Addio a Wes Craven, grande del cinema horror

1Addio a Wes Craven, grande del cinema horror che si spegne a 76 anni a causa di un tumore al cervello lasciandoci orfani della sua arte. Arte, sì. Che tipo di arte? Quella bassa, popolare, che sapeva generare lo spavento attraverso film horror indimenticabili.

Non pensiamo mai a quanto l’horror di Craven sia stato artistico, molto più alto di altri esempi di storie di questo tipo; un horror che colpiva in basso, riuscendo a muoversi con destrezza ai margini del genere, in quella zona del cinema che mescola la capacità di intrattenimento attraverso il thrilling (la saga di Scream, 1996-2011), la pura espressione artistica (Nightmare, 1984) e la critica sociale (L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi, 1972 e 1977).

Sui primi due casi, si potrebbero scrivere manuali su manuali di cinema. Anzi, meta-cinema nel caso di Scream: a trent’anni dal primo film horror incentrato sull’assassino seriale che va in giro ad ammazzare la gente, Craven realizza una serie in cui il serial killer sadico viene dapprima presentato con un ritmo da film action, capace più di giocare sul thrilling alla Hitchcock che di spaventare, e poi deriso senza mezzi termini perché ormai goffo e fuori luogo (leggi: “non riesce più a spaventare nessuno”), e poi reso protagonista di un film (ovviamente dedicato, all’interno della pellicola, ai delitti degli episodi precedenti) dentro il film. Saltavano le regole dell’horror come pura storia di fiction, per diventare qualcos’altro, ossia riflessione satirica sul cinema del terrore (con qualche colore di satira sulla spettacolarizzazione della violenza nella società americana).

2In Nightmare, però, c’era molto di più.
Sono anni che lo penso: Nightmare non è “cassetta”, è capolavoro del genere. Per creare un’icona come Freddy Kruger, il terribile assassino seriale dal volto sfigurato e le lame al posto delle dita, capace di impressionare e creare qualche brivido di sano terrore dopo anni e anni serve una forte ispirazione e una gran bravura. E Craven, ispirandosi alla leggenda metropolitana di un giovane profugo vietnamita che sarebbe morto durante un sogno dopo aver cercato per giorni di non addormentarsi perché tormentato da un incubo ricorrente, inventò un mostro terrificante che colpiva le persone nel proprio letto sotto il tetto della casa paterna, forse il luogo più sicuro della terra per un teen-ager. Una creatura capace, anche nei film più scarsi della serie, di fornire ispirazione per panorami onirici maledettamente d’impatto e sperimentazioni narrative veramente interessanti (come nel terzo episodio della serie, I guerrieri del sogno). Più un quadro di Bosch, che un racconto di King.

 Regista di sinistra, nella prima parte della sua carriera come altri registi della scuola horror di quegli anni aveva usato il genere per raccontare le paure e la cattiva coscienza dell’America. In L’Ultima casa a sinistra una ragazza violentata si alleava con i suoi genitori per vendicarsi dei suoi aguzzini, in un tripudio di splatter e sensazionalismo pulp. Ne Le Colline hanno gli Occhi, Craven attaccava la politica estera americana immaginando cosa sarebbe accaduto se una famigliola di bravi americani W.A.S.P. fosse incappata nelle ire e nell’odio di un gruppo di poveracci trasformati in mostri da alcuni test nucleari segreti nel deserto del New Mexico. Il risultato è stato uno dei film più estremi e violenti di sempre, in cui l’America “buona” veniva fagocitata dai suoi rigurgiti militaristi più estremi.

Per il resto, non ce lo nascondiamo: a parte qualche altro titolo memorabile Craven è stato un regista di cassetta, che come tale si è lasciato andare a roba molto commerciale e con poco mordente, a volte perdendosi senza problemi nell’anonimato e confondendosi con quei registi che volevano copiarlo sfacciatamente. Rimane il ricordo di un regista che aveva moltissime cose da dire non solo al suo genere, ma al fantastico in generale, che non è riuscito a conservare le sue buone idee e a valorizzarle. Rimane, però, un grande, che ha saputo regalare qualche indimenticabile pezzo di cinema e a scrivere la storia dell’immaginario collettivo. Perché quei film di cassetta, volenti o nolenti, hanno presentato a molti di noi i loro peggiori incubi: possiamo tentare di dimenticarlo ridendoci su… ma non ci riusciremo.

Per fortuna.

– Fabio Antinucci –

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