10 film horror per Halloween

La notte delle streghe è arrivata: cosa c’è di più spaventoso e divertente di passarla davanti a un buon horror, magari in compagnia di amici o semplicemente sotto le coperte con il proprio o la propria partner? Da organizzatore seriale di feste di Halloween annuali, comprendo il desiderio di intrattenere i propri ospiti con dei film horror di qualità, che riescano a spaventare ma, al contempo, a intrattenere gli invitati senza mai cadere nel già visto, nell’abbiocco o nell’effetto risata (a meno che non si tratti di una horror comedy). Purtroppo, come molti sapranno, il panorama orrorifico contemporaneo non è tra i migliori, per cui appare piuttosto lapalissiano consigliare grandi capolavori come Halloween, Suspiria, Profondo rosso, Shining o L’esorcista (senza dimenticarci del J-Horror), trascurando parte della produzione contemporanea. La lista che segue (che, tendo a specificare, non è assolutamente una classifica inerente al merito e alla qualità delle pellicole) è volutamente focalizzata sugli ultimi dieci anni, risultando inesorabilmente riduttiva visti i limiti dei dieci posti, dimostrando come, nonostante la fatica, ancora oggi sia possibile rintracciare degli horror (o film non di genere ma con atmosfere orrorifiche) di qualità.

10) SCARY STORIES TO TELL IN THE DARK (André Øvredal, 2019)

Adattamento dell’omonima serie di libri per ragazzi di Alvin Schwartz e prodotto da Guillermo Del Toro, il film è stato presentato in anteprima qualche settimana fa al Festival del Cinema di Roma e distribuito nelle sale il 24 Ottobre, giusto in tempo per il 31. Piacevolmente consigliabile a tutti coloro che intendono passare la notte delle streghe in sala, il film segue la vicenda di un gruppo di amici che, durante la sera di Halloween, si intrufolano in una vecchia casa abbandonata dove, in passato, viveva la piccola Sarah, bambina tenuta prigioniera dai genitori e solita raccontare delle storie spaventose ad altri coetanei attraverso le pareti, provocando la loro morte; rubato il libro della defunta, le pagine iniziano a raccontare nuove storie terrorizzanti che incideranno sulle vite del protagonisti. Ambientato nel 1968, anno cruciale per la storia americana, il film si articola come una tradizionale ghost story che rievoca teen horror come IT o commedie fantasy come Piccoli Brividi o Hocus Pocus con tinte orientali (come non notare dei chiari riferimenti a The Ring?), il tutto sullo sfondo di un’America che sta letteralmente mandando al macello i propri figli in Vietnam. Sicuramente il film è consigliato a tutti gli appassionati del fantastico che preferiscono confrontarsi con una pellicola non estremamente impegnativa, sia contenutisticamente che emotivamente; tutti quegli spettatori, facilmente impressionabili, potrebbero trovare nel film di Øvredal un giusto compromesso per spaventarsi e divertirsi al contempo, grazie alla moltitudine di creature mostruose che non celano mai le loro fattezze. Sconsigliato invece a spettatori più curiosi, speranzosi di un horror più ricercato, in grado di articolare l’orrore attraverso strategie linguistiche più sottili, capaci di suscitare quel brivido e quell’inquietudine a partire dall’ignoto e dal binomio campo/fuoricampo, visibile/invisibile, in grado di terrorizzare anche attraverso un’ombra o un suono ambiguo rispetto all’estrema visibilità del fantastico. In più, il film non è adatto a chi è alla ricerca di una narrazione più originale e stratificata, che eviti un effetto déjà-vu che nella pellicola è costantemente presente.

9) UNDER THE SHADOW (Babak Anvari, 2016)

Per tutti gli amanti del paranormale alla Babadook, non si può sconsigliare Under the Shadow, film iraniano diretto da Babak Anvari, il cui ultimo e criptico film, dal titolo Wounds, è approdato da poco sulla piattaforma Netflix. La scelta di considerare il film del 2016 piuttosto che l’ultimo lavoro (consigliabile a tutti gli amanti di un horror più contorto e ai fan di Armie Hammer e Dakota Johnson) sta in una maggiore consapevolezza dei modelli citati e della loro concatenazione all’interno di un racconto e di una messa in scena che non risulta mai fine a se stessa o semplice esercizio di stile, bensì un’operazione lucida capace di intersecare la Storia con la storia privata dei personaggi, all’interno della Teheran del 1980, dilaniata dalla guerra con l’Iraq. La giovane Shideh è costretta a rimanere da sola con sua figlia Dorsa a causa della partenza del marito per il fronte; dopo una serie di bombardamenti, il condominio viene colpito da un missile che rimane però inesploso, oggetto portatore di un Djinn, demone della cultura araba che si legherà a Dorsa. Sebbene la trama non sia apparentemente tra le più originali, il merito di Anvari sta in primo luogo nel saper utilizzare il genere per muovere una critica politica nei confronti di un Male che non nasce più da semplici maledizioni o cimiteri indiani nascosti, ma connaturato con il contesto storico e con tutte le sue contraddizioni; al contempo, lo stile evita il calco mimetico di horror contemporanei come quelli di James Wan o della stessa Jennifer Kent (nonostante il suo esordio sia un modello innegabile, sebbene la componente psicologica sia sostituita da una controparte sociopolitica), non costruendo la suspense attraverso una spettacolarizzazione eccessiva del mostruoso o l’utilizzo classico del jump scare, ma mediante una notevole cura del silenzio e di un inquietante sound design che accompagna costantemente la narrazione (ancora più incisivo in Wounds), nonché una capacità di saper sfruttare gli interni attraverso dei giochi di luci e ombre di stampo quasi espressionistico, che non mostrano il demone ma ne fanno percepire la presenza costantemente. Il film è altamente consigliato a tutti gli amanti delle ghost stories che intendono confrontarsi con un prodotto che, nella sua semplicità narrativa, risulti un film unico nel suo genere, senza confondersi o cadere nel dimenticatoio vista l’estrema richiesta di horror simili, facendo delle zone d’ombra del proprio contesto storico e sociale il punto di forza per distinguersi dalla massa. Al contempo, è sconsigliato a tutti gli amanti di un horror più incisivo alla The Conjuring, dove la spettacolarità del mostruoso e il dinamismo narrativo, nonché la molteplicità di balzi sulla poltrona, regalano un’esperienza più tendente a un giro sulle montagne russe piuttosto che creare un’atmosfera sospesa dall’inizio alla fine.

8) SUSPIRIA (Luca Guadagnino, 2018)

Suspiria è sicuramente uno dei film più dibattuti di quest’ultimo anno, a partire dall’anteprima a Venezia 75, a causa di un inesorabile confronto con il capolavoro di Argento e di una complessità narrativa che lo rende un film dalla fruizione attenta e impegnativa. Nonostante tutto, il film non può mancare all’interno di questa lista, visto l’attento lavoro compiuto da Guadagnino nello stravolgere completamente il film di Argento, ambientando la vicenda nella Berlino divisa del 1977, durante l’autunno tedesco, in cui approda la giovane Susie Bannion per entrare in una prestigiosa scuola di danza, gestita da delle streghe. Dopo il confronto con il Male assoluto del nazismo, il cui spettro aleggia ancora sulla Germania messa in scena, l’orrore del film non può poggiarsi più su mostri tradizionali come era nel caso delle streghe argentiane, crudeli e spietate al contrario di quelle di Guadagnino, né buone né malvagie, soggetti reietti come tanti altri. Il paradigma dell’orrore è visivamente più cruento in Argento, ma in Guadagnino è più spietato nel contenuto (lungi dall’affermare che manchino sequenze di rara spietatezza), rendendo la visione tanto catartica quanto autoriflessiva, in grado di suscitare domande esistenziali e universali nel momento stesso in cui spaventa lo spettatore.  Il film è consigliato a tutti coloro che, appassionati o meno di Argento, sono alla ricerca di un horror d’autore, in grado di inquietare al di là dei meccanismi tradizionali di codificazione del genere (che nel film viene trasceso a vantaggio di uno sguardo più personale), accettando attivamente le sfide lanciate dal film (ricordiamo la durata di ben due ore e mezza), immergendosi in un’esperienza in grado di inquietare mediante la crudeltà di alcune sequenze e da un’(auto)interrogazione, non immediata, sul nostro ruolo di persone consapevoli del nostro passato e delle nostre scelte per salvaguardarlo o relegarlo all’oblio. Sconsigliato invece a quegli spettatori che credono di vedere un semplice remake del film di Argento o eccessivamente seguaci del suo cinema tanto da non riuscire ad apprezzare lo stravolgimento innovativo di Guadagnino; in più, trascendendo il genere, potrebbe non essere adatto a tutti gli amanti di un film dell’orrore più tradizionale, finalizzato a intrattenere tradizionalmente attraverso artifici più classici e potrebbe non essere accolto da chi intende passare una serata più spensierata di fronte a un horror più concitante e divertente, evitando megariflessioni più articolate e stratificate che richiedono necessariamente una fruizione più avveduta.

7) CLIMAX (Gaspar Noé, 2018)

Nuovo film del controverso regista francese, Climax trae spunto da un fatto di cronaca avvenuto in Francia nel 1996, non indagato attraverso uno sguardo cronachistico o mediante una narrazione classica, bensì tramite una iperstimolazione sensoriale che scuote percettivamente lo spettatore nell’arco dell’intera esperienza lisergica che è costretto a vivere. Durante un party per festeggiare l’ultima sessione di prove per uno spettacolo imminente, un gruppo di ballerini viene, a sua insaputa, drogato da una sangria “corretta” con dell’LSD, evento che trasformerà la festa in un vero e proprio inferno, dove gli istinti più primordiali dell’individuo emergono senza freni inibitori. Il cinema di Gaspar Noé non si inserisce in una catalogazione di genere, per cui non può intendersi come un horror tradizionale, legato a determinati topoi narrativi e visivi, ma è innegabile un’atmosfera che costruisce un orrore estenuante e disturbante, facendo leva su omaggi espliciti a grandi capostipiti come Suspiria di Argento o Possession di Żuławski. Nonostante l’assenza di serial killer o creature mostruose, il film riesce a disturbare grazie a un’estetica che non spettacolarizza la violenza ma la genera attraverso un’intensificazione percettiva che, come sempre, Noé costruisce con grande maestria; rispetto al suo capolavoro Irréversible, Climax è più contenuto a livello di brutalità ma si ha comunque la sensazione di assistere a un film di rara violenza, non data dal semplice ricorso allo splatter bensì da una crudeltà che nasce da un’aggressività audiovisiva che rende lo spettatore stesso vittima delle conseguenze allucinatorie della droga. È altamente consigliato a quegli spettatori alla ricerca di un’esperienza audiovisiva che li immerga in un clima allucinatorio che evita l’identificazione con una vicenda (e di conseguenza una narrazione), per lasciarsi trasportare dall’energia cinetica restituita dalle immagini e dalla musica, non per rimanere spaventati ma per vivere quella vertigine tra essere e non-essere, vita e morte, su cui il film il fonda. Sconsigliato invece a coloro che, come nel caso di Guadagnino, sono maggiormente legati a horror più codificati e dipendenti da dinamiche tipiche del genere, più incuriositi da storie con i loro archetipi in cui riconoscersi e identificarsi, favorendo lo spavento al disturbo percettivo ed emotivo.

6) THE BLACKCOAT’S DAUGHTER (FEBRUARY, Oz Perkins, 2015)

Immancabile questo gioiello in grado di rinfrescare il panorama contemporaneo attraverso un ottimo connubio tra messa in scena e narrazione, dialettica spesso messa in crisi nel cinema di genere degli ultimi anni a causa di una standardizzazione diegetica o un’estetica eccessivamente dipendente dai modelli passati. Il cast giovanile, l’ambientazione del college e il titolo italiano (che potrebbe far associare il mese a San Valentino), potrebbero forviare facendo credere in un classico teen horror, il che è immediatamente smentito a partire dalle prime sequenze. Kat e Rose sono le uniche due matricole di un istituto cattolico femminile a non tornare a casa per la pausa di metà semestre, la prima dimenticata dai genitori, la seconda per evitare la propria famiglia; nel frattempo, la giovane Joan è fuggita dall’ospedale psichiatrico in cui era rinchiusa, diretta verso il college. Oz Perkins, figlio di Anthony (il Norman Bates di Psycho) esordisce con un film stupefacente, capace di rielaborare originalmente il possession movie elevandolo a rappresentante dell’alienazione del soggetto contemporaneo (perfettamente espressa dal gelido e nevoso mese di febbraio), intrappolato in un’esistenza solitaria in cui il demoniaco appare come unico appiglio per poter continuare a vivere. Al di là del contenuto latente del film, Perkins si dimostra abile nel saper costruire una tensione costante, che non abbandona mai lo spettatore, lavorando su un clima sospeso che evita una spettacolarizzazione della violenza o della mostruosità, entrambe attentamente velate per permettere alla suspense di fare da padrona assoluta, tanto dell’estetica quanto del ritmo diegetico. Lodevoli le ottime interpretazioni di tre giovani promesse come Emma Roberts (star di American Horror Story e Scream Queens, già protagonista dell’ultimo capitolo di Scream), Kernan Shipka (la Sabrina della recente serie televisiva) e Lucy Boynton (protagonista di Don’t Knock Twice e scelta da Perkins anche per il successivo Sono la bella creatura che vive in questa casa). Consigliato a tutti gli amanti del paranormale e delle possessioni demoniache e, al contempo, di un horror di stampo psicologico, alla ricerca di un prodotto che non deluda le aspettative del pubblico, distaccandosi da produzioni mainstream sempre più standardizzate. Per tutti gli spettatori alla ricerca di un prodotto sullo stile The Conjuring, che riproponga la materia più tradizionalmente senza riflessioni postume, il film è sconsigliato vista la deriva finale che evita una conclusione classica, aprendo il senso della storia a molteplici chiavi di lettura.

5) GOODNIGHT MOMMY (Veronika Franz, Severin Fiala, 2014)

Sconcertante horror austriaco, il film di Franz e Fiala appare uno dei pochi film di genere ancora capaci di penetrare nella mente e nello stomaco dello spettatore attraverso una scrittura in grado di scuotere e disturbare, o meglio di inquietare, senza mai mostrare l’orrore, perché esso è radicato nel soggetto e, spesso, prende le sembianze più insospettabili. La mamma di Elias e Lukas torna a casa dopo un intervento di chirurgia plastica, completamente fasciata in volto: la donna ha un atteggiamento molto più severo nei loro confronti, favorendo addirittura uno dei due gemelli e umiliando l’altro, tanto che i due bambini iniziano a credere che non sia il loro genitore. Il ritmo piuttosto lento è ben congeniato per costruire una tensione che non sfocia mai nell’eccesso di orrore, ma costruisce un’angoscia claustrofobica e sempre più disturbante, in un crescendo che ha il suo apice nello sconvolgente risvolto finale. Al contempo, il film si fonda su un’ottima estetica che lavora sull’immagine in maniera mai autoreferenziale, non omaggiando il cinema del passato in maniera diretta ed esplicita, ma attraverso una cura per la scenografia e la fotografia, capaci di ricostruire il cambiamento e l’evoluzione delle modalità con cui l’orrore è stato messo in scena, valorizzando e poi celando la mostruosità, svelando le sue diverse sfumature. Goodnight Mommy è sicuramente consigliato a tutti gli amanti dell’horror e del thriller psicologico, di tutti quei film che non hanno bisogno di mostri o jump scare per inquietare lo spettatore, di tutte quelle pellicole che non nascono con il fine di spaventare, bensì di scuotere e perturbare, tanto visivamente quanto emotivamente, nel rivelare gli orrori sottesi a contesti del tutto ordinari. Al contempo, il film è sconsigliato a coloro che, per la notte di Halloween, preferiscono un film più virato allo spavento collettivo e al balzo sulla poltrona, piuttosto che un brivido più intimo che nasce da un ritmo più lento e sospeso; in più, vista la pesantezza emotiva del risvolto finale della diegesi, probabilmente è un film meno adatto, rispetto ad altri, per una serata in compagnia, in cui si è alla ricerca di un sano spavento ma, al contempo, di un giusto divertimento.

4) THE LORDS OF SALEM (LE STREGHE DI SALEM, Rob Zombie, 2012)

All’interno di questa lista non può mancare una grande personalità come Rob Zombie, la cui intera filmografia è adatta per la notte di Halloween, festività che è spesso presente nei suoi film a partire dal suo esordio con La casa dei 1000 corpi. Nonostante ciò, il film che sento di consigliare maggiormente non ha niente a che fare con la Vigilia di Ognissanti dal punto di vista diegetico, ma, più di altri, si impone per un’atmosfera onirica e orrorifica che lo eleva a film più maturo e compiuto dell’autore. Heidi (interpretata da Sheri Moon, moglie e musa del regista) è una dj per un’emittente radio di Salem e, una sera, riceve un vinile di un gruppo chiamato The Lords, la cui musica fa calare in uno stato catatonico le donne della cittadina; nei giorni successivi, la protagonista sarà sempre più scossa da inquietanti visioni, che la porteranno a ricadere nel vortice della droga. Zombie ha sempre dimostrato uno stile personale, scombussolato e velato di un black humor piuttosto tagliente, ma in The Lords of Salem eleva la sua estetica lasciandola attraversare da un surrealismo e un onirismo molto più spiccato rispetto agli altri suoi film, realizzando la sua pellicola più complessa e disturbante, omaggiante grandi cult come Suspiria o Shining. Sicuramente adatto per la serata di Halloween, vista l’ambientazione del film (come molti sapranno, Salem è piuttosto rinomata per i festeggiamenti del 31 Ottobre), ma anche per la componente stregonesca che, rispetto a molte altre pellicole, ha il coraggio di esplicitare aspetti nauseanti, carnali e blasfemi tipicamente satanici. Consigliato a tutti i fan di Zombie che, per diversi motivi, non hanno avuto ancora modo di recuperare questa perla e a tutti gli amanti di film folli, capaci di rinunciare al primato della razionalità per sconvolgere lo spettatore attraverso un miscuglio lisergico di materiali differenti, senza mai spaventarlo del tutto, bensì disgustandolo attraverso creature o situazioni eccessive, facendogli provare quella sensazione di disorientamento e degrado che ben si adatta con l’inferno personale della protagonista. Al contempo, è sconsigliato a spettatori che non apprezzano un horror più carnale, repellente e blasfemo, favorendo pellicole più razionali a livello narrativo e visivo, non amanti della complessità narrativa e dell’ironia sardonica che costella l’intera filmografia dell’autore.

3) L’ÉTRANGE COULEUR DES LARMES DE TON CORPS (LACRIME DI SANGUE, Hélène Cattet, Bruno Forzani, 2013)

Non possono mancare due grandissime rivelazioni come Hélène Cattet e Bruno Forzani, coppia nella vita e nel lavoro, amanti del giallo all’italiana e dell’erotismo di stampo orientale, finalizzati a proiettare i loro incubi, desideri e perversioni all’interno di un cinema che omaggia più autori e cinematografie senza cadere in un divertissement fine a se stesso. In Lacrime di sangue la coppia indaga le contraddizioni insite nella mascolinità attraverso una detection che segue la vicenda di Dan, intento a ritrovare sua moglie Edwige, scomparsa nel loro appartamento, chiuso dall’interno; l’indagine farà sprofondare il protagonista in un vortice di avvenimenti surreali e personaggi ambigui che abitano il condominio, legati alla presenza di una misteriosa entità di nome Laura. Film complesso, stratificato tanto a livello narrativo che visivo, impossibile da decodificare razionalmente a causa di un surrealismo esasperato e uno stile pirotecnico che rievoca grandi autori come Argento e Lynch. Cattet e Forzani si dimostrano abili nel saper costruire un’indagine che, rievocando gli schemi tradizionali del giallo all’italiana, utilizza i suoi tropi per poi ribaltarli, sprofondando in un onirismo che non permette alcuna spiegazione razionale, più interessato a problematizzare non solo il rapporto io-mondo dei personaggi, quanto la definizione stessa di mascolinità, nel suo rapporto con un femminile ambiguo e castrante. A tutti gli amanti di un cinema onirico, di finali aperti e di chiavi di lettura molteplici, il film è altamente consigliato, affinché si possa dimostrare quanto il contatto con l’ignoto, l’irrazionale e con tutto ciò che è impossibile spiegare razionalmente, tipico di un livello abissale di noi stessi, possa dimostrarsi la carta vincente per creare frontiere sempre più surreali e oniriche della paura. Sconsigliato a coloro che vogliono confrontarsi con un testo razionalmente più strutturato, capace di articolare una detection in grado di dare delle risposte, per quanto oscure e macabre, a tutti gli interrogativi che costellano il mistero, evitando un’apertura eccessiva del senso, incapace di dare una spiegazione univoca a quanto si è appena visto.

2) AMER (Hélène Cattet, Bruno Forzani, 2009)

Non ho potuto non citare il primo lungometraggio della coppia Cattet-Forzani, manifesto che esplicita quel progetto estetico introdotto dai primi cortometraggi e che si dimostra come uno degli horror più interessanti degli ultimi anni, un film di una grandezza estetica e contenutistica lodevole, un trattato di psicoanalisi freudiana capace di dimostrare quanto il desiderio possa rivelarsi il più grande boogeyman di tutti i tempi. La scelta di occupare un secondo posto alla filmografia dei due autori è giustificata da un’operazione filmica che, sebbene anticipatrice di Lacrime di sangue per la sua estetica, si dimostra differente nel tipo di esperienza, rinunciando questa volta a una detection e a una narrazione (se nel secondo la trama è ingarbugliata e sempre più complessa, in questo è totalmente assente), indagando questa volta le zone d’ombra della femminilità. Il film si compone di tre episodi che seguono l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di Ana, donna sessualmente repressa a causa di un trauma infantile, incapace di un contatto sano e consapevole con il suo desiderio. La forza del film sta nel saper amalgamare tre episodi che si impongono come tre cortometraggi differenti tra loro, sia a livello di stile che di narrazione, nonché del cinema di genere che viene omaggiato: l’infanzia viene messa in scena attraverso uno stile surreale e fiabesco, rievocante il Suspiria di Argento o l’episodio La Goccia de I tre volti della paura di Mario Bava, risultando probabilmente il più angosciante dei tre, in grado di tenere lo spettatore costantemente in tensione a causa della claustrofobia degli interni; l’adolescenza evita il ricorso al cinema di genere, favorendo un erotismo rievocante il pinku eiga giapponese, ampiamente interessato a inquadrare il corpo della protagonista, oggetto del piacere voyeuristico dei vari personaggi maschili; il terzo è ampiamente connaturato al giallo all’italiana, in particolare a Profondo Rosso, sostituendo gli antagonisti mostruosi del primo con un misterioso killer intento a spiare Ana nella sua dimora, risultando l’episodio che porta a compimento quanto introdotto negli episodi precedenti, confermandosi il più disturbante a causa della vena sadomasochista e violenta con cui si concluderà. Amer è altamente consigliato a tutti gli amanti di un cinema più psicologico e sperimentale, in grado di allontanarsi dalle canonizzazioni stilistiche e narrative del genere horror, non rinunciando allo spavento e a un’angoscia che accompagna costantemente lo spettatore, giocando con i suoi incubi in maniera diversa a seconda dell’episodio; al contempo, è sconsigliato a tutti quegli spettatori affezionati alle codificazioni classiche del genere, preferendo un testo più tradizionale e una narrazione con cui potersi identificare.

1 ) INCIDENT IN A GHOSTLAND (LA CASA DELLE BAMBOLE, Pascal Laugier, 2018)

L’ultimo film di Laugier risulta sicuramente il più adatto per una maratona horror durante la notte delle streghe, per la sua capacità di realizzare un prodotto capace di coinvolgere tanto un pubblico mainstream attraverso stilemi visivi e narrativi tradizionali, quanto riarticolare tali topoi in un’operazione più personale e autoriale. Colleen si trasferisce con le sue due figlie Vera e Beth nella casa della sua defunta zia; la sera del loro arrivo, la dimora viene presa d’assalto da due maniaci che stanno terrorizzando la zona, penetrando nelle abitazioni del posto, uccidendo gli adulti e utilizzando le figlie come bambole per soddisfare i loro giochi malsani. Le doti di Laugier erano state già ampiamente confermate dal suo capolavoro Martyrs, ma con La casa delle bambole il regista riesce a mantenersi nuovamente sulla cresta dell’onda grazie a una cura per il dettaglio in grado non solo di giocare attivamente con più generi (dal ghost movie all’home invasion) senza cadere nell’artificioso o ridicolo, ma lavorando su quel perturbante capace di inquietare per il suo legame ordinario con la realtà, facendo leva su una mostruosità che non ha risposte o spiegazioni razionali, su una banalità del male che fa della violenza un’occasione catartica di crescita personale che mescola l’orrore con un alone di poeticità reiterato dal suo capolavoro del 2008, affiancando lo sgomento a una devastazione emotiva tipica dell’autore e in grado di commuovere oltre che terrorizzare. Il film è emblematico per Halloween per la sua capacità di partire da stilemi consolidati per poi manipolarli e trascenderli, non solo per creare paura ma per problematizzarla, studiarla e analizzarla con sguardo analitico, suscitando nello spettatore quei brividi sottili e capillari che la produzione di genere contemporanea difficilmente è in grado di generare. Se il film potrebbe essere sconsigliato a un pubblico eccessivamente sensibile a causa della pesantezza di diverse sequenze, non tanto a livello visivo quanto emotivo, non posso che consigliare questo gioiello a tutti gli amanti di un horror psicologico in grado di terrorizzare non mettendo in luce l’orrore, ma evocandolo anche quando esso è assente, nonostante la presenza immancabile di una violenza carnale e soffocante, che non sfocia mai nello splatter o nel bagno di sangue gratuito.

Nello sperare che i dieci film elencati siano di gradimento, auguro a tutti i lettori un felice e spaventoso Halloween.

– Leonardo Magnante –

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