200 anni dalla scomparsa di Jane Austen

C’era una volta tanti, tanti e tanti anni fa una fanciulla che è riuscita a ritagliarsi nel mondo un posto, un trono tutto suo, con l’intento di far vivere la sua anima per sempre. Può sembrare una favola ma questa è semplicemente la realtà, la realtà di una donna che continua a far parlare di sé dopo 200 anni dalla sua morte: signori e signore questa è la favola di Miss Jane Austen. La storia della nostra amata “Zia Jane”, chiamata affettuosamente così dai suoi lettori (me compresa), è conosciuta da tutti. La sua creatività, i titoli dei suoi romanzi sono impressi nella nostra memoria e continuano ad essere un materiale prezioso per i registi e gli scrittori del nostro tempo. La Austen è ricordata da tutti come un genio libero e attivo e come amava ripetere la superba e malinconica Virginia Woolf “Qualunque cosa lei scriva è compiuta e perfetta e calibrata“. Jane si avvicina giovanissima alla scrittura grazie all’incoraggiamento di tutta la sua famiglia, tra il 1795 e il 1799 comincia la stesura di quelli che saranno ricordati come i suoi più grandi capolavori: la prima bozza di “Orgoglio e Pregiudizio” a cui all’inizio diede il titolo “Prime impressioni”, ed “Elinor e Marianne” ossia il celebre “Ragione e sentimento”.  Dopo aver terminato l’ultima stesura di “Ragione e sentimento”, impiega un anno per scrivere “Susan” diventato e conosciuto con il nome di “L’abbazia di Northanger”, una satira del romanzo gotico, molto in voga ai tempi della Austen. Nel 1812, Jane, comincia il suo “Mansfield Park”, che termina e pubblica nel 1814; tutte le copie del romanzo vengono vendute nel giro di soli sei mesi. Nel 1814 comincia la stesura di “Emma”, che conclude e pubblica nel dicembre del 1815. “Emma” è l’ultimo romanzo che la scrittrice riesce a pubblicare durante la sua vita. Il suo ultimo e, a detta di tutti, più maturo romanzo “Persuasione”, scritto nel 1815, viene pubblicato dopo la sua morte, insieme a “L’abbazia di Northanger”, nel dicembre del 1817. Jane Austen si spegne nel 1816, a soli 41 anni, probabilmente colpita dalla malattia di Addison (uno stato raro che pregiudica le ghiandole surrenali). Nel 1817 la sorella Cassandra, in cerca di cure migliori, si trasferisce con lei a Winchester ed è proprio qui che Jane trova la morte e che viene sepolta, esattamente nella cattedrale della città.

Ancora oggi si può ammirare, a pochi passi dalla cattedrale, il cottage in cui la donna ha vissuto gli ultimi giorni della sua vita. Giorni spesi a non arrendersi e ad avere fame di parole, di scrittura. Jane negli ultimi mesi di vita, provata dalla malattia, comincia a scrivere “Sandition”, una satira sul progresso e sulle sue conseguenze, opera rimasta, ovviamente, incompiuta. I romanzi della Austen furono pubblicati anonimamente, con scritto solo “by a Lady” oppure “by the autor of Sense and Sensibility”. Nonostante il suo nome fosse già conosciuto, in alcuni ambienti aristocratici, suo fratello decise di rivelare il nome dell’autrice al pubblico solo dopo aver pubblicato “L’Abbazia di Northanger” e “Persuasione”. È noto a tutti che la scrittrice non lasciò mai la sua famiglia: Jane morì nubile, come la sua amata sorella Cassandra. In seguito alla sua morte sia Cassandra che gli altri suoi fratelli, e i suoi discendenti, decisero di distruggere gran parte della corrispondenza privata appartenuta alla donna. Suo nipote, J. E. Austen-Leigh, scrive una biografia “A memoir of Jane Austen”, pubblicata nel 1869, in cui descrive la donna come una signorina esemplare, che aveva a cuore l’attività domestica e che ogni tanto praticava “l’hobby” della letteratura. A 200 anni dalla sua morte, a dispetto della volontà delle persone a lei care, il nome di Jane Austen e i titoli dei suoi romanzi sono conosciuti anche da chi non ama particolarmente la scrittrice e la classifica, senza aver mai letto nemmeno una sua piccola riga, una scrittrice da “romanzetti rosa“. Bimbi cattivi! Proprio per questo oggi, visto lo straordinario anniversario, voglio cercare di scrivere su questo “foglio” le curiosità, le indiscrezioni, che solo pochi, forse, conoscono. Suo padre ha sempre incoraggiato la sua vena artistica e la sua voglia di indipendenza. L’uomo si è occupato personalmente dell’educazione della figlia, insegnandole il francese e le basi della lingua italiana. I cinquecento volumi della sua biblioteca sono stati un contributo fondamentale per la sua crescita letteraria, incoraggiando una Jane bambina a scrivere racconti satirici in cui prendeva in giro la letteratura gotica e incoraggiandola anche a recitarli davanti a tutta la sua famiglia. Famiglia che rideva di gusto sopratutto grazie alle descrizioni di Jane sulla capacità e sulla “grazia” con cui ogni fanciulla riusciva a svenire nel momento del pericolo. Tornando in tempi un po’ più vicini a noi, non tutti sanno che il primo lungometraggio dedicato a “Pride and Prejudice” è prodotto dalla MGM nel 1940: una stravagante produzione americana in cui sono state aggiunte scene alquanto discutibili e in cui l’accuratezza storica lascia molto a desiderare. Comunque non è un brutto film e chi ama Jane e il suo Mr Darcy non può esimersi dal guardarlo. Tuttavia per alcuni suoi estimatori l’amore verso Zia Jane diventa quasi un ossessione, tanto da credere e da stabilire che nei suoi romanzi ci sia “odore di complotto“: sto parlando di Arnie Perlstein. A suo dire le opere dell’autrice possono essere lette “realmente” grazie ad un codice, il cosiddetto “Jane Austen Code”. La donna afferma che, all’interno dei suoi romanzi, la Austen abbia lasciato sparsi qua e là dei messaggi, per ampliare l’interpretazione delle sue storie: storie piene di adulterio, di omicidi e di chi più ne ha più ne metta. Ai posteri l’ardua sentenza. Un altro ammiratore di Zia Jane è stato, senza dubbio, Giorgio IV, che invitò la scrittrice nella sua biblioteca reale. Il bibliotecario suggerì alla donna di scrivere una storia sull’Inghilterra e sulla famiglia dei Coubourg, quindi sulla vita di un ecclesiastico. Jane riesce, con tutta la grazia possibile, a declinare il suggerimento dell’uomo ma pensò bene di dedicare la sua “Emma” al principe reggente. Un episodio della vita di Jane, che ha condizionato tutta la sua vita e tutte le sue opere, è senza dubbio la conoscenza con l’uomo che è stato il suo unico amore: Thomas Lefroy. Purtroppo su questa “storia” aleggia da sempre un alone di mistero. Jane conosce Tom Lefroy, nipote di alcuni suoi vicini di casa a Steventon, nel dicembre del 1795, all’età di venti anni. La ragazza sente immediatamente un forte attaccamento nei confronti del giovane, destinato, per volere della sua famiglia, a grandi successi. La famiglia Lefroy non ritiene però la figlia del reverendo Austen adeguata alla loro classe sociale, per loro Jane non può essere all’altezza del loro rango e così decidono di allontanare il giovane Tom da Steventon, nel gennaio del 1796. Il giovane, dipendente economicamente al suo prozio, a causa dei suoi studi nell’attività legale, non riesce, purtroppo, a imporre il suo volere alla sua famiglia. Per Jane è un duro colpo da incassare, un colpo  a cui reagisce decidendo di rinunciare per sempre alla vita matrimoniale.

Un uomo, a dispetto delle apparenze, tentò di farle cambiare idea: mentre soggiorna, con sua sorella Cassandra, a casa della famiglia Bigg, nel 1802, Harris Bigg – Wither chiede la sua mano. Inizialmente Jane accetta la proposta ma dopo solo una notte, passata completamente insonne, torna sulla sua decisione e rifiuta la proposta di matrimonio. Tuttavia si è a conoscenza che il primo e unico amore della donna, Lefroy, dopo il matrimonio e dopo essere diventato un politico irlandese, abbia battezzato la sua figlia maggiore con il nome “Jane”, forse un omaggio alla scrittrice e al suo amore irrealizzabile, per i più romantici, oppure, semplicemente, come omaggio alla suocera del giovane Thomas, che portava lo stesso nome della scrittrice. Come è noto ai più anche sua sorella Cassandra, profondamente legata alla scrittrice, non convolò mai a nozze. Pochi sanno però che Cassandra era stata fidanzata e che il suo promesso sposo, Thomas Fowle, morì di febbre gialla all’estero, prima che potessero coronare il loro sogno. È chiaro che Jane Austen abbia voluto regalare alle eroine dei suoi romanzi quel lieto fine che né lei e né la sua amata sorella hanno potuto mai davvero conoscere, ma solo immaginare. Ma è grazie alla sua forza che questa donna, che mai si è arresa durante la sua breve vita, ha potuto lasciare un segno profondo nella letteratura inglese e mondiale: una forza piacevole, indipendente e ricca di bellezza.  Per finire direi che la conclusione spetta alle parole di un’altra grande scrittrice: Virginia Woolf, che riesce sicuramente, molto meglio di me, a trasmettere il significato che racchiude la penna di Jane Austen: “Jane Austen è padrona di emozioni ben più profonde di quanto appaia in superficie: ci guida a immaginare quello che non dice. In lei vi sono tutte le qualità perenni della letteratura“.

– Giuseppina Serafina Marzocca – 

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