5 espressioni abiliste che usiamo inconsapevolmente

Guardiamo in faccia la realtà: viviamo in una società dove i disabili vengono spesso esclusi, sminuiti e trattati in modo sbagliato. E l’abilismo, come ogni cosa, nasce dal linguaggio. Non che sia (tutta) colpa nostra: i mass-media sono i primi veicoli della nostra disinformazione. Ad esempio, sono certa che vi sarà capitato almeno una volta di leggere e/o ascoltare i disclaimer che precedono la trasmissione di un prodotto televisivo RAI, e di sentire l’espressione “non udenti”. Ebbene, “non udente” è un’espressione abilista.

Di solito, i termini qui elencati non sono usati in malafede (infatti, non mi concentrerò su espressioni palesemente offensive, come “ritardato”, “handicappato”, “Down”, ma solo su quelle che potremmo usare in modo sbagliato senza rendercene conto). Il modo di esprimersi di una persona dipende anche dalle sue intenzioni, che possono essere buone; ma nell’epoca in cui viviamo, con tutti i mezzi che abbiamo a disposizione, la nostra ignoranza in merito a certi argomenti è ancora giustificabile?

Ecco, dunque, un brevissimo elenco di espressioni abiliste che usiamo inconsapevolmente, insieme alle alternative linguistiche corrette (che porteranno a un approccio più sensibile e inclusivo).

“Non udente”, “Non vedente”

Sebbene “non udente” e “non vedente” sembrino espressioni più “morbide” per indicare le persone sorde e cieche, il “non” implica una discriminazione, sottolinea la disabilità, mette in luce qualcosa “che manca”. Citando Iacopo Melio: “Può sembrare brutale, forse, per voi, ma vi garantisco che se mi chiamassero “non-deambulante” mi sentirei preso in giro e non poco. Dire “non vedente” o “non udente” invece di “cieco” o “sordo” […] non migliora la condizione di chi vive una disabilità sensoriale o fisica, per cui il politicamente corretto è assolutamente da evitare.” (Fonte: https://www.fanpage.it/attualita/parlare-di-disabilita-quali-sono-le-parole-corrette-da-usare/).
Sarebbe preferibile riferirsi a qualcuno come a “una persona sorda” e “una persona cieca”, ricordandosi di non utilizzare mai la disabilità come un sostantivo, bensì come un aggettivo: la disabilità non definisce un individuo.

Altre espressioni corrette sono: persona con disabilità sensoriale, persona con disabilità visiva/uditiva, persona con deficit visivo/uditivo, persona con sordità/cecità. Il “con” è sempre fondamentale quando si parla di disabilità: la persona viene sempre prima della sua condizione.

Fonte dell’immagine: Vorreiprendereiltreno, la Onlus fondata da Iacopo Melio.

“Sordomuto” come sinonimo di “sordo”

Molte volte, durante l’infanzia, ho sentito parlare di “sordi” e “sordomuti”. In realtà – ho scoperto di recente – è sbagliato credere che i due termini siano intercambiabili, e soprattutto è sbagliato utilizzare ancora la parola “sordomuto”, che non esiste più da ben quindici anni! È stata classificata come obsoleta dall’articolo 1 della legge 20 Febbraio 2006, n.95, che dice: “In tutte le disposizioni legislative vigenti, il termine «sordomuto» è sostituito con l’espressione «sordo»”. Di conseguenza, anche i sordomuti non esistono più: quando una parola scompare, scompare anche ciò che rappresenta.
L’eliminazione del termine “sordomuto” nasce proprio dalle proteste delle comunità di persone con disabilità uditiva, che hanno sempre trovato questa espressione molto offensiva. Le persone sorde hanno più difficoltà nell’apprendere il linguaggio parlato, ma non sono incapaci di emettere suoni.
Le alternative corrette sono: persona con disabilità uditiva, persona con deficit uditivo, persona con sordità.

Portatore di handicap/disabilità”, “Affetto da disabilità” e simili

Anche questo è un termine che, a prima vista, sembra molto galante e inoffensivo; tuttavia, non è corretto. Come ha spiegato Iacopo Melio, “io non “porto” la mia disabilità – che tra l’altro, chi porta qualcosa ha la possibilità di lasciarla quando vuole, cosa che in questo caso non è possibile” (Fonte: https://www.fanpage.it/attualita/parlare-di-disabilita-quali-sono-le-parole-corrette-da-usare/).
Inoltre, l’enciclopedia Treccani definisce l’handicap come  “fatto o situazione che mette una persona in condizione d’inferiorità, e anche la condizione stessa d’inferiorità […]; con sign. più specifico, svantaggio rappresentato da minorazioni o difetti, più o meno gravi, di tipo intellettivo, motorio […] o sensoriale […], che rendono difficile a una persona il normale inserimento nella vita sociale in alcune o tutte le sue manifestazioni.” (Fonte: https://www.treccani.it/vocabolario/handicap/) Va da sé che utilizzare la parola “handicap” vuol dire discriminare.
Sarebbe preferibile, quindi, non parlare di “handicap”, ma piuttosto di “condizione”, “condizione genetica” o di “persone con ridotta funzionalità di…”.

Espressioni quali “affetto da disabilità” o “affetto da sindrome di Down/autismo” (e frasi del tipo “è malato di…” o “soffre di…”) risultano scorrette per un semplice motivo: la disabilità non è una malattia, bensì una condizione. La locuzione “affetto da” si usa solo in riferimento alle malattie (es. “affetto da tubercolosi”), e non per indicare una disabilità.
Nel momento in cui la disabilità viene vista come un giogo o una sofferenza, o come qualcosa di inevitabilmente doloroso, si veicola un messaggio sbagliato.
Anche in questo caso, le alternative più corrette risultano essere “persona con disabilità”, “persona con sindrome di Down”, “persona con autismo”.

“Invalido”

Questa è una parola ben radicata nella nostra cultura e nel nostro sistema legislativo (ad esempio, sul sito dell’INPS si può leggere: Le categorie che possono accedere alla protezione dell’invalidità civile sono i mutilati e gli invalidi civilii ciechi e i sordi, gli affetti da talassemia e drepanocitosi.” https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=49987), e certamente non viene usata in malafede. Tuttavia, alcune attiviste con disabilità come Marina Cuollo e Sofia Righetti e giornalisti come Claudio Arrigoni (uno degli scrittori di InVisibili, il blog sulla disabilità del Corriere della Sera) hanno fatto notare che “invalido” significa letteralmente “non valido”. E nel momento in cui qualcuno è “invalido”, c’è anche qualcuno che, invece, è “valido”.
In altre parole, il fatto che venga usata nelle nostre leggi non rende questa parola neutrale o incolore; anzi: le riflessioni degli attivisti, dei giornalisti, delle persone con disabilità, dovrebbero portarci a una nuova consapevolezza e a un linguaggio più inclusivo.
Un’alternativa corretta a questo termine è, come abbiamo già visto, “persona con disabilità”.

“Diversamente abile”, “Speciale”

L’espressione “diversamente abile” (o “diversabile”), figlia del politicamente corretto, cerca di porre l’accento sull’abilità; ma, in realtà, sottolinea la differenza tra “noi” e “gli altri”, “gli abili” e… e?
Citando il compianto giornalista Franco Bomprezzi (Ordine al merito della Repubblica Italiana e portavoce delle persone con disabilità) in una lettera aperta a Roberto Saviano:

“Caro Saviano,

ho visto il tuo monologo. Sei proprio “diversamente bravo”. Come dici? Perché “diversamente”? Beh, se io sono “diversamente abile” tu sei “diversamente bravo”, così ce la giochiamo alla pari. Non ti piace? Ci credo. Perché o uno è bravo o non lo è. Come per me: o sei abile o non lo sei. Io, modestamente, preferisco essere chiamato per nome. Mi chiamo Franco, ho 60 anni, ho gli esiti della stessa patologia di Michel Petrucciani, ma “diversamente” da lui non suono il pianoforte. Le mani sono lunghe e forti, e le uso per picchiare sui tasti del computer, e anche per fare altre cose, sulle quali non mi dilungo.
Ma se proprio mi devi chiamare, per favore, preferisco di gran lunga “persona con disabilità”. Qui lo abbiamo scritto e ripetuto, spiegando il perché. Ma evidentemente siamo ancora “Invisibili” per i “diversamente bravi”. Allora con pazienza ecco qualche piccola osservazione, se non ti offendi. “Persone” con “disabilità”, perché la disabilità dipende non solo dagli esiti di una malattia, di un incidente, di una situazione congenita, ma dal contesto sociale e ambientale nel quale si è inseriti. Se continuiamo a pensare che la disabilità sia qualcosa di “diverso”, addirittura una grande opportunità per sviluppare “diverse abilità”, facciamo un grave torto a quei milioni di persone nel mondo che ogni giorno si battono solo per vedere rispettati i propri diritti di cittadinanza alla pari degli altri, anche se non sono bravi come Petrucciani, per dire.
L’Onu infatti scrive proprio la Convenzione sui diritti delle “persone con disabilità”. Questione di parole? No, di sostanza. Dietro le parole ci sono le idee, i pregiudizi, gli schemi mentali. Compresi i tuoi, di “diversamente bravo”. Mi occupo anche io di comunicazione da tanto tempo, e ho analizzato con “diversa modestia” il tuo lavoro di ieri sera. Hai scelto un tema di grande presa, ma anche molto trascurato dai media. Bravo. Lo hai fatto con passione e sincero spirito costruttivo. Bravissimo. […]
Pensa che “diversamente abili” è proprio l’espressione preferita da quei politici che tu ami criticare. 
A loro infatti suona benissimo, perché gli consente di far bella figura (proprio come te ieri sera da Fazio) senza bisogno di andare al cuore dei problemi e dei diritti delle “persone” che possono anche essere del tutto “non abili”. Ma non per questo hanno meno diritto di cittadinanza, meno dignità. […]” (Fonte: https://invisibili.corriere.it/2012/10/02/caro-saviano-sei-diversamente-bravo/).

Perciò, ancora una volta, per rivolgersi in maniera spontanea e corretta a una persona con disabilità si possono usare le alternative già citate.

Lo stesso vale per il termine “speciale”, in particolar modo quando sta ad indicare una persona con disabilità intellettiva.
Parlare di “persone speciali” (anche questa espressione nasce dal politicamente corretto e dalla compassione) significa, ancora una volta, mettere in risalto la “diversità” di qualcuno, e quindi discriminarlo – pur credendo di utilizzare un termine gentile o accettabile.
In questo caso, la formula corretta è, come già detto, “persona con disabilità intellettiva”.

Concludo questo articolo con un particolare da non trascurare: ogni persona ha diritto all’autodeterminazione, a definirsi come preferisce; perciò, nonostante sia giusto utilizzare espressioni più precise e più inclusive, ogni persona con disabilità ha il diritto di decidere autonomamente come definirsi e come farsi chiamare dagli altri.
Per fare un esempio più concreto, una persona può definirsi “autistica” o “con autismo”, a seconda di come si approccia alla sua condizione, se la crede determinante per la sua identità oppure qualcosa di “accessorio” alla sua persona. La cosa fondamentale, sempre, è conoscere bene la persona, ascoltarla e rivolgersi a lei con le migliori delle intenzioni.

Con questa piccola lista, spero di aver infuso una maggiore sensibilità nei confronti di questo tema, che viene spesso trascurato o affrontato con tanti pregiudizi.
Ringrazio l’attivista Giulia Moscatelli per avermi fornito le informazioni necessarie per scrivere questo articolo, e per avermi dimostrato che la gentilezza porta sempre ad altra gentilezza.

– Letizia Colucci –

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