13 buone ragioni per ascoltare Zucchero e “Black Cat”

C’è un artista italiano che è quasi più conosciuto all’estero che in Italia. Nel caso qualcuno stesse già inarcando un sopracciglio esibendo la migliore delle sue duck faces, continuate a leggere e vi ricrederete: Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero o (non a caso) Sugar Fornaciari è, come lo ha recentemente definito Andrea Lanfranchi in un articolo uscito su Sette, “il più internazionale dei nostri artisti”.  E Black Cat, uscito lo scorso 29 aprile, è forse il più internazionale dei suoi album studio. Scartato a Sanremo 1985 con la stupenda Donne, colpevole di una precocissima base r&b, passato attraverso il soul, il rock e il folk, le sue ballate sono da più di dieci anni nelle classifiche di mezzo mondo, cantate in almeno tre lingue diverse e pubblicate in edizioni speciali dedicate ai fan di diversi paesi. È amico di Sting e Bono (non un bono a caso, ma proprio quel Bono lì, quello degli U2), ha collaborato con Miles Davis ed Eric Clapton, ha duettato con Luciano Pavarotti, John Lee Hooker, Sheryl Crow, Tom Jones, B.B. King, Paul Young – devo continuare? Forse dovrei, ma non è questo il punto. Il punto è che, a sei anni dal suo ultimo album studio, Chocabeck, e dopo diverse uscite live e cover, Zucchero è tornato a scrivere, recuperando il blues di Oro, incenso e birra. Mentre nel suo ultimo album originale c’era stato una sorta di ripiegamento intimistico nel soul emiliano, in cui aveva recuperato una musicalità più italiana (pur sempre a modo suo), nel nuovo album Zucchero si riscopre sanguignamente blues, aggiungendo una carica dark alla sua anima originaria. Tuttavia, dato che mi rendo conto che seguire il percorso di questo autore così anomalo nella tradizione musicale nostrana non è semplice, ho deciso non solo di parlarvi dell’album nel dettaglio: vi spiegherò anche perché dovreste ascoltarlo. Se non conoscete Zucchero, o se pensate di non conoscerlo abbastanza bene, ecco per voi 13 buone ragioni per cominciare – magari partendo dalla fine.

Il rock come impegno civile.1

La qual cosa si è un po’ persa dagli anni Ottanta ad oggi, se ci riflettete. Pur in maniera velata e intuitiva, attraverso esclamazioni in stile ballata soul, Zucchero parla della società, dell’assurdità del mondo contemporaneo e della sua violenza (la bestia umanica bang bang) e della necessità di tornare ai principi e all’amore come principio regolatore dei rapporti umani. Leggete tra le righe dei suoi testi e troverete entusiasmo, ironia, empatia e sincera incredulità per l’universale condizione umana.

Un album anti-romantico.2

Vi siete rotti delle solite tracce sdolcinate miagolate a squarciagola dalla consueta sgallettata di turno? Zucchero vi spiegherà perché ci siano almeno 13 buone ragioni / Per preferire una birra / A una come te. E un panino al salame, tra l’altro.

Un album che più romantico non si può.3

Perché uno non può chiamarsi Zucchero senza spruzzare un po’ del suddetto dolcificante qua e là tanto per non smentirsi. Prendete ad esempio il testo della traccia n. 4, Ci Si Arrende: Ma sì bevi bevi / Bevimi sono la pioggia / Pioggia che passa e rimane / Dentro l’anima / Che si arrende. Devo aggiungere altro? No che non devo. E allora passiamo alla numero 4.

La voce.4

Che voce. Bono l’ha definita “un’intera sezione di fiati”. Se in Chocabeck veniva lasciata libera di seguire con naturalezza l’armonia degli strumenti, qui viene usata come uno strumento a sé stante – come ai bei vecchi tempi di Madre Dolcissima. Carica e graffiante nelle ballate più ritmate, si scioglie in un caldo cry blues nei pezzi più lenti come Hey Lord e nella bellissima Voci. L’intero album è una sintesi dimostrativa dell’intensa versatilità di questa voce – una voce dolce e amara, sugar and spice.

Un po’ di slempito!5

Boom boom. Alcuni pezzi non permetteranno alle vostre terga di starsene tranquillamente attaccate alla sedia, né alle vostre ginocchia di rimanersene buone buone senza molleggiare su e giù al ritmo delle percussioni. Per vostra informazione, slémpito è un termine dialettale che significa grinta, entusiasmo, movimento. La prima traccia dell’album, Partigiano Reggiano, oltre ad essere un richiamo alla nostra storia recente (e un inno al coraggio della libertà), è un invito alla danza scatenata. Se la beccate alla radio, alzate il volume al massimo: vi staccherà da terra.

Django scatenato.6

Le canzoni più memorabili dell’album sono quelle che segnano il ritorno di Zucchero al blues. Dove trovate il blues, troverete anche le atmosfere decise del rock & blues anni Settanta, declinato à la Fornaciari – decisamente funk, ora sofisticato dall’uso degli archi – ma con un’inedita vena pulp condita di black blues che ricorda le atmosfere del penultimo film di Tarantino, Django Unchained (a cui tra l’altro si ispira il video di Partigiano Reggiano). Alcune tracce sono perfino introdotte da canti di lavoro americani e accenni di ballate folk (Hey Lord, Love Again).

Reggio Emilia coast to coast.7

Le ballate lente di Zucchero sanno di pianure che attendono il raccolto, di colline fitte di arbusti, di cantine e farina di grano, ma sono cantate da un mastro blues ramingo della east coast. Sembra strano, ma il risultato è singolarmente confortante.

Un viaggio musicale on the road.8

Avete presente la differenza fra la musica da viaggio e quella non da viaggio? Ecco, questo disco appartiene alla prima categoria: varia, intensa e avventurosa, la serie di tredici tracce dell’album è fatta per accompagnare un viaggio in auto o in treno, le sue tracce per essere scandite fra una fermata e l’altra e il suo ritmo per essere battuto col pollice sul volante. Senza contare che il Partigiano agisce da caffeina naturale.

Si ride.9

L’ironia di Zucchero è una costante del suo stile: a volte più esplicita, a volte strisciante tra un doppio senso e l’altro, altre volte ancora se ne svolazza lieve spinta da una citazione più o meno fedele (Hasta l’asta siempre!). L’ironia può celarsi nei versi, nelle melodie, perfino nel titolo dell’album. Ma è sempre lì. Drizzate le orecchie.

Tanti bei nomi conosciuti.10

A quest’album hanno partecipato tanti artisti in varie vesti: Matt Chamberlain, batterista di una serie impressionante di cantanti che va dai Pearl Jam a Joe Cocker, passando tra l’altro per Elisa e Tiziano Ferro; Biagio Antonacci compare tra i coristi di Ti Voglio Sposare; Mark Knopfler è il chitarrista di Ci Si Arrende.

Bono è stato qui.11

Ci Si Arrende è la versione italiana dell’ultima traccia dell’album, la numero 13, Streets Of Surrender (S.o.s.), un pezzo straordinariamente ispirato scritto per Zucchero da Bono (sempre quel Bono lì, non un altro). Il testo originale in inglese, lirico ed emozionante, parla di pace in cambio di orgoglio, di scelte e compassione – ed è da brividi.

Rock duro.12

Sempre con una puntina di blues, ma in Ti Voglio Sposare Zucchero si spinge verso l’hard rock come raramente aveva fatto prima, dando dimostrazione di essere uno dei pochi artisti italiani capaci di cambiare stile in maniera radicale da un album all’altro (spesso addirittura da un singolo all’altro), sperimentando e mettendosi sempre alla prova, evitando banali ripetizioni.

Una lasagna musicale.13

Lo stile di Zucchero è così: fuori c’è la sfoglia blues; fra uno strato e l’altro, si nasconde un ragù misterioso che mescola soul, ironia, poesia, salame e besciamella. Se l’idea vi attira, trovate Black Cat in tutti i negozi di dischi. Buon ascolto!

– Francesca – 

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