poeta, che è anche stata la mia, è non discutere mai da che parte venisse il male. Io l’ho accettato ed è diventato un vestito incandescente, è diventato poesia”. Alda Merini si spegne il 1° novembre del 2009 all’Ospedale San Paolo di Milano, in seguito ad un tumore, può finalmente smettere di combattere, può riposarsi. Questa donna poeta, affascinante nel suo dolore, fuori dagli schemi, riesce ancora a graffiare l’anima di chi si interessa alla sua vita, ai suoi scritti. I suoi scritti parlano di passione, di dolore, tanto dolore racchiuso in occhi belli, che vogliono vivere come cita nella sua poesia “Sono nata il 21 a Primavera”. Alda ha accettato tutto ciò che la vita le ha scagliato contro e l’ha trasformato in arte, in poesia, non si è arresa. Alla fine anche lei ha avuto i suoi agognati e meritati applausi, grazie alla sua più acerrima nemica: la follia.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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